
La prima stagione (che funge da prequel al materiale dell’omonimo romanzo) ha infatti plasmato la storia come un thriller adrenalinico in cui una famiglia inseguita dal governo deve affrontare cartelli della droga, inseguimenti, sparatorie e fughe per sopravvivere e provare a ricominciare una nuova vita lontano dalla società. Questa seconda stagione era ora chiamata a decidere se conservare quel tono o sposare il carattere leggermente più riflessivo del libro, incentrato soprattutto sulla figura di un padre che nel suo fanatismo anti-capitalista costringeva la propria famiglia a seguire un’utopia irrealizzabile di vita nella giungla con inevitabili conseguenze distruttive.
La premiere, però, delude molto le aspettative da questo punto di vista: non viene introdotta alcuna linea narrativa principale e nemmeno la direzione che la storia intende prendere. L’episodio è essenzialmente un lungo flashback che ci racconta l’origine da cui tutto è partito, una sorta di lungo spiegone non necessario che ci mostra cose che erano già facilmente intuibili e altre che avrebbero tranquillamente potute essere sintetizzate in un flashback veloce o persino in un dialogo. Narrativamente, iniziare la stagione con un salto nel passato puramente illustrativo è forse la scelta più sbagliata che si potesse fare.
Il secondo grande errore è la ridefinizione del ruolo del protagonista all’interno della serie. Nel romanzo, Allie era una figura estremamente contraddittoria, sempre in sospeso tra idealismo e fanatismo, ma che soprattutto rimaneva vittima delle proprie scelte. Se sulla pagina scritta la sua decisione di portare la propria famiglia a vivere nella giungla era consapevole e ponderata, qui la serie trasforma Allie in un uomo in fuga dal governo e che in realtà sceglie quel tipo di vita solo per proteggere la propria famiglia dai “cattivi” che li vogliono catturare.

In sostanza, se la prima stagione sembrava aver evitato lo stereotipo della figura eroica del padre di famiglia che si immola per la salvezza dei figli e della moglie, qui si ha l’impressione che la serie sia caduta nei luoghi comuni della retorica un po’ spicciola (e ormai anacronistica) di molti prodotti standard, facendo perdere quel poco di originalità che lo show aveva ottenuto nella caratterizzazione dei suoi personaggi.

Ciò che infatti aveva funzionato in The Mosquito Coast nella precedente stagione era proprio il senso di avventura e di thriller che coinvolgeva la famiglia in ogni episodio e che trasformava ogni location in una parte importante della narrazione, che fosse una città, una villa, o la natura stessa. Qui i protagonisti si trovano ad affrontare le prime difficoltà della giungla e, seppure la scrittura non brilli per originalità, si recuperano in parte le sensazioni positive della scorsa annata. La regia e la fotografia impreziosiscono il tutto (la scena del naufragio è di grande impatto), ma di nuovo manca un senso di progressione e di reale pericolo. Tutte le difficoltà vengono risolte in maniera troppo facile e anche la scoperta di un impianto petrolifero abbandonato, in cui tutti i suoi operai sono stati presumibilmente uccisi, non aggiunge molto al racconto perché ancora privo di un qualsiasi contesto.
Insomma, il cambio di showrunner non sembra aver giovato molto alla serie: Neil Cross aveva dato un ritmo serrato al racconto, oltre ad aver gestito la caratterizzazione dei personaggi in maniera non scontata; Will Scheffer, invece, sembra aver appiattito la narrazione, rendendo la serie un compitino facile da svolgere che si rifugia in degli stereotipi che sembravano appartenenti ad un’altra era della televisione. Se questo è solo l’antipasto di quello che la serie diventerà, proprio ora che aveva il delicato compito di adattare il materiale vero e proprio del romanzo, The Mosquito Coast non avrà probabilmente un futuro facile in un panorama così ricco come quello di AppleTV+.
Voto 2×01: 5
Voto 2×02: 6
