
Fino ad ora, si diceva, la scelta di impostazione degli episodi aveva privilegiato uno sviluppo più misurato, posizionando le pedine prossime allo scontro fin dalla premiere e proseguendo, invece, in maniera inesorabile ma lenta verso la loro collisione. Non sono mancate le sorprese, certo (si pensi all’incidente con Ray del sesto episodio), ma le aspettative riposte sui ritmi della narrazione non potevano che essere diverse dopo un’annata col piede sull’acceleratore come la scorsa (e anche, in maniera lievemente minore, la prima). Ed è in questo che sta uno dei lavori più importanti di Hawley: nel (parziale) distacco dal passato in termini di contenuti e storie raccontate, creando un’antologia capace di mettere un pezzo vicino all’altro e di costruire un progetto più grande della somma delle sue parti.
È una scelta che si fa obbligatoria quando si tratta di serie antologiche, una scelta che crea anche lo spunto per il gioco sulle aspettative che lo showrunner mette in scena ogni anno: e così si passa dall’impostazione centrata sul rapporto protagonista-antagonista della prima stagione a quella corale della successiva, per poi mantenere la pluralità di personaggi costruendo, però, una narrazione che evita e rimanda di proposito le svolte per cui mette le basi. C’è da dire che, per quanto un impianto di questo tipo abbia del tutto senso, non sempre ha funzionato e ha portato, in qualche caso, a momenti di stanchezza narrativa a fronte di uno stile forse fine a se stesso; un problema, tuttavia, evitato da questa seconda parte di stagione e da questo episodio in particolare, in cui il gioco sulle aspettative nasconde molto, molto di più.

Uno dei concetti più ricorrenti di questa annata, infatti, sta nella resistenza al cambiamento che la nuova epoca sembra portare. In parte, ciò si traduce in un cambiamento di carattere: il Lester della prima stagione non era poi tanto diverso da Emmett, un uomo forzato dalle buone intenzioni di cui fuoriesce inevitabilmente l’anima violenta e perversa; la differenza è che Emmett rimane schiacciato dalla passività, non riuscendo a far emergere il suo lato negativo se non in goffe ed involontarie situazioni. La solidità di un personaggio all’inizio visto come bidimensionale sta proprio in questo fatto, emerso prepotentemente a partire dall’incidente con Ray: il fratello maggiore è sempre incapace di reagire in maniera appropriata, e il suo difetto principale sta proprio in questo. Un difetto che si è realizzato fin dall’inizio nel non opporsi all’arrivo di Varga e dei suoi soci, e che è proseguito in questo caso con la perdita (forse definitiva) di Sy.

That’s the nature of existence: life is suffering. I think you’re beginning to understand that.
Ma questo ottavo episodio non sarebbe la svolta di cui si parla se non fosse per la sua prima metà, una mezz’ora scura e cupa che conferma Noah Hawley come la persona più adatta a gestire un universo come quello di Fargo e della filmografia dei Coen in generale. A partire dalla conclusione della scorsa puntata, infatti, l’ampliamento di questa stagione è stato vertiginoso, passando da una storia finora indipendente ad un racconto che tocca i vertici più disparati: e si pensa all’introduzione di Mr. Wench, il killer sordomuto che abbiamo incontrato nella prima annata; alla coppia che passa casualmente sulla scena dell’incidente e finisce giustiziata al lato della strada, in un omaggio al film originale del 1996; e ovviamente alla sequenza nel bowling, con Ray Wise a sostituire Sam Elliott (il movimento di macchina che li presenta è identico) in un’incredibilmente riuscita ripresa di The Big Lebowski.

È in sequenze come questa, sicuramente tra le più belle dell’intera serie, che si riconosce la grandezza di Fargo: una serie che riesce ad essere forte ed indipendente pur citando in continuazione, che supera la concezione tradizionale di racconto televisivo per costruire nuovi standard qualitativi. Perché si potranno avere più o meno dubbi sugli episodi che lo precedono, ma “Who Rules the Land of Denial?” è un esperimento che dimostra la capacità della serie di creare qualcosa di straordinario.
Voto: 9

Davvero una bellissima recensione di un episodio monumentale. Non capisco però perchè parli di Paul Marrane come di una possibile allucinazione; ha interagito anche con Gloria e Yuri. A me sembra più che altro un rivale di Varga
Ciao Sasà, prima di tutto grazie mille!
Riguardo Paul Marrane, ovviamente l’ipotesi principale è che sia un’entità ultraterrena scesa in gioco per alterare gli eventi (e distruggere Varga), un po’ l’equivalente (anche se con valenza simbolica totalmente diversa) dell’UFO dello scorso anno. Ho ipotizzato un’allucinazione come possibilità, ma ciò non esclude la natura “divina” di Morrane, semplicemente indica che l’incontro si svolge non in un “non-luogo” o sulla Terra ma nella testa della persona coinvolta (Yuri, Gloria o Nikki). Diciamo che l’ipotesi di “allucinazione” semplicemente mette in dubbio l’esistenza effettiva del bowling oppure no 🙂 il senso del personaggio di Marrane però rimane lo stesso!
Ottima recensione e fantastico , in tutti i sensi , episodio