House of the Dragon – Stagione 3 2


House of the Dragon – Stagione 3Con una battaglia che difficilmente avrà lasciato gli spettatori delusi, si conclude la terza stagione di House of the Dragon, la serie HBO nata dalla costola di Game of Thrones, in un’annata caratterizzata grandi cambiamenti e personaggi allo sbando.

House of the Dragon, sin dal suo esordio, è stato un racconto molto diverso dagli altri due ambientati nello stesso universo: se Game of Thrones è la storia di un popolo diviso che deve difendersi da un male ancestrale destinato ad invadere il mondo dei vivi, e se A Knight of the Seven Kingdoms racconta di valori perduti e ritrovati in gente umile, la storia della fine dei draghi è a suo modo la storia del potere e di chi ne abbia il diritto. È forse tra tutti il racconto più antimonarchico, almeno stando a come le vicende si sviluppano: si chiede chi abbia diritto di comandare, a chi spetti il trono, ma anche che cosa farne una volta ottenuto.

La terza stagione della serie si concentra, ancora una volta, sui due blocchi contrapposti principali – i neri e i verdi – anche se, come si dirà, con un po’ di complessità in più. Nel giro di otto episodi, un re che si credeva morto ritorna più deciso che mai, una principessa diventa una regina e ottiene il trono di spade, anche se ora deve fare i conti con che cosa significhi davvero comandare, e migliaia di civili subiscono ancora una volta la potenza distruttiva dei draghi.

House of the Dragon – Stagione 3Si diceva: Rhaenyra assume a tutti gli effetti il ruolo di regina, prendendo facilmente King’s Landing grazie alla resa forzata organizzata da Alicent. Il suo arrivo da liberatrice è la conclusione di quella che è parsa da subito un’ingiustizia: d’altronde sappiamo bene che era lei l’erede designata dal padre, rifiutata solamente perché donna e vittima degli intrighi degli Hightower. Eppure, ci eravamo così tanto concentrati (noi e lei) sul fatto che fosse l’erede legittima, da non domandarci mai se ne fosse in grado. Per una persona cresciuta con l’idea di ereditare il trono, infatti, Rhaenyra è terribilmente impreparata. La situazione in città è drammatica: non c’è oro, e la sua scelta di consiglieri è fallimentare — il suo primo e principale errore. Se a questo aggiungiamo un diretto lavorio di discredito messo in atto da Ormund Hightower in città, è evidente sin da subito che Rhaenyra avrà pure il diritto di essere regina, ma non ne ha le competenze (su questo si veda il bel terzo episodio). Ha perso quasi tutto, nel frattempo, e la morte di Jace la porta a desiderare una vendetta senza freni. Nel frattempo, brucia intorno a sé ogni relazione, richiedendo una fedeltà cieca solo per diritto divino e senza curarsi di alimentarla con azioni e ricompense. Ai suoi occhi (e ancor più a quelli di Daemon che ne alimenta i peggiori sentimenti) il rispetto e l’amore le sono dovuti; non importa se Ulf è una bomba ad orologeria, né se Haelena sta affrontando un collasso emotivo, non importa se la gente di King’s Landing non ha alcuna ragione per fidarsi di lei o rispettarla.

Nell’ultimo episodio, tutto questo viene a galla in un’ultima presa di coscienza: ha provato per l’intera stagione a convincere gli altri che ha diritto al trono, fallendo. Adesso si prende ciò che ritiene proprio (anche commettendo un omicidio in un tempio), convintasi una volta per tutte che la profezia rivelatale dal padre è incentrata su di sé (spoiler: no). Questo significa passare sopra tutti e tutto, probabilmente un fattore decisivo in quello che sarà il suo futuro. Dalla profezia di Haelena coglie solo il fatto che lei siederà sul trono di spade, non che stia sanguinando e con lei i draghi.

House of the Dragon – Stagione 3Non che Aegon fosse un re migliore di quanto la sorella lo sia attualmente. Il percorso che lo ha portato al trono è stato accidentato, trasportando un ragazzo con enormi problemi a un ruolo che non sembrava destinato a lui. In questa stagione, il suo è un percorso di crescita e di presa di coscienza dei propri limiti e delle proprie aspirazioni. Guidato a lungo dal solo desiderio di vendetta nei confronti del fratello Aemond (su cui c’è poco da dire se non che stavolta è lui quello destinato a rimanere a Harrenhal senza niente da fare), deve subire l’immaginabile per capire, con l’aiuto di Larys Strong, che il suo regno è stato fallimentare e che la sua persona è piena di difetti e problemi. Dove tutto questo condurrà, è ancora presto dirlo: Aegon ha tutto l’interesse a riprendersi il trono, ora che Sunfyre è tornato al suo fianco, entrambi sfigurati ma con una nuova convinzione.

Certi che Aegon fosse morto e in seguito alla scomparsa di Aemond, la sfida al potere si concentra su Ormund Hightower, cugino di Alicent e soprattutto tutore di Daeron Targaryen, terzo in linea di successione. Con la cattura di Tumbleton, Ormund (un fantastico James Norton) si rivela rapidamente come un sofisticato giocatore al game of thrones, tra tentativi di sobillare un’insurrezione, azioni di guerriglia e la cattura di necessari alleati. Ormund è convinto sostenitore di una purezza nobiliare che vede nei Targaryen il nemico, ma non per ragioni altruistiche: il loro uso dei draghi è un sotterfugio per sopperire a una mancanza di intelligenza, un giudizio aristocratico che nasconde un’evidente xenofobia. Dopotutto, i Targaryen sono gli invasori, e agli occhi di Ormund l’arrivo di questi potenti stranieri sulle spalle di draghi rappresenta un’onta ancora mai del tutto risolta. Ma Ormund non è diverso dai Targaryen: anche lui si fida di Ulf, sulla base del senso di obbedienza che è dovuto alla nobiltà. La sua ingloriosa morte in battaglia col fuoco di drago è in un certo senso ironica, ma serve a ricordarci una grande lezione che l’ultimo episodio più di ogni altro ci racconta: non c’è scampo a una potenza di fuoco di questo calibro.

House of the Dragon – Stagione 3Il cuore dell’ottavo episodio, che si può poi estendere al resto della stagione grazie soprattutto al giudizio impietoso di Criston, è che siamo alle prese con un conflitto senza senso, e certamente risulterà tale a moltissimi cittadini che si ritrovano in una guerra civile senza sentirsi parte attiva, se non pedine e vittime alle prese con una nobiltà senza morale. La Danza dei Draghi, come questo periodo sarà noto, è una sequenza di disastri e fiamme, migliaia di morti perlopiù innocenti per soddisfare l’ego di un’unica famiglia a cui il fato ha assegnato delle bestie dalla potenza inimmaginabile. Nessuno, o quasi, tra i Targaryen ha davvero a cuore le sorti di coloro che sono chiamati a governare: è una lotta di potere, una sfida che non avrà vincitori. Alcuni sembrano avere uno spirito più acuto – Daeron vorrebbe fare di più, ma è troppo giovane, una pedina nelle mani di giocatori molto più abili di lui – ma tutti devono accettare lo stato delle cose. Se si pensa a Game of Thrones, si è consapevoli che l’assenza dei draghi è per lungo tempo tutt’altro che sinonimo di pace, ma almeno il livello di morte e distruzione è tutto sommato più contenuto. Non è un caso che “The Treasons at Tumbleton” ricordi da vicino “The Bell”, il penultimo episodio di Game of Thrones in cui Daenerys si lascia andare alla sua follia (parlando di cambiamenti: forse Daenerys avrebbe tratto beneficio da una scrittura più vicina a quella di Rhaenyra, dal momento che l’evoluzione delle due è tutto sommato simile ma non ugualmente riuscita). Le strade si riempiono di morti, i sopravvissuti porteranno tracce indelebili del fuoco su di loro, nulla di Tumbleton rimane nonostante l’intenzione di preservare la città. Quando i draghi sono coinvolti, la distruzione è totale, e non si può fare affidamento sul comportamento di coloro che li guidano – come Ulf e Rhaena ci hanno ricordato in questa stagione.

Ci sono altre vittime, alcune della storia, altre più semplicemente della scrittura autoriale. Haelena è l’esempio della prima: rinchiusa nelle strette mura della sua stanza, trattata da bambina dalla madre, impossibilitata a piangere la morte del figlio, non può che rifugiarsi nei suoi sogni premonitori, disgustata da tutto lo schifo che vede intorno a sé. Una delle poche anime pure di questa serie, non è un caso che Haelena sia spinta al suicidio come l’unica azione in cui può decidere per sé (in un movimento e in un luogo che ricordano il povero Tommen, altra vittima di un mondo per loro troppo violento). Haelena ha già visto che cosa accadrà e come nessuno della sua famiglia si salvi: tutti così ossessionati dal potere. D’altronde lei è l’unica, oltre al padre, a non essere collegata costantemente a un drago (ne ha uno, ma è come se non ci fosse).

House of the Dragon – Stagione 3Purtroppo, gli autori non hanno più spazio per Alicent e, dopo due stagioni costruite intorno alla rivalità e all’amicizia tra Rhaenyra e Alicent, non si può più negare che questa dicotomia non funziona. La madre dei verdi, semplicemente, non ha nessun ruolo da giocare in questa stagione e la sua presenza, se non fosse per la sempre ottima Olivia Cooke, sarebbe del tutto superflua. È difficile capire in che modo si potrà coinvolgerla nell’atto finale di House of the Dragon: forse sarebbe più onesto farla andar via, cosa che ormai dovrebbe fare dal momento che è mal voluta praticamente da tutti. Altre cose nella serie non funzionano, come ad esempio il poco spazio di Aegon e Aemond, il decisamente troppo spazio di Mysaria (personaggio terribile), l’indecisione su cosa fare di personaggi come Baela e Addam.

La stagione, nel complesso, è un passo avanti deciso rispetto a una seconda annata che è sembrata troppo preparatoria e che ha subito vari problemi produttivi nella sua seconda parte. L’evoluzione delle dinamiche fa sì che la serie cambi passo senza stravolgere la propria natura. Se confrontato con Game of Thrones nei suoi anni migliori, non si può nascondere una certa debolezza soprattutto nei dialoghi, eppure, House of the Dragon continua a intrattenere, contiene dei momenti molto riusciti, e soprattutto ci mostra la vitalità di un universo narrativo che HBO sembra avere tutte le intenzioni di continuare a sfruttare.

Voto Stagione: 8


Informazioni su Mario Sassi

Ormai da anni ho capito che il modo migliore per trascorrere le ore in aereo è il binge watching di serie TV. Poche cose battono guardare LOST mentre si è sull'oceano.


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2 commenti su “House of the Dragon – Stagione 3

  • Filippo

    Ho un paio di appunti tra i tanti (sorvolo su Mysaria, Alicent, Rhaena):

    1. Helaena, purtroppo, subisce un finale che si regge in piedi fino ad un certo punto. Ha logica se pensi alla sua situazione, alla dinamica con Rhaenyra e con Alicent. Ne ha meno se si pensa che ha una figlia piccola, che proprio non voleva abbandonare e che gli sceneggiatori si sono ben guardati dal mostrarci nell’ultima puntata.
    Al di là di questo (uno può anche semplicemente pensare che non c’è raziocinio in una scelta simile), il mio problema con la scena è che è debole, manca di pathos. E lo dico con rammarico, perché era un personaggio molto interessante.

    2. La costruzione di Rhaenyra ha molto meno senso della costruzione di Daenerys. Fermo restando che per la seconda gli indizi sul suo lato più oscuro sono lì da tipo la seconda puntata della prima stagione, apprezzo di più un cambiamento “drastico” dovuto alle circostanze come quello che avviene nell’ultima stagione. Da un lato l’ho sempre trovato coerente: Daenerys arriva a Westeros con decenni di sogni e speranze, e scopre che quello che ottiene è completamente diverso da come se lo era immaginato. Già solo questo è sufficiente a minare la tua stabilità, se poi ci aggiungi la morte di una marea di amici e draghi, The Bells ha completamente senso.
    Capisco chi dice che sia affrettato, in un certo senso, ma parte di questo a mio avviso è dovuto anche ad una precisa scelta di mostrarci il finale come “sorpresa”, come “grande rivelazione” (cioè che Jon non era destinato al nemico ghiaccio, ma al nemico fuoco).
    Daenerys tiranno è lì fin dalla prima stagione, Rhaenyra no. Semplicemente.

    La costruzione di Rhaenyra, seppur partendo dalle stesse premesse, non mantiene la stessa coerenza.
    Primo: Rhaenyra vive a corte ed è designata erede al trono da decenni, la sua impreparazione è un insulto al personaggio (della prima stagione eh, si badi bene. Non dei libri) e un mezzuccio con cui calcare la mano.
    Le scelte che compie sono talmente stupide che non possono essere ricondotte all’impreparazione, ma ad uno scrittore che non trova situazioni meno banali per poter rendere “malvagio” un personaggio: Rhaenyra della prima stagione, ma anche della seconda, non avrebbe compiuto mezza di tutte le azioni che ha compiuto nella terza stagione e che servivano a isolarla.

    Secondo: è la bipolarità del personaggio a rendere lo sviluppo così confusionario. Un attimo prima è disperata in lacrime, l’attimo dopo è distaccata, un secondo ha le allucinazioni, l’altro no, passa una stagione a dire che Helaena è la più gentile delle anime, e poi la fa torturare. Non c’è crescita della “follia”, ci sono una serie di eventi, spesso in contraddizione tra loro, che portano all’ultima puntata. E questo è un peccato, perché fa emergere il più grande problema della stagione: la scrittura è mediocre, senza dubbio, ma lo sarebbe meno se gli scrittori avessero parlato tra loro, o se gli showrunner avessero fatto il loro lavoro.
    Tra l’altro questa cosa si ripercuote anche su altri personaggi, che di punto in bianco cambiano completamente atteggiamento (Baela, Alyn, Gwayine nell’ultimo episodio).
    La cosa però che mi ha più infastidito è che tutto quello che è stato fatto per Rhaenyra è stato fatto solo per togliere la “sorpresa Daenerys”. Della serie: non ho le palle di andare fino in fondo, non voglio subire lo stesso trattamento che hanno subito D&D, quindi metto le mani avanti in modo molto molto confuso. Anche a costo di far sembrare il personaggio mille personaggi, quasi nessuno coerente con la Rhaenyra che ho presentato fino ad ora.

    Sul resto concordo, il miglioramento rispetto alla seconda c’è, molte scene sono belle, ed in generale (a parte alcuni personaggi/storyline) è una serie godibile. A mio avviso, ma quelli naturalmente sono gusti, non paragonabile a GoT (nemmeno alle ultime stagioni).
    Peccato, perché le potenzialità ci sarebbero, e in alcune scene le mostrano.

  • Aldo

    Per me House of the Dragon resta più una soap cavalleresca che una vera tragedia politica. I temi grandi ci sono: il potere, la legittimità, il prezzo del comando, ma la meccanica narrativa è quella del melodramma: rancori che covano per stagioni intere, colpi di scena dettati dai legami di sangue più che dalla logica degli eventi, dialoghi che spiegano le motivazioni invece di costruirle in scena. Personaggi che pretendono fedeltà per diritto divino senza mai guadagnarsela con azioni concrete sono l’essenza della soap, solo con i draghi al posto delle corsie d’ospedale. Il worldbuilding e la spettacolarità restano un valore aggiunto, ma non bastano a farmi vedere altro sotto la superficie.