
Questa nuova stagione presenta, infatti, grandi novità: non solo c’è il ritorno di Davies come responsabile della scrittura, già avvenuto in verità con gli speciali (sia di David Tennant che di Gatwa), ma soprattutto inizia l’avventura di Ncuti Gatwa nei panni di un nuovo Dottore. In verità, stando almeno a questi primi episodi, questi sembra già aver trovato una propria dimensione, molto distante dai suoi predecessori sotto vari aspetti. Da questo e da altri evidenti segnali si intuisce che l’idea alla base di questa nuova stagione è la volontà di ampliare il pubblico della serie e attirare nuovi spettatori con un profilo più internazionale (Disney+ è molto più accessibile fuori dal Regno Unito, ora che si occupa della distribuzione della serie). Quello che ci troviamo davanti è una sorta di soft reboot, in cui la serie continua il suo racconto generale, ma presenta numerosi cambiamenti e, di conseguenza, dei riassunti della mitologia della serie. L’inizio di “Space Babies” risponde a questa necessità, con Ruby che chiede tutte le cose che gli spettatori di Doctor Who conoscono molto bene, ma che può tornare utile sapere a chi si è solo accostato allo show da poco. Qualcosa del genere accade anche nel secondo episodio; è però questo un elemento benvenuto, perché ci ricorda (e conferma) che la serie segue una certa storia senza necessariamente dimenticarsi di quanto fatto in precedenza.

“The Devil’s Chord”, invece, focalizza la sua attenzione su un villain di grande effetto, perfettamente sopra le righe senza però risultare fastidioso. Certo, quest’idea di mostrare villain ‘soprannaturali’ in parte li rende meno accessibili (non c’è un vero e proprio passato, sono piuttosto degli archetipi), ma sia Jinkx Monsoon che Neil Patrick Harris (il Toymaker dello speciale di Natale) sono stati in grado di catalizzare l’attenzione degli spettatori su di loro. Questo però ci porta anche a vedere come questi due episodi abbiano anche un risultato finale diverso: mentre “Space Babies” passa abbastanza inosservato, “The Devil’s Chord” è divertente nel suo metterci alle prese con un tema molto ampio come l’importanza della musica nella nostra vita e allo stesso tempo per il gioco diretto (e indiretto) con un villain perfettamente a suo agio in questo universo narrativo. Rispetto ad altri racconti storici della serie, però, i Beatles hanno davvero molto poco spazio e il racconto si concentra piuttosto sul misterioso passato di Ruby, sempre più centrale in questa stagione.

A cambiare in questa stagione c’è poi anche il budget: con l’arrivo di Disney+ ad occuparsi della distribuzione internazionale, si vede subito che anche i soldi a disposizione sono decisamente più corposi, cosa che permette alla serie di avere ambizioni maggiori senza, però, mai abbandonare la propria natura camp – come d’altronde la visione degli space babies ci ha ricordato con molta efficacia. Più in generale, insomma, si coglie uno spirito di rinnovamento in cui si vuole portare il Dottore in una televisione sempre in cerca di cambiamento. Com’era stato il passaggio tra Davies e Moffat più di dieci anni fa, così anche questo ritorno di Davies rappresenta una rivoluzione molto più netta di quanto forse ci si sarebbe attesi, ma che si avvertiva necessaria dopo l’altalenante esperienza di Chibnall alla guida di Doctor Who. È questa l’era di un nuovo Dottore e di un nuovo Doctor Who: per ora ci confermiamo interessati e desiderosi di saperne di più.
Voto 14×01: 5½
Voto 14×02: 7
