
La strada del cambiamento, però, è lastricata di difficoltà: ecco che quindi Pelecanos e Simon, a fronte di una indiscutibile aria di rinnovamento, tirano il freno a mano su altre questioni, mostrandosi sicuramente più generosi con le intenzioni dei singoli personaggi che con le risposte provenienti dal mondo che li circonda. È un’America diversa quella del 1977, eppure certe cose non cambiano – e noi, che viviamo a quarant’anni di distanza, lo sappiamo bene: non possono certo bastare quei cinque anni di time-jump narrativo per regalare ai protagonisti una società che li accetti come persone di colore, come donne, come individui che vogliono allontanarsi dall’aura mafiosa che circonda la loro città.
Per ogni passo avanti ne vediamo quindi mezzo indietro, un movimento che ci garantisce un’effettiva evoluzione, ma senza l’illusione che sia davvero in atto un cambiamento positivo globale.
“I’m not doing any more Daddy Knows Best scenes.”
“That’s a fantasy.”
“That’s not my fantasy.”

Ne è consapevole anche Lori, che ad ogni momento a lei dedicato continua a fare passi che la portano sempre più lontana da C.C. e che riconosce come ormai le ragazze non debbano più avere un background come il suo per entrare nel mondo della pornografia. Non solo: come apprenderà nel corso delle puntate, il proprio successo – tra cui la nomination e poi la vittoria agli Awards per film erotici – non si basa tanto, o solo, sulle sue performance sessuali, quanto su ciò che è in grado di fare oltre a quelle scene; come dirà lei stessa a C.C., “I won this for acting”, cosa che la porta sempre più lontana da lui – il cui unico ruolo è legato alla strada, alla mera questione sessuale – e sempre più vicina all’agente Kiki Rains, interpretata da Alysia Reiner (Orange is the New Black).
Non sarà solo quest’ultima a sottolineare come nell’industria pornografica la recitazione, e dunque l’arte richiamata nel titolo del secondo episodio, sia un tassello fondamentale per lo sviluppo del settore stesso. Lo vediamo anche nella conversazione tra Genevieve Furie e Eileen, che non farà altro che confermare a quest’ultima quello che ormai aleggia nell’aria già da un pezzo: la pornografia deve staccarsi dalla prostituzione, perché, continuando in questa direzione, le donne nei film saranno sempre costrette a ruoli subalterni, sottoposte allo sguardo di una macchina da presa rappresentante del male gaze anche se dietro c’è una donna, e che esalta solo ed unicamente il piacere maschile perché “quella è la fantasia” predominante. È solo allontanandosi da questo schema e osservando uomini che per una volta non sono in perfetto controllo della situazione che si può arrivare a delle trame vere e proprie, portate sullo schermo da attori in grado di interpretare oltre che fare sesso.

È nello sguardo di una sempre più brava Maggie Gyllenhaal davanti a quella domanda che ci sembra quasi di vedere l’avvicendarsi di tutti i suoi pensieri, l’analisi dei pro e contro, ed infine la decisione che quell’atto di sottomissione – non tanto il rapporto in sé e per sé, quanto l’accettazione di quella momentanea retrocessione – sia un prezzo che può ancora decidere di pagare, ma solo in vista di un futuro in cui non sarà più necessario.
We all came to an agreement years ago that the Deuce is open for business.
Il motivo per cui Eileen cerca soldi a Los Angeles è talmente alla luce del sole che non c’è nemmeno bisogno di nascondersi: chiedere soldi a New York equivale a prenderli in prestito dalla Mafia. E del resto, se c’è un fattore che in queste due puntate fa da vera e propria costante è la presenza mafiosa, non solo del noto Rudy Pipilo, ma anche del suo contendente, Hodas, che sembra essersi inserito nel giro dei saloni usando ragazze minorenni, immigrate e senza documenti. “Seven-Fifty”, la tariffa per una prestazione base, assurge quindi a titolo del terzo episodio e non senza motivo: non solo infatti preannuncia quello che si prospetta come un conflitto enorme nel Deuce, ma soprattutto evidenzia come la prostituzione stessa sia diventata ancor più di prima un terreno di battaglia, in cui a fronteggiarsi non ci sono più i pimp della prima stagione ma i finanziatori dei saloni, spostando quindi l’intera guerra in ambito mafioso.

E infine c’è Frank, sempre diviso a metà tra manie di innovazione e furti che foraggino la sua vita da giocatore d’azzardo. Se per quanto riguarda la prima questione è più che evidente come il successo della pornografia e la crisi della prostituzione abbiano portato all’esigenza di inventarsi qualcosa di nuovo per i peep show, che diventano così una via di mezzo tra ciò che erano e i saloni, nel secondo caso l’uomo pare vivere sempre e comunque di una fortuna davvero cieca, forse troppo persino per lui: è nel momento in cui Pipilo decide di farlo fuori dai giochi che lui vince, durante una partita a poker, addirittura un negozio, e non si può che storcere il naso davanti ad una coincidenza come questa, che rende il personaggio di Frankie una macchietta a cui tutto è concesso da chiunque, dal fratello fino agli stessi autori della serie.

Al netto di alcuni punti discutibili, come le vicende di Frankie, e di altri su cui si attendono maggiori sviluppi – Vincent, ma anche l’intera storyline della polizia, che per ora costituisce solo una lunghissima dichiarazione d’intenti –, The Deuce manifesta con questi due episodi la sua volontà di disegnare un mondo perfettamente coerente con l’anima stessa della New York di fine anni Settanta, a metà tra innovazione e abitudini vecchie a morire. David Simon, da sempre impegnato a raccontarci la società per quello che è (soprattutto nelle sue contraddizioni), non smette quindi di darci elementi per fidarci di lui e della sua rappresentazione dell’umanità varia che dominava esattamente quel posto, esattamente in quel periodo.
Voto 2×02: 8+
Voto 2×03: 8
