
The Innocents, ultima serie prodotta in Inghilterra, non fa eccezione ed è una ulteriore prova della presenza di questa tendenza produttiva che parte dai piani alti e influisce sulla natura particolare di ogni show. La serie inglese, alla stregua di altri prodotti molto simili di Netflix, è infatti pensata come un lungo film – da guardare senza interruzioni (complice anche l’assenza di una sigla vera e propria) – che in otto episodi (di lunghezza variabile nelle singole unità a seconda delle necessità) sviluppa la storia di due adolescenti, June e Harry, costretti a passare attraverso pericoli fantascientifici e problematiche di stampo amoroso. Non si tratta solo dell’ultima variazione di un approccio narrativo calcato da cult imprescindibili (già in Buffy the Vampire Slayer il fantasy costruiva metafore adolescenziali riuscite) e corteggiato proprio da alcune delle produzioni scolpite dal celeberrimo algoritmo del servizio streaming, ma di qualcosa che supera le consonanze tematiche e di genere.
Nella serie creata da Hania Elkington e Simon Duric, pertanto, elementi come la grammatica visiva e le coordinate contenutistiche di altri show sono composte in una forma nuova ma già vista, risaputa ma allo stesso tempo pronta per un lancio inedito, studiato e direzionato verso un pubblico specifico: quello che ha amato tutte le serie da cui The Innocents prende ispirazione. Ci sono le atmosfere del viaggio di formazione atipico di The End of the F***ing World, le venature dark dentro la cornice romantica e l’importanza del corpo di 13 Reasons Why, le ambientazioni nordiche vibranti e la scienza moralmente ambigua di The OA. Più che in altri prodotti Netflix, la componente derivativa è qui caratteristica primaria, unità minima su cui è costruito tutto il resto: gli elementi di “originalità” dello show sono molti meno rispetto a quelli ottenuti dall’osmosi con le altre serie. Si tratta di una questione fondamentale per la fruizione della serie; se è vero, infatti, che questa formazione preliminare potrebbe rivelarsi solo la base su cui costruire nuovi percorsi, una rampa di lancio organizzativa di pochi episodi funzionale a un salto per la ricerca di un’identità personale, è altrettanto innegabile che l’assenza di diversificazione causata della linea produttiva del servizio streaming sia nelle prime battute molto limitante.

Come fosse chiusa in un corpo danneggiato, la serie è prigioniera di un format che non ne valorizza le qualità ed è libera di raggiungere una sufficienza qualitativa solo grazie agli elementi validi che controbilanciano l’influenza negativa della struttura: il livello di sincerità con cui la storia è raccontata, la partecipazione emotiva innescata dalla complicità degli interpreti principali e la forza caratteriale dei personaggi. Il miglior contributo allo show inglese è dato proprio da June e Harry, interpretati da Sorcha Groundsell e Percelle Ascott: sono i protagonisti, “gli innocenti” che scappano dall’ambiente rurale e desolante della campagna inglese per inseguire il sentimento autentico che li lega, l’amore che per gli altri è sconosciuta fantascienza e che per loro è un legame portentoso. La serie punta tutto su di loro, sul loro rapporto e soprattutto sull’intensità sprigionata dal momento in cui la storia d’amore e quella di fantascienza si uniscono per scolpire assieme il personaggio femminile principale, attraverso una metafora forse già vista ma fortemente comunicativa.

La scelta di sviluppare un tipo di racconto che per obiettivo guarda sempre all’orizzonte dei sentimenti non è scontata. Raccontare la realtà adolescenziale senza un approccio sincero e onesto, abbastanza coraggioso da impegnare gli investimenti narrativi proprio sulle coscienze mutaformi degli adolescenti e perfino noncurante della fragilità di un simile approccio di fronte alle più solide alternative dell’avventura d’azione, sarebbe stato inconcludente e anche incoerente rispetto alla storia. Invece The Innocents, pur con tutte le restrizioni dovute al suo concept, regala alcuni momenti veri e appassionanti. Scartando a posteriori la quantità di lungaggini inutili, non è difficile individuare una sequenza precisa di momenti raccontati con passione: sono quelli in cui June e Harry toccano le tappe della crescita, trasfigurate dal racconto fantascientifico ma fisse e riconoscibili nella memoria degli spettatori che le hanno vissute, quelli in cui la loro identità è messa alla prova da minacce esterne che si traducono in risposte psicologiche caratterizzanti.
Sia Harry che June affrontano problemi relativi alla propria età: le difficili relazioni genitoriali, le realtà famigliari soffocanti, il richiamo del mondo della sfrenatezza urbana e mondana e invece il rigetto della noia monotona della vita quotidiana fatta di incomprensioni e regole. La fuga da tutto è la soluzione di due caratteri che sacrificano l’affetto per gli altri in favore di uno scampolo di vita vissuta appieno, secondo le leggi illogiche della passione, dell’avventura e dell’emozione. La serie affronta queste tematiche tenendosi sempre all’altezza dei suoi due protagonisti, raccontando con complicità l’evoluzione di un universo privato che si crea lentamente e che velocemente può collassare.

The Innocents ha le potenzialità per fare meglio. Lo testimoniano alcuni lati positivi e lo suggerisce un discorso politico (per ora solo accennato) molto interessante sul genere e sul ruolo del corpo della donna nella società. Per ora tuttavia è un prodotto che va poco oltre la sufficienza: troppo radicati i difetti e troppo poche le virtù. Con questa quantità di offerta e con questo livello di competizione, è difficile chiedere fiducia agli spettatori: l’unica certezza rimangono i due protagonisti, perché solo il racconto del loro mondo può attrarre oltre la diffidenza, oltre l’inerzia e oltre il buio sullo schermo dopo la fine della visione.
Voto stagione: 6½
