
A differenza delle altre due serie che fanno parte dello stesso universo condiviso, A Knight of the Seven Kingdoms vede una durata minore sia in termini di puntate – soli sei episodi per la prima stagione, ma è confermato lo stesso numero anche per la seconda in produzione – che di formato, poiché ogni segmento narrativo dura circa una trentina di minuti. Le differenze, tuttavia, non finiscono qui, in quanto anche il tono dello show – perlomeno per la maggior parte della stagione – è molto meno cupo e serioso rispetto a quanto siamo stati abituati. Per intenderci, non possiamo parlare di una vera e propria comedy, soprattutto alla luce di un paio di episodi con venature decisamente drammatiche di cui si parlerà in seguito, ma di una serie contemporanea che è capace di gestire dei momenti molto leggeri, quasi comici, al fianco di passaggi più pesanti e dolorosi, senza però perdere un equilibrio che funziona e che le dona un’identità decisamente interessante.

È importante sottolineare anche una delle caratteristiche principali di ser Duncan l’Alto, ovvero il suo essere un personaggio totalmente positivo: il cavaliere è un uomo buono, di certo impulsivo, ma agisce onorando il proprio giuramento che gli impone di difendere i più deboli. Anche qui siamo in controtendenza con le regole non scritte che governano la caratterizzazione degli altri personaggi di Martin: essi sono quasi sempre moralmente ambigui o sfaccettati, ricchi di contraddizioni e lati oscuri. Questi elementi non mancano di certo in A Knight of the Seven Kingdoms e lo stesso Dunk lo scoprirà a sue spese, ma in linea di massima c’è una separazione più netta del solito tra quelli percepiti come “buoni” e quelli che sono con ogni evidenza avversari del protagonista. Nella categoria degli alleati possiamo per esempio inserire ser Raymun Fossoway e ser Lyonel Baratheon, che tra l’altro scelgono volontariamente di combattere per difendere l’onore e la parola del cavaliere errante, sebbene con motivazioni diverse. Dunk è quindi un protagonista maschile in opposizione al modello predominante degli ultimi anni in TV, non un antieroe meschino o tormentato ma una persona che è spinta dalla volontà di fare del bene e di seguire le regole che dovrebbero guidare il comportamento di un buon cavaliere.

“In the Name of the Mother”, si diceva, è un episodio nel quale converge tutta la tensione accumulata e verso il quale tende tutta la narrazione della stagione, un po’ come accadeva nelle prime annate di Game of Thrones con passaggi indimenticabili tipo “Blackwater” o “The Rains of Castamere”, sempre posizionati poco prima del finale. Nel caso di A Knight of the Seven Kingdoms è particolarmente interessante il modo ultra-realistico con il quale è stata costruita la lotta nell’arena, che non risparmia nulla allo spettatore e rende ogni colpo subito dal povero Dunk una ferita inferta a chi sta guardando. È poi intelligente la scelta di frammezzare la battaglia con un flashback sull’infanzia del protagonista, un passaggio totalmente assente dal racconto scritto da Martin e una delle più corpose aggiunte nella serie rispetto all’opera originale. Oltre ad alleggerire il peso drammatico della situazione e a far rifiatare la narrazione – mezz’ora di solo combattimento sarebbe stato forse troppo – permette infatti di approfondire il passato di Dunk e contestualizzare il modo in cui riesce ad avere la meglio sul suo accusatore, ovvero grazie all’esperienza della vita di strada e ai tanti modi in cui è dovuto sopravvivere nella sua adolescenza. La costruzione dell’episodio – ma anche del precedente – è pressoché perfetta e il suo essere condensato in un minutaggio così breve è essenziale per evitare inutili lungaggini o scene in eccesso; non stupisce che questi due episodi siano stati accolti con entusiasmo da parte di pubblico e critica, e sui principali aggregatori online sono tra gli episodi con valutazioni più alte di sempre dell’intero franchise.

In definitiva, A Knight of the Seven Kingdoms è stata una piacevole sorpresa sulla quale non molti avrebbero scommesso a giudicare dalle premesse. Quanto poteva essere interessante una serie ambientata nell’universo di Game of Thrones senza intrighi di corte e macchinazioni politiche e per giunta incentrata su un cavaliere errante il cui unico scopo è riuscire a partecipare a un torneo? Ira Parker ha dimostrato che una buona scrittura dei personaggi, un’ottima chimica tra gli attori e una narrazione solida sono gli elementi giusti per rendere una serie solida, anche se la storia è relativamente “piccola” e insignificante rispetto a quella che, per esempio, racconta il destino di un intero continente.
È la prova che il franchise tratto dai romanzi di Martin ha un potenziale quasi infinito di storie da trasporre in televisione? Forse la risposta definitiva a questa domanda la avremo dopo l’imminente terza stagione di House of the Dragon – che deve riscattare una seconda in calo – e dopo il rumoreggiato ma non ancora confermato nuovo spin-off che pare ci porterà nell’era della conquista di Aegon dei Sette Regni. Per il momento ci godiamo l’ottimo esordio di A Knight of the Seven Kingdoms e non vediamo l’ora di seguire Dunk ed Egg in quel di Dorne.
Voto: 9
