
All clothes are costumes.
Tiffany May (Zoe Levin, famosa per la versione americana della teen series Braccialetti Rossi) è una dominatrice, che ha trovato in questo lavoro la possibilità di guadagnare non solo discrete somme di denaro, ma anche fiducia in se stessa e coraggio nell’affrontare le sue paure. Studentessa di psichiatria di giorno e oggetto dei desideri più perversi di notte, Tiff cerca di dividersi tra due mondi completamente opposti. E quando il lavoro comincia ad aumentare, decide di chiamare il suo vecchio amico, amante e confidente Pete (Brendan Scannel), dopo anni di distanza in cui lei è diventata “Mistress May” e lui ha abbracciato e dichiarato la sua omosessualità. Un coppia potenzialmente esplosiva che però, alla fine della serie, fa giusto un poco di rumore e non lascia grandi segni.
Perché a Netlifx l’azzardo di Bonding riesce purtroppo solo in parte.

La breve durata di ogni episodio costringe gli autori a una scrittura serrata che affrontano comunque molto bene: il lato comedy è ben scritto e si passa in modo naturale dai buffi episodi con i clienti più disparati (e disperati), ai sempre meno timidi contatti tra Tiff e il simpaticissimo Doug (il bravo Micah Stock), probabilmente il miglior personaggio della serie insieme. La naturale timidezza con la quale si pone nei confronti di Tiff è quasi spiazzante, confuso e forse un po’ spaventato dalla forza della protagonista.
Once the sexual patriarchy dies, then all genders will be equal.
Una delle note più divertenti è sicuramente la meravigliosa D’Arcy Carden, la Janet di The Good Place e una delle migliori attrici comiche in circolazione. Nella serie interpreta Daphne, una timidissima e morigerata moglie che chiede a Mistress May di letteralmente solleticare le perversioni del marito per portare un pizzico di pepe nella coppia. Una Carden che, per abbigliamento e affetto di chi la ama nel ruolo della migliore enciclopedia vivente dell’universo, sembra proprio interpretare una Janet umana: riservata, ingenua, cauta nell’affrontare un discorso che le sembra difficilissimo anche solo immaginare, oltre che sconosciuto come quello dei rapporti tra persone.

Il rapporto più definito e approfondito è ovviamente quello tra Tiff e Pete, ma qui addirittura il bondage non ha ruolo se non quello di averli fatti rincontrare anni dopo il periodo del liceo, quando Pete non aveva affrontato ancora la sua omosessualità e Tiff vedeva in lui l’unica persona veramente buona della sua vita. Un flashback tenero che fa in pochi minuti quello che la serie non fa nel suo complesso, e cioè dare una vera profondità ai personaggi rappresentati, un qualche appiglio cui aggrapparsi per capire meglio il perché di alcune scelte. Le liberazioni personali a cui arrivano (dai clienti di Mistress May a Pete che trova l’alias perfetto per salire sul palco, arrivando a Tiff che allo stesso modo sale in cattedra per scoprire di non essere sola, né isolata) arrivano dopo averci solamente mostrato per poco come sono arrivati a quel punto. Vediamo il quando, sappiamo il perché, ma il come sono arrivati a quel momento di totale libertà è tutto concentrato in nemmeno due ore di episodi.

La sensazione che rimane è quella di aver visto una serie che dovrebbe sconfessare i cliché e invece ne è piena: la donna forte ma che da sola non può farcela, l’aiutante maldestro ma che si riscatta, persino il vero e proprio schiavo che si ribella alla sua condizione per dichiarare il suo amore a Mistress May. In un contesto nuovo, tutto sembra però un po’ già visto.
I’m gonna keep my shirt on so it’s not full-blown gay.
Una menzione speciale va al coinquilino di Pete, Frank, interpretato dal semi sconosciuto Alex Hurt e che è, paradossalmente, il personaggio allo stesso tempo più comico e meglio rappresentato psicologicamente della serie. Le sue apparizioni sono esplosioni di risate grazie alla sua genuinità e schiettezza, ma a una seconda visione si capisce anche che rappresentano la naturalezza con la quale un uomo dovrebbe affrontare le sue curiosità, i suoi desideri, che ai più risultano essere se non una vergogna quantomeno un tabù ma che, come vediamo alla fine, danno una sicurezza e un’accettazione di sé molto forte.
Bonding è sicuramente divertente, un ottimo prodotto di intrattenimento con un tema tanto originale quanto però non approfondito. Tutto del mondo bondage sembra troppo spensierato e facile, e senza un minimo di introspezione dei personaggi, un’analisi minima che ormai viene chiesta anche alle comedy: la serie rimane una ghiottissima occasione sprecata.
Voto: 6
