A solo una puntata dalla fine, la terza serie dei Marvel Studios su Disney+ incentrata sulle (dis)avventure del noto personaggio interpretato Tom Hiddleston continua a confermare i pregi e i difetti di questa operazione e a rimarcare una debolezza strutturale e narrativa che aveva afflitto anche The Falcon And The Winter Soldier: l’essere troppo lungo rispetto ad un film, che fa della necessità di fare sintesi una virtù, ma anche troppo breve – solo sei episodi – rispetto a una serie che vuole contenere una mole di storia così ricca di contenuti e personaggi con il risultato di dover essere superficiale in molti passaggi.
Ragionando a livello di macro-struttura, è chiaro come gli autori abbiano lavorato affinché Loki fosse uno show ricco di colpi di scena e di twist inaspettati, con conclamati buoni che in realtà sono cattivi o che comunque perseguono propositi tutt’altro che gloriosi, villain che si redimono e che affrontano i lati più problematici del proprio carattere e così via. Il protagonista ne è un esempio lampante, essendo passato nel giro di pochi episodi dal freddo e calcolatore Dio degli inganni, al quale non importava null’altro se non accumulare potere per se stesso e disprezzava le umane emozioni, a personaggio inetto, introspettivo, in balia degli eventi e innamorato per la prima volta di un’altra versione di sé. Questo non è ovviamente più il Loki che conoscevamo e, forse, il suo cambiamento è stato fin troppo repentino e difficile da credere sapendo qual era il punto di partenza; basti pensare che in tutta la serie il personaggio non utilizza praticamente mai le sue abilità di subdolo ingannatore ma, anzi, quando le usa queste vengono palesemente ridicolizzate dagli autori – come avviene nel tentativo di tranquillizzare l’abitante di Lamentis nel terzo episodio. Questa trasformazione forzata è un bene o un male? È un tentativo di riciclare il personaggio per poterlo riutilizzare nei futuri progetti Marvel? Può essere, ma nella serie è uno degli elementi che stona maggiormente perché svuota di significato il titolo stesso dello show.
Anche per quanto riguarda la struttura ricca di misteri alla quale si faceva accenno ci sono alcune perplessità: che la TVA non fosse un simbolo di purezza lo si era capito fin dall’inizio, e questo mistero sulla sua natura che ci portiamo dietro fino alla fine è certamente un solido espediente per mantenere alta l’attenzione dello spettatore anche nelle curve meno felici della serie. Loki è una serie che però, purtroppo, necessita di tantissime fasi di spiegazioni per far comprendere agli spettatori meno attenti ciò che sta accadendo; questo porta ad un ritmo sempre altalenante e ad una non perfetta calibrazione delle varie sottotrame tra loro, con il risultato di rendere vagamente confusionario tutto l’insieme. Per esempio il “Void” in cui si ritrova il protagonista nel quinto episodio viene esplicitato per la prima volta in un dialogo dello stesso episodio; il funzionamento della TVA ha avuto bisogno di un corto animato didattico nel pilot; cos’è e come funziona un evento Nexus lo si spiega bene solo nel secondo e così via. Si procede per accumulo e si rende lo show sempre più cerebrale; così facendo è chiaro che la componente emotiva – per quanto gli autori si sforzino di inserirla nella trama – risulti posticcia e decisamente convenzionale. Si pensi per esempio alle infinite possibilità che gli autori avevano nel trovare un love interest per il protagonista – soprattutto dopo la rivelazione della sua bisessualità – e alla fine questo è ricaduto in un rapporto eteronormato con tanto di dialogo romantico sul futuro con una coperta sulle spalle condivisa.
Andiamo ora più nello specifico a parlare della trama di questo episodio: si comincia proprio dalla scena dopo i titoli di coda di “The Nexus Event”, dove abbiamo assistito al destino di Loki, ovviamente non ancora fuori dai giochi come gli autori avrebbero voluto far credere, che si è ritrovato in un luogo indefinito circondato da altre varianti di sé stesso. L’adattamento del nostro Loki in mezzo ai suoi “simili” è ben costruito ed è interessante e divertente assistere agli scambi da commedia tra le diverse versioni del protagonista (tra cui una interpretata da Richard E. Grant). D’altro canto l’ambientazione del Vuoto – per comodità lo chiamiamo con la sua traduzione italiana – è decisamente deludente: nonostante in generale la sensazione di abbandono data da questa enorme discarica emerga attraverso le immagini e la fotografia, ci si poteva aspettare, da uno show così eclettico e fantasioso, qualcosa di più originale e meno scontato. La stessa cosa vale per la rappresentazione di Alioth, il mostro gigante a guardia del luogo dove presumibilmente si trovano le risposte a tutti i quesiti sollevati dallo show, che risulta decisamente povero nel suo essere un’enorme massa di fumo nero (espediente utilizzato spesso per rappresentare il male assoluto, basti ricordare il celebre “mostro di fumo nero” di Losto la maniera terribile con la quale è stato portato in scena Galactus in Fantastic Four: Rise of the Silver Surfer).
Come era lecito aspettarsi, le tre figure incontrate non sono le uniche varianti di Loki nell’episodio; non poteva mancare, infatti, la super scazzottata in stile rissa da bar tra decine di versioni del personaggio, che ricorda di recente quella tra le diverse versioni di Mr.Pickles nella seconda stagione di Kidding. La scena è divertente, soprattutto per via di un altro Loki, già soprannominato President Loki, sempre interpretato da Tom Hiddleston e molto più in linea con il carattere originario del Dio degli inganni. È una parte del racconto che sfocia palesemente nella commedia e nell’assurdo, con improbabili versioni animalesche del protagonista, arti che vengono mozzati, battute e gag da slapstick comedy. Viene da pensare che se lo show avesse mantenuto un tono così scanzonato e meno serioso fin dall’inizio probabilmente il risultato finale sarebbe stato molto più omogeneo.
In tal senso, infatti, la “battaglia finale” contro Alioth si risolve in tempi relativamente brevi senza grosse rivelazioni o colpi di scena, lasciando tutto ancora aperto per quello che sarà l’ultimo episodio dello show. Spiace che in tutto questo alcuni personaggi siano stati palesemente accantonati, come per esempio B-15 che appare nell’episodio giusto per onorare il suo contratto.
Loki è una serie che aveva enormi potenzialità ma che, alla fine, si è adagiata su un racconto privo di particolari guizzi originali: la trama, per quanto articolata e complessa, alla fine si sviluppa in modo piuttosto lineare ed è penalizzata dal dover comprimere in soli sei episodi una mole di contenuti che avrebbero potuto essere ben distesi almeno sul doppio del tempo. “Journey Into Mystery” ha il pregio di avere alcuni passaggi divertenti e coinvolgenti e di traghettare lo show verso l’ultimo atto ma, allo stesso tempo, paga tutti gli evidenti difetti strutturali della serie che, ad ora, sembra in tutto e per tutto un lungo prologo del nuovo film di Doctor Strange. Non stupirebbe, infatti, se a questo punto il finale dello show fosse un mondo in cui il multiverso esiste perché, distrutta la TVA, le varianti hanno la possibilità di abitare le loro ramificazioni; staremo a vedere.
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