
Non è facile concludere una serie in un episodio finale, per quanto dalla durata monstre, soprattutto se i progetti iniziali prevedevano un arco di sviluppo assai più ampio (si parlava di cinque stagioni!). Le difficoltà che gli autori si sono ritrovati davanti erano molteplici, soprattutto tenendo in conto che con la seconda stagione la trama principale si era profondamente complicata, e aveva aperto ad una mitologia così ampia che era diventato difficile seguirne gli sviluppi: piani temporali diversi, altri cluster, correnti interne alla BPO, flashback e trame personali dei singoli membri del cast principale, tutto questo doveva essere tenuto in considerazione ed armonizzato, al fine di creare un unico percorso coerente con quanto narrato fino a quel momento. Sense8, in generale, non è nota per essere la serie meglio strutturata al mondo: già dalla primissima stagione era evidente che non avrebbe nascosto i propri intenti principali, cioè parlare di relazioni umane, anche se questo avrebbe voluto dire momenti di goffa scrittura e semplificazioni narrative anche plateali. Pur di raggiungere quel fine, la scrittura autoriale avrebbe creato pretesti così palesi da far storcere il naso a chiunque si fosse avvicinato a questa serie, cercando coerenza ed eleganza di scrittura. Eppure, tutto questo contava solo relativamente, perché la serie in sé era un’esperienza unica nel novero delle serie televisive americane proprio per la sua capacità di ignorare le norme più elementari del genere a favore di una immersione quasi senza pari.

Questo finale di serie, questo film “regalato” ai fan (ma strategicamente studiato), ha il compito di creare un ultimo grande arco narrativo e riportare il tutto ad una conclusione che, conoscendo la serie e la morale che vi si staglia dietro, non poteva che essere positivo. Il problema principale, tuttavia, è che la scrittura autoriale si chiude completamente dietro questo obiettivo e distrugge nel frattempo tutto quello che non le interessa, abbattendo lungo il percorso, però, anche quegli elementi positivi che avevano caratterizzato le prime due stagioni. Senza ulteriori giri di parole, questo film finale di Sense8 è una delusione. Non solo perché ciò che non funzionava negli anni passati funziona ancora meno adesso, con una trama sempre più inutilmente complicata e con l’aggiunta di una mitologia che, non essendoci il tempo per esser sviluppata, tira in ballo cose enormi che non può gestire; ma soprattutto perché anche gli elementi di forza – ossia i rapporti tra i personaggi e le scene d’azione – sono, nel migliore dei casi, appena passabili, se non talora persino imbarazzanti. Forse l’assenza di Michael Straczynski alla scrittura si è fatta sentire.


Quel che è peggio è che anche i personaggi principali sono trattati generalmente male. Imperdonabile è il trattamento riservato a Lito e ai suoi compagni, praticamente assenti dall’episodio-film. La sua storyline, che aveva trovato la scorsa annata una discreta conclusione, non giustifica a sufficienza l’assenza pressoché totale del suo personaggio che è sempre e solo di sfondo. Non va meglio a molti altri del cluster, a cui vengono riservati spazi narrativi molto piccoli. A farla da padrona è Nomi, la quale è indubbiamente la protagonista principale di questo episodio: a lei la storyline più ampia, a lei lo sviluppo narrativo più evidente. Se Sense8 brillava proprio per un certo equilibrio tra i vari personaggi, qui l’ago pende troppo palesemente verso un lato e la sensazione è che Nomi abbia fagocitato fin troppo spazio. Ecco, dunque, che troppe cose restano in sospeso e la forza di alcune scene che avrebbero dovuto porre l’accento sul senso di comunione del cluster ne esce, ahinoi, indebolita. Persino la “soluzione” poliamorosa al triangolo tra Kala, Wolfgang e Rajan, se è certo un unicum televisivo degno d’attenzione, è ovviamente troppo affrettato e non gestito con la necessaria attenzione.
Sense8 ha però avuto il pregio principale di dare a tutti, ma soprattutto alla comunità LGBT, un racconto che potesse abbracciare ogni aspetto della sessualità umana, ponendo al centro non più ciò che ci differenzia, ma soprattutto ciò che ci unisce. Come la scena conclusiva esprime in modo chiarissimo, richiamando quell’orgia che era divenuta memorabile nel primo episodio della seconda stagione, l’idea di fondo della serie è che l’umanità è tutta connessa e legata, è tutta tesa al raggiungimento di un piacere che è molto più potente ed ampio di quello fisico. “Amor Vincit Omnia” è il miglior titolo che la serie potesse scegliere per questo film finale perché rappresenta proprio quello che Sense8 vuole esprimere: l’Amore vince su tutto, anche sulla coerenza e la ragione. Nonostante il fallimento rappresentato da questo singolo film-episodio, quando in futuro si parlerà di questa serie non lo si farà per indicare una pietra miliare della narrativa telefilmica, in un panorama generale che ha saputo offrire certo molto di meglio; ma se ne parlerà come di quella serie che mette in pace col mondo, che è capace di toccare corde uniche nell’anima dello spettatore pronto a farsi coinvolgere. Sense8 richiede a chi lo guarda una partecipazione quasi da membro di un culto religioso e come tale molti, moltissimi errori gli vengono perdonati. Sebbene dunque questo finale sia claudicante e sbagliato, nondimeno Sense8 rimarrà nella memoria e nel cuore di coloro con i quali ha formato una connessione; e forse era questo il vero intento della serie.
Voto Episodio: 4 ½
Voto Serie: 6 ½

