
Parlando di serialità televisiva, la nostalgia sta dominando in maniera così capillare la produzione degli ultimi anni da essere diventata, da fertile terreno di creazione, un territorio scivoloso per gli show. Siamo infatti ormai di fronte a un numero enorme di serie dall’atmosfera vintage (dal seminale Mad Men fino a Stranger Things, Halt and Catch Fire e The Americans, per dirne solo alcuni) ma anche a tantissimi revival, reboot – e altri casi, che non si possono definire in altro modo che rianimazioni – di show iconici del recente passato; diventa difficile, in questo contesto così affollato di player che navigano l’onda del successo della nostalgia, distinguersi e creare qualcosa di davvero originale, che possa colpire l’immaginario degli spettatori.
Hey, let’s all promise that in ten years from today, we’ll meet again, and we’ll see what kind of people we’ve blossomed into.

Due anni fa Netflix sorprese tutti con un secondo capitolo della storia, Wet Hot American Summer – First Day of Camp, rimettendo insieme la squadra di attori originaria – più alcune guest star – quindici anni dopo il film, utilizzandoli nella maniera più eccentrica possibile: anziché spostare l’azione avanti nel tempo, infatti, lo show è un prequel del film che vede gli stessi attori (visibilmente ormai quarantenni, cambiati e in molti casi un po’ appesantiti) mettere in scena il primo giorno di campeggio. Le parrucche e i costumi ridicoli, ma anche l’intera premessa di un gruppo di uomini e donne di mezza età che agiscono e parlano come adolescenti degli anni Ottanta, erano parte integrante del divertimento, sostenuto da un plot assurdo che prevedeva, tra le altre cose, il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e la origin story di una lattina di zuppa parlante.

Purtroppo, in parte per la difficoltà dello spettatore medio di metabolizzare un universo di rimandi così complesso e apprezzare un progetto così metanarrativo e raffinato, in parte per lo scarso successo del film all’epoca, solo una piccola schiera di fan del cult originale hanno seguito con attenzione e apprezzato il secondo capitolo della saga, passato completamente sotto silenzio in Italia e scarsamente coperto (rispetto ad altre serie, come Stranger Things, nostalgica anch’essa ma ben più nota al grande pubblico) anche dalla critica americana. Come dicevamo, in un panorama di offerta così ampio anche nella nicchia di serie che sfruttano la nostalgia, esperimenti come quello di Wet Hot American Summer difficilmente possono farsi notare e sono quindi destinati a restare (nel bene e nel male) fenomeni marginali, piccoli cult.

A differenza della stagione 2015, quella di quest’anno è un sequel nel vero senso della parola, posizionato dieci anni dopo gli eventi centrali del film che ha dato origine alla saga, nel 1991. Tutto parte da una battuta del finale di Wet Hot American Summer, con cui Coop, Katie, Victor e gli altri compagni del campo estivo si danno appuntamento per scoprire insieme cosa sono diventati, innescando consapevolmente un altro topic del cinema hollywoodiano, ovvero quello della reunion tra amici d’infanzia ormai cresciuti.
In questa nuova stagione i protagonisti si ritrovano a 26 anni, ognuno con le proprie storie: chi non è ancora cresciuto, chi ha avito successo, chi è ancora vergine, chi arriva con una celebrity al fianco, chi da completo fallito. Una situazione classica da reunion movie appunto, che potrebbe essere The Big Chill e invece assume un doppio registro parodico, anzi triplo – con una dimensione in più rispetto al precedente – perché Ten Years Later non è solo una parodia dei camp movie ma è anche pieno di riferimenti al cinema degli anni ’90 (geniale l’inserimento di Alyssa Milano come babysitter psicopatica, ispirata alla Rebecca De Mornay di The Hand That Rocks the Cradle), ai reunion films dei cast delle serie tv (popolarissimi anche questi negli anni ’80 e ’90, e pensiamo a cose francamente terribili, ma iconiche come Baywatch: Hawaiian Wedding) e in generale a tutto il cinema e la cultura popolare di quegli anni.

Ovviamente, gli attori sono ancora piacevolmente ridicoli nei panni di ventiseienni come lo erano in quelli di sedicenni, ma in questo terzo step della saga assistiamo alla creazione di una vera e propria mitologia di Camp Firewood, un mondo che ha ormai acquistato una sua indipendenza e forse avrebbe le potenzialità per estendersi ulteriormente in un ulteriore capitolo della saga, senz’altro possibile anche se il finale non fornisce indizi su questo punto.
Sebbene meno sorprendente dell’evento del 2015, Wet Hot American Summer: Ten Years Later mantiene tutto il fascino e la genialità della saga intatti, costruendo in più un nuovo tassello nella storia del gruppo di Camp Firewood e continuando, in sordina e lontano dai radar del grande pubblico, ad arricchire un esperimento davvero intelligente e originale, oltre che estremamente spassoso.
Voto: 7½
