
Il collegamento tra i due finali risulta piuttosto evidente in termini narrativi: “Storia del nuovo cognome” si conclude con la ricomparsa di Nino Sarratore, che risveglia in Lenù sentimenti mai davvero sopiti e che esplodono a distanza di anni con il finale del terzo volume. Inoltre, se nella seconda annata la sfida era stata quella di ridurre la distanza fisica tra Lila e Lenù, con le loro vite che si svolgevano in modo parallelo per la maggior parte del tempo, in questa terza stagione ci si è trovati davanti ad un ostacolo simile: l’assenza fisica di Lila dalle ultime 70 pagine, con l’unica eccezione della telefonata in chiusura del romanzo. “Fisica”, tuttavia, è la parola chiave: Lila non è mai davvero assente dai pensieri di Lenù, il cui percorso evolutivo – sulla scia di quella necessità di “diventare” che chiudeva l’omonimo sesto episodio – non riesce mai davvero a svincolarsi da quello di Lila, e nemmeno potrebbe.

Nell’adattamento televisivo di un romanzo le modifiche sono non solo inevitabili ma addirittura necessarie, proprio per il passaggio da un medium all’altro; il problema è che mentre degli eventi possono mutare o essere disposti diversamente, il senso profondo dei personaggi, la loro essenza, richiede un’attenzione di gran lunga maggiore, soprattutto se – come in questo caso – stiamo parlando di un personaggio principale che è voce narrante delle vicende, i cui monologhi scelti vengono presi dal romanzo e recitati in modo pedissequo, e che si trova davanti al cambiamento più importante della sua vita. Se la sintesi, necessaria, viene operata senza tuttavia vedere tutti gli strati di queste complessità, il rischio è quello di prendere un po’ di questo o di quello senza discernimento, o peggio: il pericolo diventa quello di applicare la propria visione della realtà (in questo caso quella di Luchetti) aggiungendo significati che nell’originale non ci sono e togliendone altri invece fondamentali.

La reazione di Lenù al ritorno di Nino nella sua vita non è stata portata in scena in maniera altrettanto adeguata, e questo perché è molto più difficile da rappresentare: non è infatti una successione di eventi e di azioni, quanto una strada non lineare di pensieri in formazione, di percorso in divenire, in cui si inseriscono – a volte alternandosi, altre volte coesistendo in contraddizione – influenze diverse che dal romanzo emergono costantemente.


Ad esempio, Lila compare nei discorsi di Lenù nelle puntate, ma solo nel ruolo di antagonista nella relazione con Nino, dunque per gelosia; compare persino fisicamente, come una visione, quando Lenù è a fare spese con Eleonora. È dunque legittimo chiedersi: se con una regia come quella di Luchetti abbiamo assistito a scene simboliche come questa e diverse altre, non si poteva trovare un modo per rappresentare interamente il legame tra le due amiche invece di amputarlo? Nel romanzo Lila non esce mai dai pensieri di Lenù: è la sua interlocutrice fantasmatica, è una parte importante del suo studio sulla donna e in definitiva della sua riflessione su se stessa – che comprende anche Nino, ma che non è solo incentrata su Nino. Nella narrazione di Ferrante è tutto estremamente più complesso, più ricco. Semplificare per la serie era obbligatorio, nessuno lo mette in discussione: il problema è come è stato fatto, ossia appiattendo questo legame nella direzione della gelosia – perché più facile da rappresentare, perché più aderente alla visione stereotipata delle donne nemiche in amore.
Un altro esempio in questo senso si trova nel rapporto tra Elena ed Eleonora, che nel romanzo è estremamente conflittuale da entrambe le parti. Lenù non sente alcuna responsabilità nei suoi confronti, anzi: dopo la telefonata di insulti da parte di Eleonora, la protagonista è “carica di odio” (“Un’altra me voleva insorgere dal fondo, dove era stata sepolta sotto la crosta della mitezza […] Se Eleonora s’azzardava a presentarsi sulla mia porta le sputavo in faccia, la buttavo giù per le scale, la trascinavo per i capelli fino alla strada, le spaccavo quella testa piena di merda sul marciapiede”, pag. 372), e solo in seconda battuta quest’odio si trasforma nella felicità di realizzare che Nino ha parlato con la moglie. Nella serie il tutto è riassunto con un “Passai dalla rabbia ad una gioia incontenibile”, ma di quel sentimento straripante che arriva dritto dalla sua esperienza nel rione, di quella manifestazione di violenta volgarità non vediamo nemmeno una traccia: solo un sorriso a suggellare l’importanza della seconda parte rispetto alla prima.

Perché si è aggiunta un’altra scena simbolica, Eleonora in mezzo al mare con le vene tagliate, come se la minaccia paventata da Nino l’avesse davvero preoccupata? Non c’è niente di tutto questo nella vera Lenù: quella che si è portata in scena è una donna vista da uno sguardo maschile che non si è sforzato di andare oltre gli stereotipi della donna ora gelosa, ora volubile, poi nervosa, turbata da sensi di colpa, ma comunque pacata, di sicuro non violenta o egoista nei confronti di un’altra donna.
Lo stesso trattamento le viene riservato nel confronto con Pietro, quando lui le chiede di Nino: la scena a cui assistiamo nella serie usa le stesse identiche parole del romanzo, ma espresse in modo pacato, rassegnato. A che pro continuare a citare pedissequamente il testo se poi le modalità scelte sono diametralmente opposte, dato che la Lenù del romanzo scoppia in tutta la sua furia, tanto da mettere in fuga il marito? Davanti all’esplosione di Elena (Ferrante parla di un “organismo” che viene recepito come “rozzo”, che “si manifestava in modo prelogico, una femmina nella sua espressione più allarmante”, pag. 369), Pietro fugge e lei lo insegue, gridandogli tutte quelle parole che nella serie vengono invece inspiegabilmente sussurrate.
Elena viene privata della sua violenza, sintomo del suo conflitto interiore, perché quel conflitto in questi episodi è stato a malapena accennato, ridotto a un nervosismo altalenante per nulla aderente alla vera evoluzione del personaggio su carta.

Ed è un peccato, perché nelle precedenti puntate si è lavorato bene sul parallelismo tra il tumulto che attraversò l’Italia in quegli anni e quello che colpisce la vita di Lenù. Basti pensare alle prime litigate con Pietro, in cui, complice l’interpretazione di Margherita Mazzucco, l’insoddisfazione e la solitudine dei primi anni di matrimonio si trasformavano in rabbia anche grazie ad una sola frase detta in dialetto. Eppure, proprio quando si arriva all’apice di questa rottura, nella serie questa potenza esplosiva viene annichilita, ridotta a una dinamica molto più piatta in cui la fuga conclusiva di Lenù con Nino appare più come un capriccio che come il frutto di un percorso doloroso in cui felicità e angoscia si sono alternate senza soluzione di continuità.

Di nuovo, cambiare i dialoghi, tagliarli, è una necessità nel passaggio di medium: ma le modifiche di queste puntate hanno minato le basi dei personaggi, dando a Lenù l’aria di una persona irragionevole e per nulla intimidita dalla violenza neanche quando rivolta a suo marito, e conferendo a Pietro una determinatezza che non gli appartiene. La reazione più tipica di Airota a qualunque conflitto non è certo la risolutezza, ma la negazione, la fuga, e solo alla fine la cieca rabbia, che lo porta nel suo egoismo a ferire le bambine per colpire Elena.
Adattare un romanzo per il cinema o la televisione non è mai facile, ed è legittimo scegliere anche strade diverse per rappresentare un legame o un percorso individuale: ma cosa succede se si lavora a stretto contatto col materiale di partenza e all’improvviso si cambia del tutto il significato di un personaggio? È davvero possibile fare finta di nulla quando si riscontra che queste modifiche non fanno altro che seguire dei cliché triti e ritriti, portati avanti da secoli di narrazione maschile delle donne?

È difficile esprimersi in maniera completa su questi episodi. Ci sono tante parti che meritano elogi, tra tutte le interpretazioni eccezionali del cast (un plauso particolare va a Sofia Luchetti, figlia del regista e interprete della piccola Dede, un talento da tenere d’occhio): sebbene con tutte le modifiche di cui si è parlato, Margherita Mazzucco, Francesco Serpico e Matteo Cecchi hanno davvero dato il loro meglio, così come Gaia Girace, che compare pochissimo e per le ultime riprese prima di cedere il passo a quella che sarà la prossima interprete – non ancora annunciata. Luchetti va certamente ringraziato per aver deciso di mantenere il cast della scorsa annata, pur con tutte le difficoltà del caso: è stata un’occasione imperdibile per veder crescere le nostre Lila e Lenù, aiutate in questo anche da un reparto trucco, parrucco e costumi che ha fatto l’impossibile (la trasformazione di Lenù in particolare è stata eccezionale).
È difficile dare un giudizio completo sulla stagione, perché laddove i primi sei episodi avevano fatto un lavoro molto buono con il materiale a disposizione, questi ultimi due sembrano usciti da un altro luogo, o semplicemente dall’incapacità del male gaze di leggere la profondità e la complessità di Ferrante. Erano pagine difficili, dense, incentrate su un personaggio che si trova davanti a un cambiamento enorme nella sua vita e che proprio per questo meritava più attenzione; è ironico, triste, ma anche profondamente significativo il fatto che, mettendo in scena una protagonista che parla di “uomini che fabbricano le donne”, il risultato sia stato proprio questo: aver osservato per l’ennesima volta uno sguardo maschile incapace di rappresentare la complessità di un personaggio femminile.
Voto 3×07: 6-
Voto 3×08: 5
Voto Stagione: 7
Nota:
Le pagine citate nella recensione provengono dal terzo volume de “L’Amica Geniale”, “Storia di chi fugge e di chi resta”, scritto da Elena Ferrante, edizioni e/o.

Complimenti e grazie. Recensione illuminante.
Grazie a te!
Grazie per la bella recensione,che mi ha fatto riflettere su certe cose che mi avevano lasciato perplesso.Peraltro nn avendo letto il libro il mio giudizio è forzatamente limitato.Concordo con il grande lavoro fatto trucco etc…anche se personalmente avrei preferito che la “recastazione”di Lenù e Lila fosse già avvenuta in questa stagione,come del resto era stato annunciato in un primo luogo.Riguardo allo sguardo diverso di Lucchetti rispetto a Costanzo,non dimentichiamo che i due episodi migliori della seconda stagione(almeno per me)quelli riguardanti la vacanza ad Ischia(“Il Bacio”,”Il Tradimento”)sono stati diretti magistralmente da Alice Rohrwacher.Un vero peccato non averla rivista alla regia in questa stagione,magari proprio negli episodi da te esaminati.
Grazie Davide!
Sul recast ci sono opinioni contrastanti, a me ha fatto molto piacere continuare a vedere Mazzucco e Girace nei loro ruoli, ma ci sta che ci sia chi ha avuto un’esperienza più “straniante” in questo senso.
Su Alice Rohrwacher certo, come dimenticarla? Ha fatto un lavoro straordinario. Il mio paragone tra Lucchetti e Costanzo è stato limitato a loro per l’analisi dei due episodi finali di entrambe le stagioni (proprio a dimostrazione di come le modifiche, se ben fatte, possano essere un valore aggiunto per la serie) e per la rappresentazione della violenza, che anche in questo caso era stata messa in scena da Costanzo nelle scorse stagioni.
Sono certa che se Rorhwacher avesse lavorato su questi episodi, il risultato sarebbe stato di gran lunga diverso. Non necessariamente privo di errori – sono pagine difficilissime da trasporre – ma sicuramente più attento alla profondità del messaggio di Ferrante.
Pur non avendo letto una sola riga della saga della Ferrante, si percepisce chiaramente la complessità di questo terzo atto e da spettatore ho apprezzato molte cose, ma non tutte. Quel che non mi è piaciuto ad esempio è il mood molto meno cinematografico rispetto alle due stagioni precedenti, con una prevalenza di “gruppi di famiglia in un interno” che richiederebbero ovviamente prove attoriali e ritmo davvero speciali. Ma quel che veramente mi è mancato è stata Lila, colei che per me è l’amica geniale, spesso assente nel racconto (in ben tre episodi su otto!) per lasciare libero spazio ad una Lenù che, forse proprio per quell’ottica maschile che la deforma, finisce per diventare una figura irrazionale e fortemente antipatica.
Ciao Boba, innanzitutto ti straconsiglio i romanzi, sono di una bellezza indicibile!
Sul resto ti dico, è abbastanza inevitabile che in alcune parti prevalga Lenù su Lila, proprio per la natura del romanzo che è narrato dalla prima. Quindi proprio materialmente sappiamo più cose di Elena che dell’amica. D’altra parte, se poi la si va a tagliare anche quando è presente in maniera incisiva (anche se non fisicamente), si fa un torto non solo a lei, ma al personaggio di Elena e alla stessa Ferrante.
Concordo con te, la Lenù della serie sembra compiere scelte assurde (la storia della pistola buttata lì così è tremenda) ma in generale ha lo spessore della carta velina. Tutto il contrario di quella del romanzo, ecco.