
Narrato dalla voce fuoricampo di Giancarlo Esposito, il pilota si concentra più che altro su quella che sembrerebbe essere la protagonista, Samantha (Sam) White, una studentessa politicamente impegnata della Winchester University che tiene un programma radio, “Dear White People” che dà anche il nome alla serie, in cui denuncia con toni satirici le forme di razzismo presenti nel campus. Sam ha una migliore amica di colore (Ashley Blaine Featherson), un corteggiatore di colore (Marque Richardson) ed un gruppo più allargato di compagni universitari anch’essi rigorosamente di colore, ma sembra essersi innamorata di un ragazzo bianco, Gabe (John Patrick Amedori). Queste le premesse da cui il racconto della serie prenderà avvio.
La serie si presenta come l’adattamento televisivo di una pellicola indie del 2014 con cui condivide titolo e creatore, Justin Simien, che ritorna alla scrittura e dietro la macchina da presa per la maggior parte degli episodi dello show.
Come era stato per “Tiny Furniture” e Girls o per “Fargo” e l’omonima serie di Noah Hawley, però, la trasposizione, anziché limitarsi ad un semplice riadattamento seriale, diventa un’occasione per sviluppare ed approfondire in modo autonomo e distintamente televisivo l’universo narrativo e tematico del film. Non solo: in questo caso, a giudicare da questo pilota, il maggiore spazio di caratterizzazione dei personaggi e di sperimentazione registica offerto dal medium seriale sembra aver permesso a Simien di migliorare il discorso intrapreso con il film.

Riproporre al pubblico Dear White People in versione televisiva è stata quindi molto probabilmente una scelta necessaria, dettata da uno sguardo oculato e sensibile al dibattito contemporaneo anche e soprattutto perché la serie non manca di prendere in considerazione, senza minimizzarlo, il punto di vista dell’oppressore. Uno spezzone del programma radiofonico della protagonista, nel corso dell’episodio, sembra quasi rispondere alle accuse mosse dall’alt-right: “My jokes don’t incarcerate your youth at alarming rates or making unsafe for you to walk around your own neighborhoods. But yours do. When you mock or belittle us, you enforce an existing system.”
Mutatis mutandis, al contrario di uno show (pur molto valido) come When We Rise, ad esempio, la creatura di Simien riesce (almeno a giudicare dalle premesse) a proporre in termini realmente critici e stratificati il punto di vista del maschio bianco occidentale eterosessuale – ovvero la figura “dominante” contro cui vengono usualmente mosse le accuse di razzismo – attraverso il personaggio di Gabe Mitchell, il ragazzo della protagonista. La serie sembra quindi intenzionata a mantenere una certa apertura e i toni autocritici e consapevoli anche nei confronti della stessa cultura nera che erano propri anche della sua versione cinematografica.
La qualità della serie, e ciò che rende sinceramente apprezzabile questo primo episodio, è per l’appunto la capacità di trattare problematiche estremamente attuali come la satira o le forme di razzismo che ancora oggi sussistono (specie in ambienti a maggioranza bianca) senza che la scrittura esageri nei toni o renda bidimensionali problematiche o personaggi.

Dear White People sembra avere tutte le premesse per inserirsi a piano titolo in quel filone di serie che riattualizzano la black TV in quest’era televisiva della Peak TV: si pensi ad Atlanta di FX, Insecure della HBO o ad Empire della Fox o alle molte prodotte proprio da Netflix (The Get Down, Chewing-Gum, Luke Cage), tutte serie che cercano di dare allo spettatore un’immagine più moderna e stratificata dell’universo nero pur senza rinunciare al carisma e alle specificità che sono loro propri.
“Chapter I” è un bell’episodio perché introduce situazioni e personaggi senza essere didascalico, perché è divertente senza essere forzato per il suo modo di usare a proprio vantaggio, vale a dire ironicamente, gli stereotipi comici del genere, e perché parla di tematiche razziali senza essere scontato o retorico.
Voto: 8
