
Matt Zoller Seitz, ad esempio, aveva sottolineato già l’anno scorso la decadenza dell’hour-long, serialized drama – ovvero il simbolo della New Golden Age – in favore dell’emergere sempre più deciso della comedy (in theory) e della serie antologica quali nuovi modelli di riferimento per la critica televisiva. Ma non bisogna fare l’errore di credere che questa “rivoluzione” consista meramente nell’affermarsi di nuovi (spesso ibridi) formati e/o generi: ancora più interessante è forse la questione dell’allargamento dei soggetti, sia quelli scriventi – e dunque nuovi autori, nuove esperienze e nuove “visioni” – sia quelli raccontati da una tv che è sempre più curiosa, inclusiva e consapevole. Da questo punto di vista, un ruolo significativo nel “cambio di paradigma” che ha interessato il passaggio da Golden Age a Peak Tv lo ha giocato – e continua a giocarlo – da un lato la (rinnovata) rappresentazione e dall’altro il coinvolgimento creativo delle donne nella produzione seriale contemporanea. Proviamo, quindi, ad analizzare questo percorso, parlando di archetipi, ma anche “sguardi” e dunque serie femminili e/o femministe.
Female antihero – primi passi
Se il prestige drama è il prodotto simbolo della New Golden Age, l’antieroe è senza dubbio il suo feticcio. Maschio, bianco, di mezza età: da Tony Soprano a Don Draper, da Walter White a Dexter Morgan, chi potrebbe negare la pervasività di questo pattern? L’abbiamo visto in tutte le salse, dall’ambientazione rurale di Justified a quella gangster di Boardwalk Empire, e con il tempo siamo stati testimoni della sua graduale trasformazione/rielaborazione (pensiamo a prodotti tutto sommato recenti come Mr. Robot, ancora fortemente debitore del concept di base ma allo stesso tempo più sperimentale).

È interessante notare che in Homeland il concept iniziale, poi evolutosi diversamente col passare delle stagioni, prevedeva la compresenza di due protagonisti e rappresentava in effetti una sorta di studio del loro rapporto. In altre parole il concetto di antieroe (femminile) veniva esplorato, almeno in parte, all’interno delle dinamiche di coppia, rendendole centrali nell’economia del racconto. Si tratta di una soluzione che per certi versi può essere considerata un trend interessante e che ritroviamo – sviluppata in maniera sicuramente più consapevole, anche se con esiti diversi di caso in caso – in almeno altri due prodotti successivi: House of Cards e The Americans (entrambi usciti nel 2013). Per quanto riguarda quest’ultimo, ad esempio, la protagonista femminile si dimostra un antieroe da manuale – evento doloroso nel passato, intelligente e competente, un segreto da difendere a tutti i costi – la cui originalità emerge soprattutto nel discorso più generale portato avanti sulla coppia (vero punto di forza della serie) e mai in ottica, anche soltanto vagamente, femminista. Dal canto suo Claire Underwood, che con la signora Jennings condivide un trauma comune (la violenza sessuale, e non stupisce, vista la tendenza ad utilizzare lo stupro come strumento di crescita o di definizione per molti personaggi femminili), è un personaggio dalla femminilità forse più stereotipata ma allo stesso tempo costruita all’interno di un arco narrativo, impostato sulla “collaborazione” con il marito, che possiamo definire rilevante – almeno ai fini della nostra indagine. Pur con tutte le forzature di cui House of Cards si è macchiata negli anni, il discorso sulla coppia è sempre stato significativo nella misura in cui ha esposto e lavorato sulle dinamiche di oppressione patriarcale, tratteggiando la ribellione dall’interno di una donna che gioca consapevolmente (talvolta vincendo, talvolta perdendo) con il proprio ruolo.
Siamo ancora lontanissimi dalla raffinatezza e dalla carica rivoluzionaria di prodotti apertamente interessati alla vita interiore delle donne, ma si può intravedere la direzione che il modello dell’antieroe al femminile aveva iniziato a prendere, anche se ancora in maniera un po’ goffa: non più un semplice copia-incolla a generi invertiti, che al massimo ricorre allo stereotipo per un adattamento migliore, ma un lavoro complesso sulla posizione che la donna occupa nel mondo e sulla reale esperienza della propria condizione.
Female antihero – evoluzione

L’aspetto più interessante del personaggio e della sua storia non è comunque l’adesione quasi perfetta al modello, quanto piuttosto l’approccio e la resa “al femminile” del concetto stesso di antieroe. Innanzitutto l’ambientazione completamente diversa (niente intrighi politici, niente azione, niente criminalità) e la tipologia di lavoro, che ruota intorno all’idea di emotional labour – come sottolinea questo pezzo –, permettono di impostare un percorso di crescita analogo ma diverso, non più legato ad un immaginario univocamente maschile e oltretutto interessato allo sviluppo del personaggio anche in quanto donna. Si potrà obiettare che una scelta del genere sia in realtà costrittiva, come a voler limitare il raggio d’azione femminile all’interno di un trito stereotipo, ma si tratta a conti fatti di una visione, questa sì, riduttiva: scambiare dinamiche (anche creative) sviluppatesi in contesti e secondo gusti prettamente maschili come invece neutre o universali è un errore comune, che il contatto con realtà e soluzioni diverse (nel senso che la lingua inglese dà al termine) può sicuramente contribuire a limitare. Ma tornando ad UnREAL, proprio questa impostazione ha permesso di creare una serie ben consapevole della tradizione in cui si inserisce ma allo stesso tempo estremamente moderna, godibilissima e, pur con tutti i suoi eccessi, davvero realistica e originale nella rappresentazione dei personaggi femminili principali e del loro rapporto.

Nuovi modelli
Fleabag è un esempio interessante perché, ancora più di The Girlfriend Experience, incarna un modo di fare tv diverso rispetto al passato – anche quello relativamente recente – non tanto e non solo per la sperimentazione in termini di genere e formato ma per la capacità di andare oltre le soluzioni preconfezionate (per quanto certe confezioni possano essere splendide) e offrire innanzitutto un punto di vista altro. Per capire meglio questo passaggio, può essere utile fare riferimento ad un prodotto non più freschissimo ma ancora assolutamente rilevante: Orange is the New Black (2013). La serie, creata da donne e con una writers room a maggioranza femminile, è un caso di studio affascinante perché incarna alla perfezione il passaggio da un modello all’altro, anche e soprattutto al suo interno. La storia, comunque fin da subito interessata a dare spazio ad una pluralità di voci, inizia infatti con al centro il personaggio di Piper – a sua volta modellato sullo stampo dell’antieroe (con dovuti accorgimenti) –, ma con il tempo il “viaggio” della protagonista si confonde in un mare di storie diverse che vanno a costituire la struttura definitiva dello show, ormai un racconto corale a tutti gli effetti. A colpire, inoltre, è come le esperienze di vita, i problemi e perfino i corpi delle detenute vengano rappresentati in modo da risultare il più possibile veri e “relatable”: la possibilità di identificarsi in, di riconoscere la legittimità e celebrare la potenza di sguardi diversi è il lascito più importante della serie, nonché probabilmente la giusta chiave di lettura per comprendere i cambiamenti in atto nella televisione contemporanea.

Si ritorna così a parlare di women’s picture, genere in forte ascesa nel mezzo televisivo ed esplicitamente interessato a rispondere ad una domanda tutt’altro che semplice: cosa significa essere una donna oggi? Le risposte, come prevedibile, sono state e continuano ad essere anche molto diverse tra di loro; proviamo quindi ad analizzare le più interessanti, incidentalmente raggruppate lungo i due assi della commedia e del drama .
Verso il female gaze: prospettive autoriali

Campion è evocativa, sfuggente, quasi mistica: nella prima stagione (inizialmente destinata a restare l’unica) mette in scena un racconto frammentato, dai ritmi e dalle immagini stranianti, che rappresenta soprattutto un percorso di scoperta femminile in chiave ancestrale, non a caso legato (in maniera ancora più evidente nel corso della seconda stagione) al concetto e all’esperienza della maternità. A partire dall’opposizione uomo-donna, che può apparire esasperata e ostile soltanto ad un occhio poco attento, viene riscoperto quindi il rapporto con la natura oltre quella cultura – nel senso, ancora una volta, più esteso del termine – che è, invece, espressione di una tossicità tutta maschile, violenta, corrotta e prevaricatrice.
Solloway, dal canto suo, punta a rendere il più possibile palpabile quella rete di esperienze, sensazioni e pensieri che dà forma alla vita intellettuale e sessuale (legate a doppio filo) della donna contemporanea. Per farlo si serve di un linguaggio sperimentale ma mai compiaciuto o gratuito, proponendo un’interessante integrazione tra narrazione tv e arte visiva che dà ampio spazio allo sguardo femminile “alternativo” – utilizzando ad esempio gli stralci di alcuni lavori di registe d’avanguardia, ma soprattutto ragionando sulla “fenomenologia” e sul significato dell’esperienza sessuale così come viene intimamente e pubblicamente vissuta dalla protagonista e dagli altri personaggi femminili. Nell’adattare l’omonimo romanzo cult di Chris Kraus, quindi, Solloway cerca di svincolarsi con uno slancio creativo straordinario dalle indicazioni/costrizioni che più o meno tacitamente regolano le dinamiche della rappresentazione nell’ambito del rapporto tra i sessi, non soltanto ribaltando la prospettiva tradizionale a livello di soggetto e oggetto del desiderio (rendendo Chris la prima e Dick il secondo), ma mettendo in discussione e rielaborando su basi nuove questa stessa dicotomia.
Verso il female gaze: riappropriazione meta

Entrambe divertentissime e immaginifiche, le due serie CW fanno un lavoro straordinario nello sfruttare consapevolmente i topoi fondanti dei rispettivi generi in un’ottica gustosamente femminile e femminista. Attraverso un lavoro di caratterizzazione slow-burn davvero magistrale e, cosa ancora più impressionante, tra un plot twist assurdo e l’altro, Jane the Virgin racconta con passione la vita vera di donne latine vere, piene di contraddizioni e difetti, lontane tanto da un’idea di sessualizzazione forzata tutta maschile quanto dal modello proto-femminista di “donna forte”. Crazy Ex-Girlfriend, invece, è se possibile ancora più meta: un commedia musicale (con tutto ciò che questo comporta a livello di rielaborazione) che analizza il nostro rapporto con la cultura pop e l’idea di amore romantico, amicizia e successo che ci propina. Sia in un caso che nell’altro il vero punto di forza della serie non è tanto la genialità di certe soluzioni creative – come le sequenze fantastiche o i meravigliosi hashtag del narratore in Jane the Virgin nonché i leggendari numeri musicali di Crazy Ex-Girlfriend – ma piuttosto la capacità di servirsene per ricostruire l’immagine della donna (e dell’uomo) dall’interno dello stesso stereotipo che ne limitava la rappresentazione.
Conclusioni
Osservando il percorso appena tracciato, ci rendiamo conto che, nel processo di consolidazione di una sensibilità femminile/femminista, gli elementi su cui poggiava la struttura di praticamente tutte le produzioni prestige (ma in effetti anche molte serie più modeste) sono stati dapprima riprodotti in maniera quasi automatica nell’inversione di genere, poi scomposti e accuratamente “studiati” per essere rimontati in combinazioni del tutto nuove, e infine ribaltati e rielaborati in chiave spesso politica. L’evoluzione della rappresentazione della donna in tv e il passaggio da New Golden Age a Peak Tv sono, quindi, un momento di crescita condiviso, un percorso di innovazione a più livelli che si nutre di reciproche influenze e di cui a giovarne è soprattutto il pubblico. Non soltanto quello femminile, che si trova degnamente e variamente rappresentato dalle signore di Big Little Lies, dalle adorabili sbandate di Broad City, dalle strane criminali di Claws o dalla problematica Issa di Insecure, ma anche quello maschile, a sua volta svincolato dai rigidi ruoli in cui era stato forzato a rispecchiarsi. In conclusione, la potenza liberatoria di questa presa di coscienza a lungo attesa e (fin troppo) pian piano costruita non è quindi soltanto la vittoria sterile del politically correct – come vorrebbero alcuni, troppo miopi per scorgere, giusto per fare un esempio recente, le enormi potenzialità creative di un Dottore donna – ma l’occasione per un rinnovamento qualitativo estremamente interessante, di cui la televisione si sta facendo portatrice in maniera anche più consapevole e completa del cinema mainstream.
