
Se già i primi episodi di questa seconda stagione di Severance davano l’avvio per una narrazione non lineare, caratterizzata da cambi repentini di ambientazione, nuovi personaggi e nuovi equilibri tra i corridoi della Lumon e scelte difficili per i protagonisti, le promesse sono state rispettate dal resto dell’annata. La trama ordita da Erickson, infatti, ha la struttura di una escalation continua che raggiunge il culmine con il finale di “The After Hours” e che porta tutti i personaggi a compiere un percorso che – in modo quasi sempre naturale e non forzato – li mette nella posizione di prendere una decisione difficile, se non impossibile. A differenza della prima stagione, questo percorso è caratterizzato da alcuni episodi che spostano il focus dalle ambientazioni classiche dello show o per concentrarsi su alcuni personaggi in particolare o per fornire chiarimenti attraverso flashback rivelatori, dando alcune risposte ai misteri della serie.

Irving, infatti, prosegue il suo percorso narrativo solo all’esterno della Lumon e non riappare nemmeno per il finale di stagione. Nella sua trama ritorna il Burt interpretato da Cristopher Walken, con il quale cerca di recuperare i ricordi della loro relazione chiusi tra le quattro mura dell’edificio in cui lavoravano. In qualche modo il sentimento che li ha legati all’interno dell’azienda li porta a ritrovarsi e a interrogarsi sul loro legame, pur non avendo memoria di quanto accaduto; da questo confronto scopriamo qualcosa in più sul background dei due personaggi e soprattutto sulla tragicità di quello di Turturro che non è mai stato capace di legarsi a qualcuno prima di conoscere Burt. Nell’ottica del concept sci-fi di Severance, ovvero la separazione netta tra vita lavorativa e vita privata, questo particolare momento ragiona sui legami che possono nascere sul posto di lavoro e su come anche da questo punto di vista non sia salutare dividere nettamente queste due vite. Inoltre la sottotrama lascia molti interrogativi sia rispetto alle indagini compiute da Irving – con chi parla al telefono? – sia sull’effettiva inconsapevolezza di Burt che sembra nascondere più di un segreto.

La storia di Harmony mette in evidenza anche il tema dello sfruttamento minorile alla Lumon, un argomento sottolineato anche dall’introduzione del personaggio di Eustice Huang (Sarah Bock), la giovane manager che viene posta ad affiancare Milchick al “Severed floor”. La sola idea che una ragazza così giovane lavori in un ruolo che gli spettatori hanno ormai imparato ad associare alla crudeltà e alla disumanizzazione di un’azienda che sfrutta i lavoratori sottoposti a scissione è inquietante di per sé, se poi ci si aggiunge la bravura dell’attrice che interpreta il personaggio diventa spaventosa. La relazione che intrattiene con Milchik è quanto di più folle e grottesco che abbia offerto lo show finora e, se l’obiettivo di Erickson era quello di rafforzare l’arco di caratterizzazione del personaggio interpretato da Tramell Tillman in questa stagione, l’obiettivo è decisamente riuscito: il nuovo responsabile del piano, infatti, subisce continue vessazioni e rimproveri dai suoi superiori, nonché discriminazioni velate. La sua fede incrollabile in Kier viene messa a dura prova e la prossima stagione potrebbe portare a compimento un capovolgimento di fronte che avrebbe senso con il percorso narrativo visto finora.

Sullo sfondo di tutto quello che si è già detto, Severance continua a lavorare sul tema del doppio e sul concetto filosofico che sta alla base stessa del processo al quale la Lumon sottopone i suoi dipendenti. È possibile dividere una persona in due distinte personalità? Sono effettivamente due persone diverse? A caratterizzare una vita sono solo le proprie caratteristiche innate o le esperienze che fa del mondo? Le emozioni possono trascendere il processo di scissione? Questi sono solo alcuni dei quesiti che tornano a bussare alla mente degli spettatori durante questa seconda stagione, eppure l’adrenalinico finale prova a rispondere ad alcune domande offrendo ulteriori spunti di riflessione. Intanto è struggente il dialogo che Mark intrattiene con il suo innie – o si potrebbe dire che Mark intrattiene con il suo outie – che mette in luce proprio uno dei dilemmi a cui si accennava, oltre che crearne un altro ancora più complesso per il personaggio: se il processo di rigenerazione ha successo e le due personalità si riuniscono, quale delle due sopravvive e quale no?

Si potrebbe continuare a scrivere molto di Severance, per quanto è densa e ricca di avvenimenti questa stagione. Si potrebbe parlare del personaggio di Dylan e di come Milchik tenti di tenerlo sotto controllo offrendogli la possibilità di vedere la moglie del suo outie, interpretata da Merritt Wever, oppure del misterioso dipartimento deputato all’allevamento di agnelli diretto da Lorne (Gwendoline Christie). In tutto questo l’unico appunto negativo che si potrebbe fare alla seconda annata dello show è il suo essere davvero troppo ricca di materiale e idee da risultare alle volte troppo celere in alcuni passaggi narrativi o troppo lenta in altri; di certo rispetto alla prima, la seconda stagione soffre a tratti la non linearità della narrazione, risultando alle volte spezzettata e complessa da seguire se guardata senza l’adeguata attenzione, complici anche gli episodi tematici di cui si è parlato ampiamente prima.
Ovviamente è una minuzia rispetto alla bellezza estetica e alla ricercata complessità narrativa della seconda annata di Severance, che si conferma come uno degli show migliori del panorama contemporaneo, di certo uno di quelli in grado di dialogare di più con i temi con cui ci confrontiamo nella vita di tutti i giorni. Se la seconda stagione di uno show che ambisce ad essere davvero significativo è quella più importante, allora Erickson e Stiller sono riusciti ad alzare ancora di più l’asticella e a creare un prodotto che intrattiene e fa riflettere, un vero cult contemporaneo.
Voto: 9
