Winning Time: The Rise of the Lakers Dynasty – Stagione 1


Winning Time: The Rise of the Lakers Dynasty - Stagione 1Nonostante la loro assenza dai playoff NBA, i Los Angeles Lakers – eliminati addirittura durante la regular season – hanno invaso la serialità televisiva di questa primavera con ben due progetti che raccontano le gesta dei gialloviola negli anni 80’. Il primo è il documentario in quattro puntate They Call Me Magic di Apple TV+, mentre il secondo è Winning Time: The Rise of the Lakers Dynasty, la serie HBO creata da Max Borenstein e Jim Hecht e tratta dal libro Showtime: Magic, Kareem, Riley, and the Los Angeles Lakers Dynasty of the 1980s.

Sport e TV hanno sempre avuto un rapporto speciale: che sia sotto forma di documentari – basti pensare allo splendido The Last Dance – o di racconti di finzione – Ted Lasso ma anche lo splendido Friday Night Lights – le gesta degli atleti fuori e dentro dai campi da gioco hanno sempre stimolato lo spettatore, offrendo una varietà di prodotti di grande qualità. Anche in Italia si stanno vedendo sempre più contenuti legati allo sport, come il biopic Netflix su Roberto Baggio Il Divin Codino o la serie Sky Speravo De Morì Prima su Francesco Totti. Se da un lato, come nel caso di Winning Time, raccontare qualcosa che il pubblico già conosce ha sicuramente un vantaggio dal punto di vista promozionale, dall’altro presenta una serie di ostacoli non indifferenti, soprattutto quando si ha a che fare con personaggi conosciutissimi come Magic Johnson o Kareem Abdul-Jabbar.

La prima stagione di Winning Time, però, non commette molti degli errori comuni a questo tipo di progetto e anzi, offre qualcosa di estremamente originale sia a livello narrativo che a livello visivo. Per quanto riguarda quest’ultimo punto, il merito è indubbiamente di Adam McKay, regista vincitore dell’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale per The Big Short, che inietta nella puntata pilota molte delle tecniche a cui ci ha abituato al cinema, come il passaggio dalla pellicola alla patina più televisiva, i personaggi che si rivolgono allo spettatore o gli inserti improvvisi e brevissimi che all’apparenza non hanno nulla a che fare con ciò che sta accadendo nel racconto ma che in verità sono frutto di scelte precise e mirate.

Tutto questo dà un’energia al racconto che si addice perfettamente a quel periodo storico, un momento in cui l’NBA non era ancora l’impero che conosciamo oggi, e che arrivava da alcuni dei suoi anni più bui costellati fra le altre cose da una serie di scandali legati alla droga, le cui ripercussioni sono ancora presenti in Winning Time. La schizofrenia visiva è il modo migliore per rappresentare un mondo, quello della palla a spicchi, ancora alla ricerca di una vera identità tra la fine degli anni settanta e ottanta, un momento storico di grande transizione anche lontano da quello che ruota attorno al basket. Certo, per chi si aspettava qualcosa di più tradizionale, è probabile che Winning Time risulti essere disorientante e non affine a quelle che erano le aspettative, ma a conti fatti questa scelta dà alla serie una marcia in più.

Winning Time: The Rise of the Lakers Dynasty - Stagione 1Restando in ambito visivo, c’erano ovviamente grandi aspettative sulla qualità delle scene di basket vero e proprio. Lo sport è storicamente difficile da riprendere, soprattutto quando si ha a che fare con qualcosa di rapido e dai gesti atletici così unici e dal coefficiente di difficoltà così alto come il basket. Winning Time non sfigura da questo punto di vista, nonostante qualche sequenza in cui la lentezza o la rigidità degli attori rovinano leggermente la magia, grazie anche a un’ottima regia che fa un buon uso di ralenti, freeze frame, e tagli rapidi per trasmettere l’intensità di questo sport. Dove però la serie raggiunge il picco nella rappresentazione del basket è nella quarta puntata, “Who the F**k is Jack Mckinney” diretta da Damian Marcano, durante il training camp a Palm Springs: lì vediamo forse una delle messe in scene migliori degli ultimi anni di questo sport, in cui tutta l’energia, la rapidità, e la fisicità della pallacanestro arrivano in tutta la loro bellezza allo spettatore, sequenze in cui si vedono tutti i frutti del lavoro visivo fatto da Winning Time.

Ovviamente non basta questo a fare della serie un prodotto riuscito, perché oltre a doverci mostrarci le gesta di alcuni dei più grandi atleti di sempre, c’è anche tutto quello che accade fuori dal campo, e quando si ha a che fare con dei veri e propri mostri sacri, la scrittura ha sulle spalle un peso enorme. Come nel caso della regia, fortunatamente anche qui l’impegno è altissimo, e Max Borenstein, Jim Hecht e tutti gli altri sceneggiatori ci consegnano dieci ottime puntate, soprattutto nella prima metà fino all’incidente di Mickinney, dove gli ingredienti di Winning Time si amalgamano alla perfezione.
Si nota un leggero calo tra gli episodi “Momento Mori” e “California Dreaming”, in cui, nonostante l’arrivo di alcuni dei momenti più importanti di questo grande racconto come l’ingresso in scena di Larry Bird – la cui rivalità con Magic viene descritta in una splendida scena con vari riferimenti a Star Wars in cui vediamo il futuro commissioner dell’NBA David Stern – non tutto funziona come all’inizio. Non si tratta comunque di nulla che porti Winning Time a essere di difficile visione e che faccia addirittura a pensare di abbandonarla, fortunatamente.

La serie ha anche il grandissimo merito di non avere paura di mostrare i lati più oscuri dei suoi protagonisti. Sfidiamo chiunque a pensare che, dopo dieci puntate, Jerry Buss appaia come un eroe positivo; di certo è stato fondamentale nel resuscitare una squadra che, prima del suo arrivo e quello di Magic, era davvero vista come una compagine di perdenti, sempre nell’ombra degli inarrestabili Boston Celtics di Bill Russell, ma emergono davvero tanti aspetti del suo carattere che ne sottolineano la complessità ma anche la tossicità.

Winning Time: The Rise of the Lakers Dynasty - Stagione 1Merita un grandissimo plauso anche tutto il cast e, di conseguenza, la casting director Francine Maisler, perché la scelta degli attori è davvero impressionante. Oltre ad aver azzeccato visivamente le controparti – ci sono momenti in cui Quincy Isaiah ricorda davvero tantissimo Magic Johnson, soprattutto quando ne replica il sorriso contagioso –, tutti i protagonisti riescono a dare il giusto peso e personalità ai loro personaggi, trasmettendo con grande abilità l’importanza di chi stanno interpretando. Uno degli esempi migliori è sicuramente Adrien Brody nei panni di Pat Riley, indubbiamente tra i più bravi perché alle prese con una figura meno eccentrica di tante altre ma dall’enorme importanza – e lo stesso vale per Solomon Hughes che ci regala uno splendido Kareem Abdul-Jabbar. Piccola curiosità: nel cast c’è anche DeVaughn Nixon, che interpreta il padre Norm Nixon, ex giocatore anche della Scavolini Pesaro.

In definitiva, Winning Time: The Rise of the Lakers Dynasty è un prodotto molto riuscito, una serie in cui la scelta di trattare lo sport in maniera atipica e visivamente opposta a quello che siamo abituati è decisamente azzeccata. Lo show è stata rinnovato per una seconda stagione, e la cosa più entusiasmante è che, considerando gli aventi degli anni successivi, il meglio deve ancora arrivare.

Voto: 8

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