Giunta al termine la seconda stagione della nuova era di Doctor Who, diventa un po’ più chiaro l’esperimento solo a tratti riuscito di Russell T Davies, desideroso di portare la serie in una nuova fase senza però abbandonare alcuni degli aspetti più riconoscibili della sua lunga tradizione.
La scorsa stagione era stata una piccola rivoluzione nel panorama della serie: il soft reboot aveva dovuto gettare le basi per una costruzione narrativa diversa, in cui il Dottore, per la prima volta, non si è interamente rigenerato e ha dunque lasciato dietro di sé alcuni aspetti della propria vita. In pratica, quello che si è voluto abbandonare è il passato più tragico del Dottore, quello cioè che soffre della distruzione (o presunta tale) del suo pianeta natio; questo ha fatto sì che il Dottore interpretato da Ncuti Gatwa fosse generalmente più allegro, più aperto alle proprie emozioni e più entusiasta, come ci viene ricordato in maniera brillante dall’incontro tra questa generazione e la precedente interpretata da Jodie Whittaker nell’episodio finale. Sul piano produttivo, significava da un lato presentarci un protagonista diverso che potesse davvero incarnare in modo nuovo i tempi in cui viviamo, e dall’altro accogliere il supporto economico di Disney+, con una CGI e un valore produttivo visibilmente migliorato.
La nuova caratterizzazione atipica del Dottore si riflette in alcune piccole ma significative novità, come il costante cambio di abiti e un’emotività spiccata (colpisce quanto velocemente, ad esempio, il Dottore si affezioni alle persone e formi relazioni con loro). Sono modifiche apparentemente secondarie ma esse influenzano non poco la nostra immagine del personaggio, e spiegano in parte anche perché per alcuni spettatori questi cambi possano risultare indigesti o comunque difficili da accettare. La critica è in parte comprensibile soprattutto perchénon c’è stato il tempo o il modo di conoscerlo. Se escludiamo, infatti, tutti quegli elementi già noti del Dottore – la sete d’avventura, il rispetto della vita, le sue intuizioni brillanti -, non abbiamo del Quindicesimo Dottore granché per giudicarlo e ricordarlo. Non c’è un monologo, non c’è un grande momento che in queste due stagioni abbia saputo rendere il Dottore di Gatwa memorabile al pari di altri attori precedenti; c’era stato qualcosina la scorsa stagione nell’episodio “Dot and Bubble”, ma niente che resti caratterizzante per questo personaggio. Nell’episodio “The Interstellar Song Contest”, per esempio, vediamo il lato ‘malvagio’ del Dottore, ma non ha nulla dell’oscurità e del terrore che il Dottore di Tennant ha avuto in varie occasioni; e questo perché è la prima volta che la questione si palesa in questo modo e non ha nemmeno alcuna conseguenza visibile sul rapporto tra il Dottore e la sua compagna.
Queste differenze diventano il soggetto di una delle critiche più sensate a questa run di Doctor Who: il Dottore di Gatwa era e rimane un grande mistero. Un po’ per il numero esiguo di episodi (l’attore ha dalla sua 16 episodi e gli speciali, e in alcuni si vede appena), e un po’ per la scrittura dell’arco stagionale: è difficile capire chi sia Fifteen e quali profondi elementi lo distinguano dalle sue precedenti versioni oltre a un superficiale atteggiamento cordiale nei confronti delle avventure e delle persone che incontra. Qualcosa di unico e rassicurante in questo senso lo si vede solamente nella parte finale della stagione, nel suo grande sacrificio (una rigenerazione precoce) fatta per salvare una vita dimenticata – potenzialmente sua figlia, ma questo poco importa. È qui che si vede la grande umanità del Dottore, lo si riconosce appieno; avremmo però avuto bisogno di vedere questi aspetti molto più di frequente.
Un cambio importante rispetto alla stagione precedente è il passaggio di companion: Ruby, che aveva creato un rapporto speciale con il Dottore nella quattordicesima stagione, diventa qui un personaggio secondario che ritorna in qualche significativo episodio: la troviamo, ad esempio, come protagonista di “Lucky Day”, una delle puntate più riuscite dell’anno, o come parte integrante dei due episodi finali. Al suo posto c’è Belinda (ne riparliamo tra poco), un’infermiera che vuole disperatamente tornare a casa. Facendo uso di un non originalissimo escamotage per viaggiare nonostante l’opposizione della ragazza, il Dottore e la sua compagna vivono varie avventure, alcune più riuscite di altre. Ci sono episodi piacevoli come “Lux”, che sapientemente mescola generi—anche se i riferimenti diretti al fandom sono meno interessanti di quelli che la serie vorrebbe farci credere—o altri poco riusciti, come “The Story & The Engine”, che funzionano meglio sulla carta che nella realtà. Peccato poi che “Wish World” fosse così legato alla trama principale della Rani, perché l’idea di un mondo uniformato all’immaginario distorto e patetico degli incel avrebbe potuto raccontare molto ed evidenziarne per bene le storture e ipocrisie. Invece l’episodio serve come base per un piano estremamente convoluto da parte del villain della stagione, e dunque si perde dietro a colpi di scena e all’ennesimo membro del Pantheon.
A tal proposito e in linea con lo scorso anno, anche questa stagione di Doctor Who riporta alla vita un villain classico pensato perduto. Dopo il ritorno di Sutekh nella scorsa stagione, questa volta è Rani – o meglio, La Rani – a comparire sullo schermo, anche se solo in parte attraverso una nuova interprete. Vista già in vari episodi durante la prima stagione del Quindicesimo Dottore, si svela così l’identità segreta di Mrs Flood, l’allegra vecchietta che rompeva la quarta parete e appariva in vari contesti ed episodi. Rani è in effetti un personaggio molto importante della mitologia del Dottore: apparsa inizialmente nel 1985 (e interpretata da Kate O’Mara), è un’altra Time Lord con un senso di rivalsa nei confronti del Dottore; non è necessariamente malvagia, quanto piuttosto pensata come una scienziata senza limiti morali di sorta. Ritorna sullo schermo interpretata da Anita Dobson e, dopo una bigenerazione, da Archie Panjabi (The Good Wife). Un grosso ostacolo alla buona riuscita di queste due annate, sotto il profilo generale della trama, sembra essere l’incapacità autoriale di creare storie che non facciano costante riferimento alla serie classica: nei due episodi finali, ad esempio, non solo ritorna un nemico storico del Dottore – Rani, che verrà poi eliminata in maniera indegna – ma persino un secondo, Omega. Peccato che, così come con Sutekh lo scorso anno, la questione venga risolta in quattro e quattr’otto, svilendo ogni tentativo di rendere la storia più strutturata e d’effetto. Invece ci ritroviamo a che fare con l’ennesima fine del mondo scongiurata dal Dottore in buona parte senza che si senta la gravità della situazione (e infatti si risolve in metà episodio, lasciando l’altra parte del finale per la rigenerazione), e con uno scontro contro un mostro in CGI che non ha proprio nulla da dire.
In generale, infine, si è perso qualcosa nel passaggio da una narrazione di tipo sci-fi a uno più prettamente fantasy. La trama legata al Pantheon degli Dei sembra, infatti, dimostrare proprio questo: una dipendenza da un tipo narrativo alieno al New Who, e che quindi trasforma il Dottore in una sorta di supereroe che deve risolvere un cataclisma di portata universale senza però che la scrittura sappia mantenere le aspettative. Non parliamo, poi, della pessima gestione dell’episodio finale, che ha fin troppe idee per una trama così inutilmente contorta e complessa da lasciare indifferenti se non frustrati. Se consideriamo che questa seconda stagione non è altro che la continuazione diretta della prima, non si può fare a meno di notare che ci sono ancora un’enormità di trame secondarie non risolte—prima tra tutte l’identità di Ruby (che viene trattata malissimo dal Dottore alla fine del finale) e il volto di Susan, che continua a suggerire un ritorno che non si concretizza.
Tra le novità di questa stagione c’è da menzionare Belinda, la nuova compagna del Dottore: in quello che è un processo certo inusuale in questa serie, la compagna scelta dal protagonista è tale contro il proprio volere. Belinda, infatti, è tutt’altro che felice di compiere le avventure nelle quali si ritrova, ma non può che parteciparvi data l’impossibilità di ritornare a casa. Si prenda ad esempio l’episodio “The Interstellar Song Contest”, in cui a un primo momento d’eccitazione segue il panico di ritrovarsi da sola senza alcuna conoscenza del trentesimo secolo. La risposta di Belinda ai viaggi con il Dottore è umana e comprensibile: o meglio, umana e comprensibile per noi, che possiamo vedere quante volte i compagni d’avventura del Dottore rischiano la vita, ma è del tutto insolita e incomprensibile dal punto di vista del protagonista, il quale non può capacitarsi di come la ragazza non sia eccitata e felice dei viaggi attraverso spazio e tempo. Si mostra quindi un altro lato del Dottore non sempre esplorato fino in fondo ma che ha perfettamente senso se lo si inquadra nell’ottica di chi è alla costante ricerca di cambiare luogo ed esplorare nuovi mondi. Questa situazione si è probabilmente acuita con la bigenerazione del Dottore e con la separazione dalla parte stanca e piena di rimorsi del suo carattere ora in pensione sulla Terra. Peccato che Belinda vada via via sparendo all’interno della stagione, diventando pressoché inutile nel finale (chiusa nella scatola mentre Ruby interpreta il ruolo della vera co-protagonista). Senza entrare nell’universo complesso delle speculazioni in assenza di conferme più o meno ufficiali, sorge il sospetto che ci siano stati molti problemi produttivi all’interno della serie, soprattutto se si notano che alcuni personaggi si sovrappongono e ripetono in modo da far pensare che fossero originariamente pensati come un’unica cosa: si pensi ad Alan e Conrad, ad esempio, ma anche a Ruby e Belinda, la cui sostituzione come compagna non funziona perché quest’ultima esaurisce presto le cose da dire; e in questo senso si potrebbe tornare indietro al piano della Rani e alla banale spiegazione della madre di Ruby. Alcune scelte insensate potrebbero essere giustificate proprio in virtù di complicazioni dovute alla ristrutturazione del dietro le quinte o a cambi di programma in corsa legati al futuro incerto dello show.
Non possiamo che citare altri aspetti: ci sono varie guest star e personaggi che ritornano, soprattutto Jodie Whittaker – un piacere rivedere il suo Dottore, anche se effettivamente in un cameo del tutto superfluo – che fa in tempo a farci vedere quanto idealmente sia cambiato tra l’approccio dei due Dottori che si incontrano. Non si può però però che soffermarci sui due grandi momenti a conclusione della stagione: da un lato Ncuti Gatwa se ne va, chiudendo così la sua esperienza in qualità di Time Lord; dall’altro la sua possibile sostituzione con Billie Piper, l’indimenticabile Rose. Su quest’ultima novità c’è poco da dire: si tratta davvero del Dottore? E se sì, in tutto per tutto o per un’avventura a tempo limitato come il ritorno di Tennant per gli speciali natalizi? Non è molto chiaro e i dubbi legittimi derivano dai problemi produttivi già citati, incluso il dilemma che riguarda se Doctor Who rimarrà su Disney o ritornerà alla sola BBC (cosa che avrebbe enorme impatto sul budget della serie). Quel che ci interessa ora, però, è che Gatwa ha finito troppo presto, con troppi pochi episodi e senza davvero la possibilità di esprimere tutto il suo potenziale, anche a causa di una scrittura raramente a fuoco sul suo personaggio. Questa seconda/quindicesima stagione ha mostrato più solidità nei singoli episodi rispetto a quanto fatto con la scorsa annata e ha in media episodi più riusciti; c’è da ammettere, tuttavia, che i due episodi finali di questa brevissima stagione portano molto in giù il giudizio generale, perché mostrano una profonda confusione nella gestione delle molte linee narrative che si sono aperte negli ultimi anni e una paura autoriale di accettare fino in fondo la sfida di dare a Doctor Who un nuovo percorso. Incerti sul futuro, possiamo solo dire che il Dottore resiste tra alti e bassi, capace di creare ancora momenti di grande impatto emotivo ma troppe volte vittima del peso della propria storia.
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