A Knight of the Seven Kingdoms – Stagione 1


A Knight of the Seven Kingdoms – Stagione 1Era l’ormai lontano 2011 quando Game of Thrones faceva il suo debutto assoluto in TV; a distanza di quindici anni e con uno spin-off che conta già due stagioni e una terza in arrivo – House of the Dragon – il mondo creato da George R.R. Martin si arricchisce ulteriormente, sempre su HBO, con l’adattamento della raccolta di racconti A Knight of the Seven Kingdoms, una storia ambientata circa una novantina di anni prima delle vicende della serie madre.

A differenza delle altre due serie che fanno parte dello stesso universo condiviso, A Knight of the Seven Kingdoms vede una durata minore sia in termini di puntate – soli sei episodi per la prima stagione, ma è confermato lo stesso numero anche per la seconda in produzione – che di formato, poiché ogni segmento narrativo dura circa una trentina di minuti. Le differenze, tuttavia, non finiscono qui, in quanto anche il tono dello show – perlomeno per la maggior parte della stagione – è molto meno cupo e serioso rispetto a quanto siamo stati abituati. Per intenderci, non possiamo parlare di una vera e propria comedy, soprattutto alla luce di un paio di episodi con venature decisamente drammatiche di cui si parlerà in seguito, ma di una serie contemporanea che è capace di gestire dei momenti molto leggeri, quasi comici, al fianco di passaggi più pesanti e dolorosi, senza però perdere un equilibrio che funziona e che le dona un’identità decisamente interessante.

A Knight of the Seven Kingdoms – Stagione 1Protagonista di A Knight of the Seven Kingdoms è Dunk (Peter Claffey), cavaliere errante che all’inizio della serie sotterra il proprio mentore e deve cercare da solo la propria strada in un mondo spietato e crudele, almeno finché non incontra Egg (Dexter Sol Ansell), un bambino sveglio che prende come scudiero. La serie si basa per larga parte esclusivamente sul rapporto tra i due personaggi e si può dire che sia una scelta vincente: a differenza della coralità del racconto delle altre due serie ambientate a Westeros, A Knight of the Seven Kingdoms si concentra su una storia “piccola” e slegata dalla grande narrazione storica e politica, evitando di disperdere l’attenzione e potendo sviluppare al meglio i protagonisti anche con pochi episodi a disposizione. Dunk ed Egg legano facilmente perché sono due personaggi che si completano a vicenda: il primo, per quanto fisicamente imponente, è ingenuo e con scarse capacità di adattamento in un ambiente così ostile come quello dei cavalieri e dei nobili dei Sette Regni; il secondo, invece, per quanto sia solo un bambino, è molto furbo e intelligente e dunque la guida perfetta per il cavaliere. Proprio per il naturale rapporto di fiducia che si viene a creare rapidamente tra i due, la rivelazione sulla vera identità di Egg è un pugno allo stomaco per lo spettatore ignaro, ma lo è, soprattutto, per il povero Dunk, che si vede crollare la terra da sotto i piedi.

È importante sottolineare anche una delle caratteristiche principali di ser Duncan l’Alto, ovvero il suo essere un personaggio totalmente positivo: il cavaliere è un uomo buono, di certo impulsivo, ma agisce onorando il proprio giuramento che gli impone di difendere i più deboli. Anche qui siamo in controtendenza con le regole non scritte che governano la caratterizzazione degli altri personaggi di Martin: essi sono quasi sempre moralmente ambigui o sfaccettati, ricchi di contraddizioni e lati oscuri. Questi elementi non mancano di certo in A Knight of the Seven Kingdoms e lo stesso Dunk lo scoprirà a sue spese, ma in linea di massima c’è una separazione più netta del solito tra quelli percepiti come “buoni” e quelli che sono con ogni evidenza avversari del protagonista. Nella categoria degli alleati possiamo per esempio inserire ser Raymun Fossoway e ser Lyonel Baratheon, che tra l’altro scelgono volontariamente di combattere per difendere l’onore e la parola del cavaliere errante, sebbene con motivazioni diverse. Dunk è quindi un protagonista maschile in opposizione al modello predominante degli ultimi anni in TV, non un antieroe meschino o tormentato ma una persona che è spinta dalla volontà di fare del bene e di seguire le regole che dovrebbero guidare il comportamento di un buon cavaliere.

A Knight of the Seven Kingdoms – Stagione 1Arriviamo dunque al quarto e quinto episodio della stagione, i momenti in cui, come si accennava, gli autori e in particolare lo showrunner Ira Parker – anche co-creatore della serie insieme a George R.R. Martin – hanno deciso di sospendere i tratti più leggeri e spensierati per virare su una componente tragica e drammatica. Il protagonista viene messo con le spalle al muro, costretto dalle circostanze e dagli eventi a lottare per avere salva la vita, oltre che a subire il tradimento dell’unico amico che aveva. Possiamo pensare  a “Seven” e a “In the Name of the Mother” come a un dittico di episodi che si completano a vicenda: il primo prepara la strada e pone le basi per far sì che tutta l’azione esploda nel secondo, e lo fa in modo perfetto. In realtà, a guardar bene, tutta la prima stagione di A Knight of the Seven Kingdoms sembra costruita per far arrivare preparato lo spettatore al quinto episodio: i personaggi vengono introdotti man mano e approfonditi quel tanto che basta per renderli rilevanti ma mai banali, e mai in modo forzato. Questo avviene nell’incontro tra Dunk e Lionel durante il primo episodio, per esempio, ma anche nel modo in cui con poche linee di dialogo è tratteggiato Baelor Targaryen, che si rivelerà il vero ago della bilancia per evitare la morte del cavaliere errante prima ancora che inizi il conflitto.

“In the Name of the Mother”, si diceva, è un episodio nel quale converge tutta la tensione accumulata e verso il quale tende tutta la narrazione della stagione, un po’ come accadeva nelle prime annate di Game of Thrones con passaggi indimenticabili tipo “Blackwater” o “The Rains of Castamere”, sempre posizionati poco prima del finale. Nel caso di A Knight of the Seven Kingdoms è particolarmente interessante il modo ultra-realistico con il quale è stata costruita la lotta nell’arena, che non risparmia nulla allo spettatore e rende ogni colpo subito dal povero Dunk una ferita inferta a chi sta guardando. È poi intelligente la scelta di frammezzare la battaglia con un flashback sull’infanzia del protagonista, un passaggio totalmente assente dal racconto scritto da Martin e una delle più corpose aggiunte nella serie rispetto all’opera originale. Oltre ad alleggerire il peso drammatico della situazione e a far rifiatare la narrazione – mezz’ora di solo combattimento sarebbe stato forse troppo – permette infatti di approfondire il passato di Dunk e contestualizzare il modo in cui riesce ad avere la meglio sul suo accusatore, ovvero grazie all’esperienza della vita di strada e ai tanti modi in cui è dovuto sopravvivere nella sua adolescenza. La costruzione dell’episodio – ma anche del precedente – è pressoché perfetta e il suo essere condensato in un minutaggio così breve è essenziale per evitare inutili lungaggini o scene in eccesso; non stupisce che questi due episodi siano stati accolti con entusiasmo da parte di pubblico e critica, e sui principali aggregatori online sono tra gli episodi con valutazioni più alte di sempre dell’intero franchise.

A Knight of the Seven Kingdoms – Stagione 1Il finale della stagione chiude il racconto in modo puntuale, regalando ancora qualche colpo di scena (tra cui una morte eccellente resa molto bene) e ponendo le basi per il futuro dello show che, se seguirà i racconti scritti da Martin, ha per ora materiale per almeno altre due stagioni – anche se sia l’autore della serie che lo stesso Martin hanno dichiarato di avere molto di più a disposizione. Sembra che lo show possa essere una sorta di serie antologica, in cui ogni stagione mette in scena un racconto diverso e autoconclusivo, legato solo dagli stessi protagonisti.

In definitiva, A Knight of the Seven Kingdoms è stata una piacevole sorpresa sulla quale non molti avrebbero scommesso a giudicare dalle premesse. Quanto poteva essere interessante una serie ambientata nell’universo di Game of Thrones senza intrighi di corte e macchinazioni politiche e per giunta incentrata su un cavaliere errante il cui unico scopo è riuscire a partecipare a un torneo? Ira Parker ha dimostrato che una buona scrittura dei personaggi, un’ottima chimica tra gli attori e una narrazione solida sono gli elementi giusti per rendere una serie solida, anche se la storia è relativamente “piccola” e insignificante rispetto a quella che, per esempio, racconta il destino di un intero continente.
È la prova che il franchise tratto dai romanzi di Martin ha un potenziale quasi infinito di storie da trasporre in televisione? Forse la risposta definitiva a questa domanda la avremo dopo l’imminente terza stagione di House of the Dragon – che deve riscattare una seconda in calo – e dopo il rumoreggiato ma non ancora confermato nuovo spin-off che pare ci porterà nell’era della conquista di Aegon dei Sette Regni. Per il momento ci godiamo l’ottimo esordio di A Knight of the Seven Kingdoms e non vediamo l’ora di seguire Dunk ed Egg in quel di Dorne.

Voto: 9


Informazioni su Davide Tuccella

Tutto quello che c'è da sapere su di lui sta nella frase: "Man of science, Man of Faith". Ed è per risolvere questo dubbio d'identità che divora storie su storie: da libri e fumetti a serie tv e film.

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