
Per questo 2025 abbiamo individuato 20 serie che secondo noi non dovreste proprio perdervi: non ci sono distinzioni di genere, come ormai accade da qualche anno, anche perché ormai è difficilissimo trovare uno show che sia puramente drama, comedy o dramedy. Questo è di certo un elemento positivo, perché consente la sperimentazione in tutte le direzioni e la contaminazione tra generi, portando e a show un tempo inimmaginabili.
Le scelte sono state quelle personali delle nostre redattrici e dei nostri redattori, quindi del tutto soggettive: fateci sapere cosa ne pensate e, se avete qualche serie da consigliare, scrivetelo nei commenti!
Cominciamo quindi con le prime 10 serie del 2025 consigliate dalla Redazione di Seriangolo!
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The Pitt – HBO Max
La storia della serialità televisiva è segnata da alcune costanti inamovibili e una di queste è certamente il genere medical: questa continua produzione porta con sé, in maniera inevitabile, la difficoltà a proporre prodotti che sappiano ancora stupire il pubblico. Forse per questo è stato necessario guardare al passato per arrivare a una serie di così alta qualità come The Pitt: partendo da uno dei più grandi medical drama di sempre (E.R.) e tenendone ben saldo il filo conduttore (Noah Wyle, che allora interpretava John Carter, qui è protagonista e produttore esecutivo), la serie Max raccoglie l’eredità del passato e la riscrive per il pubblico di oggi, dimostrando come il genere medico sia tutt’altro che finito. The Pitt è ambientata in un ospedale pubblico, in particolare nel pronto soccorso guidato dal dottor Rabinovitch (Wyle), e racconta in maniera diretta, realistica e cruda la realtà di 15 ore di lavoro del personale di primo soccorso: ogni puntata, infatti, mostra un’ora di questo turno di lavoro, in una sorta di commistione tra lo storico E.R. e l’altrettanto leggendario 24. Non stupisce il successo che ha caratterizzato la stagione: The Pitt, nonostante le ispirazioni, non si accontenta dell’effetto nostalgia ma parla di problemi contemporanei comprensibili da chiunque, dai fallimentari sistemi sanitari alle difficoltà affrontate dal personale ospedaliero, fino alle tragedie contemporanee che si dipanano tra casi intimi e collettivi. Il ritmo è adrenalinico quando necessario e misurato nelle situazioni più difficili, facendo percepire l’autenticità di quello che ci viene mostrato. I nostalgici di E.R. ameranno questa versione 2.0 della serie di Crichton, e chi invece non l’ha mai vista non potrà che essere risucchiato da un modo di raccontare la realtà del pronto soccorso che lascia senza fiato. La serie tornerà con la seconda stagione l’8 gennaio 2026 (il 13 in Italia su HBO Max).
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M: Il Figlio del Secolo – Sky Atlantic
Un affresco cupo, un sordo pugno allo stomaco che straborda di domande, alcune retoriche, molte senza risposta: M: Il Figlio del Secolo, serie in otto episodi, trasmessa da Sky Atlantic, è questo e tanto altro ancora. Diretto da Joe Wright e tratto dal bestseller di Antonio Scurati, lo show ricopre gli eventi storici che vanno dal 1919 al 3 gennaio 1925, giorno del discorso di Mussolini in Parlamento dopo il delitto Matteotti. La serie, come già in parte il romanzo di Scurati, ha il pregio di proporre un confronto con uno dei più controversi periodi del nostro passato fuori dalla retorica che spesso accompagna la narrazione storica.
M: Il Figlio del Secolo utilizza e combina armonicamente le proprietà specifiche e tecniche del mezzo filmico per costruire un racconto efficace, potente e al contempo straniante. Il dialogo con lo spettatore risulta quasi dichiaratamente fascinoso senza essere empatico: il racconto ci immerge nella Storia, ci fa percepire l’eccitazione di una scalata al potere condita di violenza e inerzia, di paura e ambizione. Molte sono le sequenze che strizzano l’occhio alle avanguardie del tempo, condite da flash in bianco e nero e montaggi vorticosi che ci restituiscono l’esordio del Novecento italiano nell’aspetto di un pittoresco quadro futurista, in cui i vari protagonisti si dispongono nello spazio mutando continuamente forma; afferrarne i contorni all’inizio sembra difficile, ma nel corso del racconto la ruota comincia a fermarsi e al rumore si contrappone il silenzio, quello creato da chi zittisce, ma anche da chi decide di non dire e fare nulla. L’uso sapiente dell’artificio artistico consente allo show di andare oltre la specificità storica per soffermarsi su alcuni aspetti profondamente e pericolosamente umani che hanno fatto e continuano a fare la Storia. Ottimo, inoltre, anche il comparto attoriale, tra cui spiccano Luca Marinelli (Benito Mussolini) e Barbara Chichiarelli (Margherita Sarfatti).
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Slow Horses – AppleTV
Sono ormai diversi anni che Slow Horses viene accreditata tra le migliori serie del panorama televisivo contemporaneo e se pubblico e critica stravedono per lei un motivo c’è. Il merito principale dietro questo successo risiede, a parere di chi scrive, principalmente in due fattori: la scrittura brillante delle storie di ogni stagione in un tempo giusto – sei episodi e una trama che si conclude ogni anno – e la scrittura dei personaggi, ormai già iconici e perfettamente caratterizzati fin dalle prime scene. Questa quinta stagione, pur non essendo la più riuscita finora, continua a intrattenere in modo intelligente, costruendo una spy story con forti richiami all’attualità: sullo sfondo di alcuni terribili attacchi terroristici, a Londra è tempo di elezioni tra la ricandidatura del precedente sindaco e quella di un politico conservatore che fa del populismo la sua arma per raccogliere consensi; queste due trame convergono da subito poiché un attentatore si scopre essere un fedele sostenitore del candidato di estrema destra citato poc’anzi. Nel frattempo la squadra capitanata da Jack Lamb – un Gary Oldman ormai perfettamente calato in uno dei ruoli che pare più si diverta a interpretare della sua carriera – deve fare i conti anche con il probabile tentato omicidio di uno dei suoi membri; insomma come sempre Slow Horses mette tanta carne al fuoco e conferma una formula che continua a funzionare ormai da cinque anni, potendo contare su una sesta stagione già pronta per l’anno prossimo e una settima già in produzione. Sembra che niente possa fermare la corsa di uno dei prodotti più apprezzati di AppleTV+ e noi, per il momento, continuiamo a godercelo.
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Black Mirror – Netflix
La settima stagione di Black Mirror segna un ritorno alle origini per la serie: l’impatto narrativo e tematico supera le stagioni precedenti e questo avviene grazie alla ritrovata capacità di intrecciare tematiche trasversali. Le prime due puntate in particolare sono orientate in questa direzione e aprono con un mix di tensione e riflessione che cattura immediatamente: “Common People” esplora un contesto di capitalismo distopico in cui l’amore è spinto a conseguenze estreme e la malattia diventa terreno di sfruttamento e controllo; si assiste a una disperata spirale dove la tecnologia non allevia la sofferenza ma amplifica la fragilità, ed è tra gli episodi più cupi e incisivi della stagione. “Bête Noire” affronta invece il tema dell’effetto Mandela, riflettendo sulla memoria condivisa di eventi mai accaduti e sulla manipolazione. Qui la tecnologia diventa un mezzo di controllo emotivo attraverso cui la percezione della realtà si frammenta generando linee temporali divergenti in grado di innescare inquietudine e paranoia.
I due episodi citati sono esempi perfetti di come questo Black Mirror 7 riesca a parlare del presente attraverso distopie future, affermandosi come una delle stagioni più potenti degli ultimi anni, sia per il livello dei singoli episodi che per la coerenza complessiva. Ogni storia contribuisce alla costruzione di un mosaico che riflette le paure e le contraddizioni della nostra epoca, in cui il filo conduttore è la tecnologia come catalizzatore delle fragilità umane e sociali. Black Mirror invita di nuovo a guardare oltre lo schermo, restituendo allo show la sua vocazione originaria di specchio inquietante della contemporaneità.
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The White Lotus – HBO
La tragicomica serie HBO ideata da Mike White è tornata quest’anno portando sul piatto un insieme esplosivo di personaggi e di combinazioni che ne hanno accentuato la complessità e il fascino. Dopo le precedenti stagioni, ambientate prima nelle Hawaii e poi in Sicilia, quest’anno la scelta è ricaduta sulla Thailandia, scegliendo di puntare sulle irresistibili potenzialità narrative che essa offre.
Nel racconto grottesco e satirico delle contraddizioni dei suoi personaggi più che privilegiati – interpretati da un cast di tutto rispetto –, questa terza stagione di The White Lotus mette in luce tutte le ipocrisie della cosiddetta cultura del benessere che, specialmente in questi contesti, sfrutta antiche tradizioni per piegarle al più cieco consumismo e ad un’appropriazione culturale senza freni. Ciò che ha funzionato quest’anno è stata proprio la messa in scena della mancanza di spessore interiore di molti dei protagonisti: al di là dello sfoggio della propria condizione, la maggior parte di loro si è mostrato essenzialmente vuoto e disperato, privi di quella introspezione spirituale che fingono di ottenere partecipando alle attività del lussuoso resort. Il risultato, non sempre perfetto, è stato un caos interiore e psicologico irresistibile, il cui contrasto con le ambientazioni pacifiche e idilliache perfette del resort hanno donato a questa stagione un’atmosfera peculiare ed efficace. Questa terza stagione ha anche portato più intensità all’onnipresente elemento mystery/crime che caratterizza lo show, donando alle puntate una costante tensione che si è mantenuta anche nei momenti più satirici e grotteschi. In definitiva, The White Lotus continua a confermarsi come una serie capace di intrattenere mischiando divertimento e tragedia, riuscendo nell’intento di ipnotizzarci anche in quest’ultimo anno seriale.
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Dept Q – Netflix
Dopo aver rischiato la vita e aver visto il suo migliore amico rimanere paralizzato, il detective Morck ritorna al lavoro solo per vedersi assegnato un nuovo dipartimento che si occuperà dei cosiddetti casi a pista fredda, ovvero quei reati già indagati in passato ma mai conclusisi. Quella che sembra un’ovvia retrocessione di carriera diventa presto il modo con cui Morck può ritrovare sé stesso tra i traumi della sua vita e guidare un gruppo volenteroso ma inesperto di investigatori o aspiranti tali. Dept. Q è una delle novità Netflix del 2025, promossa per una seconda stagione in arrivo il prossimo anno. Guidata da Matthew Goode, la serie, pur non essendo originale nel proprio concetto iniziale, costruisce un ottimo racconto basandosi su due filoni principali: da un lato l’agguato in cui Morck è caduto vittima, e dall’altro il cold case di Merritt Lingard, di cui però seguiamo le torture presenti e le esperienze difficili del passato. È quest’alternanza di piani narrativi, unita ad una scrittura interessante dei personaggi che compongono il cast di Dept. Q, a rendere la serie molto appetibile per lo spettatore. Qualche ingenuità e stereotipo del genere non creano particolari problemi ad una visione d’insieme che funziona grazie a un ottimo equilibrio di ironia britannica e aspetti più apertamente drammatici. La seconda stagione, pur introducendo di sicuro nuovi casi da seguire, ha ancora molto spazio per approfondire le storie dei personaggi principali, e per spingere questa serie a compiere il salto che le permetterà di maturare.
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Andor – Disney+
Con la sua prima stagione, Andor aveva sorpreso tutti, regalando quello che è probabilmente il miglior prodotto legato a Star Wars dell’era Disney. C’erano dunque aspettative altissime per il suo ritorno, che avrebbe di fatto collegato la serie direttamente al film Rogue One e chiuso, con archi narrativi di tre puntate, il gap di quattro anni che li separava: i dodici episodi andati in onda su Disney+, sono tutto quello che i fan avrebbero potuto sperare. Andor non ha perso minimamente lo splendore del suo esordio, concedendosi anche qualche piccolo momento di “fan service”, senza mai esagerare. Quello che è stato definito “Star Wars per adulti”, però, ha anche l’immenso pregio di essere forse il prodotto audiovisivo uscito nel 2025 ad aver raccontato nel modo più riuscito il presente. Non è nulla di nuovo in questo franchise: George Lucas si era apertamente ispirato alla Guerra in Vietnam per la trilogia originale. Tony Gilroy e il suo team, hanno dato vita a qualcosa di straordinario, anticipando, visti i lunghi tempi di lavorazione che opere di questo livello richiedono, quelli che sarebbero stati i temi centrali dell’America della seconda presidenza di Trump. Il discorso di Mon Mothma in “Welcome To The Rebellion” – episodio vincitore del premio alla miglior sceneggiatura agli Emmy e scritto dal fratello di Tony Gilroy, Dan – incapsula perfettamente quello che si sta consumando in buona parte del mondo. Non si può non menzionare la puntata precedente, “Who Are You?”, incentrata sul massacro di Ghorman, un incredibile crescendo girato magistralmente da Janus Metz che racconta una delle pagine più buie della dominazione Imperiale. In definitiva, Andor ha dimostrato nuovamente quello che è possibile fare con una grande proprietà intellettuale quando alle sue spalle c’è un team con delle idee e una visione molto chiare. Forse non vedremo mai più qualcosa di simile nell’universo narrativo di Star Wars, ma avere a disposizione queste fantastiche due stagioni, è un grandissimo dono.
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North of North – Netflix
Guardando al panorama delle comedy degli ultimi anni si nota una tendenza a cercare l’idea sempre più originale, quella cosa nuova che possa portare da subito attenzione su un prodotto nuovo e che lo distingua da tutti gli altri che sono venuti prima. North of North, invece, non vuole essere per niente uno show groundbreaking, e non nasconde nemmeno il suo essere un prodotto derivativo, nel senso migliore del termine. La storia di questa serie canadese è ambientata nella fittizia Ice Cove, una cittadina sull’Isola del Principe di Galles appartenente alla regione del Nunavut, territori in cui è stata riconosciuta l’identità di patria del popolo Inuit: Siaja è una giovane donna e madre che, ad un certo punto della propria infelice vita, decide di lasciare il marito Ting e ricominciare da zero, trovandosi un lavoro e cercando un’indipendenza che non ha mai avuto a costo di portarsi dietro gli sguardi carichi di giudizio dell’intera comunità. La premessa non è certo originale, come si diceva, ma questa comedy – visibile su Netflix – è un ottimo prodotto che si pone in continuità con la tradizione di serie come Reservation Dogs, in quanto prende il punto di vista di una specifica cultura poco rappresentata in televisione, ma anche Parks and Recreation, per lo stile molto creativo e folle della scrittura delle situazioni e dei personaggi che abitano Ice Cove. North of North è una delle più belle sorprese di questo 2025 proprio perché totalmente inaspettata e il fatto che sia stata rinnovata per una seconda stagione non fa che sottolinearne la sua eccezionalità.
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Long Story Short – Netflix
A cinque anni dalla fine di Bojack Horseman, Raphael Bob-Waksberg ritorna su Netflix con una nuova serie animata che attinge profondamente dalla sua storia e radici. Chiuso ormai l’amatissimo mondo di Bojack costellato di attori – falliti e di successo -, agenti e scrittori, Long Story Short si concentra, invece, sulla vita ed avventure di una classica famiglia ebrea americana del North Carolina. Attraverso dieci episodi si percorre la storia della famiglia Schwooper vivendo insieme a loro momenti di gioia, dolore, divertimento e commozione; inoltre, grazie ad una narrazione fatta di salti temporali, la serie crea dinamismo nel racconto incrementando l’interesse verso ciò che accade ai vari membri della famiglia, distinguendosi fin dalle prime scene dalle altre sitcom familiari. Nonostante il cambio di scenario importante, la serie mantiene tanto dello stile di Bob-Waksberg, regalando sia momenti esilaranti sia di riflessione, a sottolineare come non importa quanto possa apparire distante la storia rappresentata sullo schermo, ci sono sensazioni e vissuti che risulteranno sempre universali: dalle difficoltà dell’essere genitori al bisogno di trovare la propria strada in una famiglia in cui la figura materna ricopre un ruolo preponderante nella vita dei figli, la serie riesce ad analizzare con leggerezza le emozioni di ciascun personaggio facendo entrare lo spettatore nella mente di ognuno regalando squarci di quotidianità dolci e, spesso, fin troppo vicini ai propri vissuti.
Ad affiancare una sceneggiatura profonda ed interessante, vi è anche lo stile d’animazione cartoonesco e in alcuni casi abbozzato che dona alla produzione carattere, distinguendola sia dalla precedente creazione sia dalle altre produzioni Netflix che sempre più spesso tendono ad uno stile fortemente realistico. Per chi sente la mancanza dei dialoghi profondi di Bojack Horseman ed è alla ricerca di una saga familiare d’intrattenimento, Long Story Short è la serie perfetta.
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Hacks – HBO Max
Anche nel 2025 Hacks si conferma una presenza fissa tra le serie TV più interessanti dell’anno. La dramedy creata da Lucia Aniello, Paul W. Downs e Jen Statsky per HBO Max arriva alla quarta stagione senza perdere smalto, continuando a lavorare in modo coerente sui suoi personaggi e sulle dinamiche che ne hanno determinato il successo fin dall’inizio. La nuova stagione riparte direttamente dal finale della precedente, uno dei più tesi della serie: Ava (Hannah Einbinder) costringe infatti Deborah (Jean Smart) a mantenerla alla guida della writers’ room del Late Night Show tramite un ricatto. Da questo tradimento prende forma un racconto fatto di tentativi maldestri di collaborazione, scontri continui e piccoli aggiustamenti emotivi, mentre le due protagoniste cercano, non senza difficoltà, di far funzionare lo show e allo stesso tempo di ricostruire un rapporto personale ormai logorato.
Tra passi falsi, tradimenti e imprevisti, Hacks continua a essere una delle comedy più solide in circolazione, capace di alternare momenti molto divertenti a passaggi più riflessivi, senza mai snaturare il suo personale tono. Il rapporto tra Deborah e Ava resta il fulcro della serie e diventa ancora una volta lo strumento principale per interrogarsi su cosa significhi fare commedia oggi, in particolare per una donna, mettendo in scena un ritratto lucidissimo del mondo dello show business. Allo stesso tempo, la serie riesce a tratteggiare un’amicizia complessa e contraddittoria, fatta di affetto, competizione e dipendenza reciproca, tra le più credibili viste in TV negli ultimi anni. Anche se il finale di stagione sceglie una chiusura volutamente anti-climatica, Hacks mantiene un livello qualitativo molto alto: il rinnovo per una quinta stagione quindi non sorprende e lascia buone aspettative per il futuro della serie.
Appuntamento a domani con le altre dieci serie consigliate dalla Redazione!










