Severance – Stagione 1


Severance – Stagione 1Ormai in questi primi anni di vita della nuova piattaforma streaming di Apple, il colosso americano della tecnologia, abbiamo imparato a conoscere più o meno gli standard dei suoi prodotti originali, tra i film e le serie TV: alla costante ricerca di uno show in grado di catalizzare l’attenzione e creare un buzz mediatico che spinga le persone ad abbonarsi, la piattaforma si è subito concentrata sullo scritturare grandi nomi, tra attori, sceneggiatori, produttori e registi, convinti che questi avrebbero sfornato prodotti di qualità e attratto spettatori, in particolare tra le serie drammatiche.

In tal senso abbiamo ottenuto show ad altissimo budget e di qualità sempre medio-alta, tra cui inizialmente spiccavano The Morning Show – che poteva contare sui nomi di Steve Carell, Jennifer Aniston e Reese Whiterspoon tra gli altri – ma anche See – distopico con Jason Momoa – e For All Mankind – ucronia nata dalla mente di Ronald D. Moore. Tutti questi show hanno ottenuto un relativo successo e una generale acclamazione da parte di pubblico e critica, ma nessuno di questi è stato il boom che Apple si aspettava; per arrivare a uno show in grado di far parlare davvero di sé si è dovuto aspettare fino all’uscita dell’ottima comedy ambientata nel mondo del calcio professionistico Ted Lasso che, insospettabilmente, è in breve tempo diventata lo show di punta, finora, della piattaforma, oltretutto facendo strage di premi e così facendo nobilitando in qualche modo la piattaforma streaming su cui la si può guardare. Questa premessa ci porta dritti alla nascita di Severance, serie creata da Dan Erickson e Ben Stiller – quest’ultimo anche regista della maggior parte degli episodi della prima stagione – che racconta una distopia nella quale un’azienda propone ai suoi dipendenti la pratica della “scissione” – così viene tradotto in italiano il titolo della serie –, ovvero la possibilità di dividere la propria mente tra la parte della giornata in cui si lavora e quella in cui si vive la propria vita, senza che l’una o l’altra “personalità” ricordino nulla di cosa succede all’altra. Questo show si pone dunque sulla scia delle grandi produzioni della piattaforma, cercando di uscire dalla propria nicchia di pubblico e di affermare la propria voce sul panorama televisivo odierno; a conti fatti, con una stagione all’attivo, si può dire che Severance ha tutte le carte per farcela, e l’unanime acclamazione della critica non è che una conferma.

Severance – Stagione 1Già dai primi episodi si aveva la netta sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di davvero interessante: la serie di Erickson si proponeva fin da subito come una critica neanche troppo sottile al sistema capitalista, esasperando grazie alla fantascienza il principio che mira all’efficienza massima del lavoratore durante le sue ore in azienda. Con la separazione della sfera personale da quella lavorativa, l’individuo che si genera all’interno della Lumon – la multinazionale protagonista della serie – è un essere creato esclusivamente per compiere le sue mansioni, una vita che viene generata per essere al servizio totale di una corporation. Questa brillante quanto terrificante intuizione genera tantissime domande e mette sul tavolo questioni etiche e morali non di poco conto, anche considerando che il sistema socio-economico nel quale siamo immersi non fa che tendere sempre di più verso questa direzione.
Come se questo non bastasse, i protagonisti della serie non sanno realmente in cosa consiste il loro lavoro: le funzioni che svolgono sono totalmente astratte – inserire dei numeri in cartelle di lavoro al fine di “raffinare” i dati che arrivano sui loro terminali –, portando la metafora proposta dallo show su un altro livello di lettura. È chiaro il riferimento all’evanescenza e alla non-trasparenza delle nostre multinazionali, che nascondono i loro “affari” dietro maschere digitali e strisce di codice, alle volte celando ai propri stessi dipendenti – che normalmente sono poi i meri esecutori di direttive che arrivano dall’altro – quello che effettivamente stanno facendo. Nel caso di Severance quello che fanno gli impiegati dell’MDR – Macrodata Refinement Division – è il più grande mistero della stagione, opportunamente non svelato nemmeno nel finale – per fortuna lo show ha già ottenuto il rinnovo per una seconda annata.

Severance – Stagione 1È possibile guardare a Severance anche come un ribaltamento di uno dei generi classici della televisione moderna portato in auge specialmente dalle comedy, ovvero gli show ambientati sul luogo di lavoro – si pensi ai vari The Office, Parks and Recreation, ma anche nel campo dei drama a Mad Men per esempio. Nella serie di AppleTV, infatti, le scene ambientate durante l’attività lavorativa sono una componente fondamentale della narrazione, anche quando queste sono slegate dalla trama mystery. Lo show comincia con l’introduzione di una nuova collega e, attraverso il suo sguardo, impariamo a conoscere le abitudini e le relazioni all’interno dell’ufficio; se questa dinamica suona familiare è perché si tratta di uno schema narrativo piuttosto classico e in questo caso è decisamente voluto. Per forza di cose, però, una serie che presenta una distopia di questo tipo e problematizza in modo tragico quello che provano gli innies o “interni” – nella serie sono chiamate così le identità all’interno della Lumon – non può che cominciare con il tono di una workplace comedy per poi sfociare ben presto nell’atmosfera del più cupo dei drama, portando questa nuova leva – nella serie è Helly, il personaggio di Britt Lower (Man Seeking Woman) – a destabilizzare in modo permanente l’equilibrio di tutto l’ufficio.

Severance – Stagione 1Helly è, infatti, l’elemento dirompente che fa esplodere le tensioni latenti tenute fino a quel momento a bada dai meccanismi di controllo indiretti della Lumon: in tal senso una delle parti più interessanti della serie è andare a scoprire tutti gli inquietanti lati della filosofia alla base dell’azienda e di come questi siano propinati agli innies quasi come una religione. I manuali della Lumon sono trattati alla stregua di libri sacri e gli articoli che regolano le norme di comportamento dei dipendenti sono dei veri e propri comandamenti; persino la vita del fondatore della Lumon è trattata come la venuta messianica di un essere divino. Anche in questo è chiaro il riferimento alla rigidità e alla composizione di molte filosofie aziendali della nostra contemporaneità e a come queste finiscano per assorbire il lavoratore che si deve votare completamente al culto del profitto per il proprio datore di lavoro. In Severance tutto ciò è portato all’estremo dal fatto che gli innies hanno la possibilità di conoscere solo il culto che viene insegnato loro dall’azienda in quanto le loro vite iniziano e finiscono ogni volta che prendono l’ascensore per entrare e uscire dall’ufficio; come viene affermato più volte, queste identità separate sono come dei bambini, dei gusci vuoti che l’azienda può riempire con i loro principi che non potranno che considerare come l’unica verità. In questo dispotismo culturale e psicologico si forma un equilibrio fragile, che può essere sconvolto dalla prima perturbazione esterna, come in questo caso è il libro motivazionale di Ricken (Michael Chernus), che fa scoprire alle giovani menti dei dipendenti della Lumon un modo diverso di vivere e soprattutto un modo diverso di pensare. La scelta degli autori è grandiosa: l’impulso che smuove le coscienze sopite di Mark e degli altri è la forza delle idee, l’incredibile energia data dalle parole, che a chi guarda forse paiono come dei luoghi comuni e delle frasi fatte, ma che in quel contesto specifico diventano rivoluzionarie.

Come se i riferimenti ai meccanismi che regolano una dittatura non fossero abbastanza, la conferma di tale intento meta-narrativo la abbiamo dalla scoperta che la Lumon inganna i dipendenti di diversi reparti al fine di alimentare odio e divisione tra di essi. Il quadro che dovrebbe rappresentare una scena di violenza perpetrata da un ufficio all’altro che cambia in base a quali dipendenti lo possiedano è emblematico di ciò. Tutto questo viene usato per allontanare tra loro gli individui: i rapporti personali che vanno oltre l’amicizia tra colleghi sono mal visti, non perché potrebbero influire negativamente sulle performance lavorative, ma perché l’azienda teme l’unione delle masse; se volessimo traslare la metafora in un contesto socio-politico più facile da visualizzare nella nostra realtà storica, diremmo che il governatore dispotico deve temere il popolo unito che potrebbe rovesciarlo. La relazione tra Irving e Burt (gli splendidi John Turturro e Christopher Walken) viene stroncata non appena scoperta con la pensione anticipata del secondo proprio per questo motivo.

Severance – Stagione 1La narrazione di Severance, però, non si svolge solo negli asettici uffici della Lumon, ma ci mostra fin da subito la doppia vita del protagonista, Mark Scout, interpretato da un bravissimo Adam Scott, ed esplora le motivazioni che lo hanno spinto ad accettare la scissione. Grazie a questa storyline in primis gli autori hanno la possibilità di esplorare il tema dell’elaborazione del lutto, sebbene si capisca come questo non sia e non voglia essere il fulcro dello show, ma soprattutto possono condurre su un binario parallelo la presa di coscienza di Mark che, insieme al suo interno, affronta un percorso molto simile di “risveglio” dal torpore della propria esistenza. Nella vita reale è l’arrivo di Peter (Yul Vazquez) l’elemento che sconvolge la quotidianità del protagonista e lo spinge a mettere in discussione le sue scelte e le sue certezze. In questa prima stagione viene solo accennato il dibattito che si svolge intorno al tema della scissione nella società civile, e i pochi spunti emergono soprattutto perché li vediamo attraverso gli occhi di Mark, ma è evidente che questo elemento assumerà un ruolo sempre più importante nello show, anche considerata l’escalation di eventi degli ultimi episodi.

Come era prevedibile, nella parte finale di stagione il ritmo compassato e riflessivo dei primi episodi accelera improvvisamente e porta i protagonisti a compiere una scelta radicale, fino a riuscire a risvegliare i loro innies all’esterno della Lumon. L’ultimo episodio “The We We Are”, titolo che riprende quello del libro galeotto di Ricken, è difatti un crescendo di tensione che mette Mark e gli altri di fronte a un mondo completamente diverso da quello che conoscevano: quello che i personaggi scoprono è la verità sui loro outies e sui motivi che li hanno spinti a lavorare per la Lumon, verità che si rivelano per tutti dolorosissime – Helly scopre di essere una Eagan e che la sua vita non è altro che un esperimento, Irving scopre che Burt è felicemente sposato, Mark che la moglie che dovrebbe aver perduto è in realtà ancora viva. Erickson fa un ottimo lavoro sulla sceneggiatura poiché non solo approfondisce e dà un senso alle azioni di tutti i personaggi, giustificando le loro scelte e la loro evoluzione, ma riesce a incastrarli perfettamente uno con l’altro in modo da raggiungere l’apice di tensione che chiude l’episodio, ovvero il momento in cui il “risveglio” termina perché Dylan (Zach Cherry) viene fermato da Milchik (Tramell Tillman).
Severance – Stagione 1Ovviamente come in molte serie, anche qui bisogna perdonare alcune forzature narrative – con il senno di poi necessarie – che lasciano gli spettatori un po’ increduli; su tutte ne saltano immediatamente all’occhio un paio: come mai in un’azienda che tiene così tanto alla segretezza e al controllo sociale dei propri dipendenti la sicurezza è affidata a una sola persona? E di seguito a ciò: come mai dopo aver appreso della morte di Doug il suo passepartout non è stato disabilitato, permettendo così ai protagonisti di accedere alla sala comandi? Si tratta ovviamente di minuzie se vengono considerati come passaggi indispensabili per far progredire la trama, e non disturbano per nulla il godimento della storia che gli autori vogliono raccontare, che è la parte importante.

Un altro dei punti di forza di Severance è l’attenzione ai dettagli e a come questi si uniscano nel creare un worldbuilding interessante e stratificato. Nelle procedure aziendali, per esempio, è spaventosa la punizione che viene inflitta ai dipendenti che contravvengono alle regole nella “Break Room”, dove, grazie al gioco di parole offerto dalla lingua inglese, una stanza che normalmente dovrebbe essere un luogo di riposo – break appunto – si trasforma in una sala di tortura dove le persone vengono spezzate – break che assume il significato del verbo “to break”, rompere. La “pena” inflitta, quella di ripetere un’infinità di volte una frase di scuse finché la macchina della verità non rivela il reale pentimento dell’individuo, è atroce e non fa che sottolineare quel tentativo di controllo indiretto che la Lumon vuole avere sulle coscienze dei dipendenti.

Severance – Stagione 1Anche dal punto di vista tecnico Severance eccelle: lo sguardo di Ben Stiller si traduce in una regia molto geometrica che esalta le scenografie e il minimalismo degli uffici della Lumon. La parte più interessante è come la fotografia e i colori creino un contrasto evidente tra le scene ambientate all’interno e all’esterno dell’azienda, alimentando la divisione tra i due ambienti e dunque tra le due vite dei personaggi. A rendere il tutto ancora più interessante è la scelta azzeccata del cast, tra cui, oltre a quelli già nominati, spiccano Patricia Arquette, qui ad interpretare una mefistofelica quanto enigmatica Mrs. Cobel, e Dichen Lachman, che interpreta Ms. Casey.

Si potrebbe andare avanti ancora a lungo a parlare di tutte le questioni messe in campo da Severance e questo dimostra come si tratti di una serie completa, capace di unire una trama orizzontale avvincente e ben costruita – con i cliffhanger messi al posto giusto per tenere alta l’attenzione – a uno sviluppo coerente dei personaggi senza dimenticare i fulcri tematici sui quali si vuole concentrare. Dalla critica al sistema capitalista alle domande che emergono sui concetti di identità e di individuo, dal tema del doppio a quello della fuga della realtà perché troppo dolorosa: le chiavi di lettura sono molteplici e gli argomenti trattati talmente complessi da non poter ottenere risposte semplici ai quesiti che pongono. Con una prima stagione di livello così alto e così intensa sarà difficile, ma anche bello, aspettare la prossima.

Voto: 9

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Informazioni su Davide Tuccella

Tutto quello che c'è da sapere su di lui sta nella frase: "Man of science, Man of Faith". Ed è per risolvere questo dubbio d'identità che divora storie su storie: da libri e fumetti a serie tv e film.

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