
Giunti alla terza puntata, tuttavia, non si può negare che anche questa nuova serie antologica FX sia in realtà una creatura squisitamente murphyana, a partire dai temi affrontati fino allo stile con cui si è scelto di farlo. Sebbene “The Dream Team” sia in effetti il primo episodio della serie non girato da Murphy, anche le scelte registiche finiscono per confermare quest’impressione, pur essendo apparentemente molto meno centrali nello sviluppo dello show – e in generale più sobrie – rispetto agli altri prodotti dello stesso autore.
Ma andiamo con ordine.

Tuttavia, ad una lettura più approfondita, questi piccoli “errori” possono essere considerati espressione di un progetto ben studiato e definito anche sul piano stilistico, istantanee di vita del tutto scollegate dalla trama che però contribuiscono a dare un tono specifico alla narrazione e una precisa direzione alla storia. Una storia che, per l’appunto, è fatta di eccessi, distorsioni della realtà, estremizzazioni: sembra davvero assurda e malata la reazione del pubblico al caso O.J. Simpson, e sembra ancora più incredibile che in pochissimo tempo questo sia diventato “una questione di razza”, eppure è proprio così che sono andate le cose. Non esistono mezze misure, non esiste nemmeno lo spazio per dubitare, farsi delle domande: Marcia Clark non ha alcune esitazione nel ritenere che The Juice sia colpevole, così come gran parte della comunità black è assolutamente convinta del contrario.

Questa semplicità di linguaggio non impedisce comunque una certa stratificazione: come abbiamo visto il tema della celebrità – tipico cavallo di battaglia murphyano – è altrettanto importante quanto quello della contrapposizione tra bianchi e neri, anzi in questo episodio è sicuramente il più significativo. In un tale quadro di riferimento, è interessante che i protagonisti della puntata siano da un lato gli avvocati di O.J. Simpson e dall’altro l’ufficio del pubblico ministero, anche loro al centro della scena come delle vere star. I testimoni, la difesa e l’accusa, nonché ovviamente il sospettato, sono quindi tutti ingranaggi di un meccanismo che si alimenta attraverso i media, rivelandone le distorsioni.

In conclusione, “The Dream Team” conferma le potenzialità espresse dai primi due episodi ragionando in particolare sulle semplificazioni e la morbosità tipiche della sovraesposizione mediatica. Ryan Murphy non c’è – almeno non nelle vesti di regista e sceneggiatore –, ma la sua mano si sente chiaramente, senza che ciò risulti comunque uno svantaggio. Al contrario è proprio l’apporto di questo autore tanto discusso a rendere l’operazione American Crime Story, a conti fatti, così interessante.
Voto: 8
