
Parte del merito va senz’altro attribuito alla confezione: una protagonista come Elizabeth Moss, non soltanto attrice di talento ma anche capace di incarnare con grande sensibilità e riempire di chiaroscuri il ruolo di Offred (la Moss, tra l’altro, non solo è sotto contratto per 5-7 stagioni ma si è anche ritagliata un ruolo piuttosto attivo come produttrice); una serie di registe – tutte donne con l’eccezione del veterano Mike Barker – che hanno diretto coppie e terzetti continuativi di episodi, regalando un’impronta decisamente autoriale alla messa in scena, in particolare Floria Sigismondi che ha diretto l’accoppiata “A Woman’s Place” e “The Other Side“; e non ultimi, gli evocativi e geniali costumi di Ane Crabtree, che si è ispirata ai contemporanei culti religiosi come Amish, scintoisti giapponesi e i neozelandesi Gloriavale per disegnare uniformi e abiti semplicissimi e senza tempo, che come gabbie colorate al tempo stesso evidenziano e intrappolano gli attori.
“One of my rules was that I would not put any events into the book that had not already happened in what James Joyce called the ‘nightmare’ of history, nor any technology not already available. No imaginary gizmos, no imaginary laws, no imaginary atrocities. God is in the details, they say. So is the Devil.” (Margaret Atwood – The New York Times, 10 marzo 2017)

La plausibilità di una Repubblica di Gilead – o comunque di qualcosa di molto simile in termini di regressione su diritti che per le donne sembravano acquisiti – sembra improvvisamente più concreta e paurosa a tutti i liberal degli Stati Uniti, e questo è il motivo dell’enorme mole di discorsi sociali che si sta producendo a proposito della serie, ma è difficile non constatare anche in questo caso l’autoreferenzialità Made in USA per tutto ciò che riguarda l’attualità e la storia.
Basta sapere infatti ciò che accade in Arabia Saudita ogni giorno, o leggere gli agghiaccianti racconti delle donne che vivono nei cosiddetti “Stati Terroristici” (pensiamo ai rapimenti delle donne Yazidi da parte dell’ISIS, ad esempio), per capire che la parità dei diritti non è solo qualcosa di fragile e tutt’altro che scontato, ma soprattutto che il corpo della donna è terreno di battaglia per qualsiasi regime in qualsiasi momento della storia, indipendentemente dal credo religioso o dalla posizione geografica.
Certo, immaginare l’America sotto un regime integralista e totalitario è una prospettiva inquietante, ma se guardiamo all’Iran (nel ’79, in quella che allora era la progressiva Persia, furono anche le donne stesse a rovesciare lo Scià, aprendo inconsapevolmente la strada a un regime che le vedeva come l’incarnazione della seduzione sessuale e del vizio e che in brevissimo tempo le privò di qualsiasi diritto e incarico pubblico) è inevitabile che la meraviglia e lo sgomento lascino spazio alla constatazione che anche nel mondo contemporaneo siamo ben oltre la plausibilità e completamente dentro alla realtà delle cose.
“Without women capable of giving birth, human populations would die out. That is why the mass rape and murder of women, girls and children has long been a feature of genocidal wars, and of other campaigns meant to subdue and exploit a population. Kill their babies and replace their babies with yours, as cats do; make women have babies they can’t afford to raise, or babies you will then remove from them for your own purposes, steal babies — it’s been a widespread, age-old motif. The control of women and babies has been a feature of every repressive regime on the planet.” (Margaret Atwood – The New York Times, 10 marzo 2017)

“The Bridge” prosegue su questa strada di apertura verso l’esterno pur facendo anche avanzare il plot in maniera consistente, concentrandosi da una parte sulla storyline di Offred/June, sempre più marcatamente legata agli eventi storico/politici, e lasciando al personaggio di Janine lo spazio per far deflagrare la tensione di quella situazione – ovvero la maternità e il rapporto con i Putnam – che fin dai primi episodi sapevamo avrebbe rappresentato una problematica importante che coinvolgeva non solo Handmaids e Aunts, ma anche gli intoccabili Commander e le loro mogli.

Non è difficile infatti immaginare come il tentativo di Offred di manipolare Fred per tornare alle Jezebel, che tanto costa alla protagonista in termini di angoscia – e che peraltro risulta una inquietante parodia della manipolazione del maschio da parte della donna che va convenzionalmente sotto il triste nome di “arti femminili” –, vista dalla prospettiva di Janine potrebbe essere concepita come la normalità della seduzione, messa in atto da un punto di vista più sottomesso del normale, ma neanche tanto impensabile persino nella libera società del passato e del sessismo benevolo e inconsapevole; probabilmente la stessa seduzione che pensava di esercitare sul Commander Putnam, ritrovandosi però manipolata a propria volta, esattamente come accade a June.

Il dialogo nella camera d’albergo tra Moira e June, che con la fuga sanguinosa di Moira arriva a conclusione quasi liberatoria dell’episodio, problematizza invece la lotta interiore tra desiderio di rivalsa e paura, regalandoci un momento intenso e drammatico tra le due ottime interpreti, ma anche il vero turning point della serie, il vero ponte (non a caso l’episodio si intitola “The Bridge”) verso un finale che presumibilmente getterà le basi per una seconda stagione più ricca d’azione. Quel biglietto e il “Praised be, bitch” di Moira chiudono il penultimo capitolo con una nota ironica e decontestualizzante, finale ad effetto per un episodio che, pur non essendo tra i punti più alti della serie, continua un percorso ben gestito di approfondimento dei caratteri, gettando basi solide per uno show che sembra decisamente fatto per durare.
Voto: 7 ½

Repubblica di Galaad, non Gilead. Per il resto buona recensione, soprattutto nella parte relativa alle donne e agli stati repressivi o ai movimenti fondamentalisti che annullano l’identità di genere. Handmaid’s tale è una fiction che guardo sempre con un misto di disagio e sgomento. A volte la realtà narrata mi appare insostenibile, ma continua a vederla con grande interesse.
Veramente “Galaad” è il nome che è stato usato nella traduzione italiana del romanzo; nella serie tv viene utilizzato il nome originale, ovvero Gilead.