Killing Eve – Stagione 4


Killing Eve – Stagione 4Dopo l’avvicendamento di Phoebe Waller-Bridge, Emerald Fennell e Suzanne Heathcote, la showrunner della quarta stagione di Killing Eve è Laura Neal, la quale ha la responsabilità di portare a compimento una storia che ha fatto dell’imprevedibilità uno dei suoi punti di forza.

Non è semplice concludere una serie che ha già mostrato i lati più enigmatici e magnetici delle due protagoniste, raccontando la pericolosità di Villanelle, non dimenticando di scavare anche nei suoi sentimenti, e la determinazione sempre più inscalfibile di Eve. Evitando di ripetersi, quest’ultima cavalcata ha come spina dorsale la caccia ai Twelve che si intreccia con il tira e molla tra Eve e Villanelle, i cui ruoli si sono ribaltati nel finale della scorsa stagione, con la prima che non si fida più della seconda e quest’ultima alla ricerca della forza per poter cambiare davvero.

Quella di Killing Eve è una narrazione guidata da un approccio profondamente queer e una prospettiva che ha il merito compiere una ricca esplorazione della femminilità, raccontando donne diverse per età, colore della pelle, orientamento sessuale e classe sociale. Oltre alle due protagoniste, infatti, quest’anno abbiamo come sempre l’algida e sardonica presenza di Carolyn (impreziosita dalla meravigliosa interpretazione di Fiona Shaw), un’assassina lesbica e affascinante come Hélène e la giovane apprendista killer Pam – incarnata da Anjana Vasan, protagonista di We Are Lady Parts – che accelera il proprio addestramento per fuggire da una famiglia abusante.

Killing Eve – Stagione 4In una stagione per forza di cose un po’ diversa dalle altre, il quinto episodio è non solo uno dei più belli ma anche un punto di svolta delle storyline dei personaggi principali. Non è un caso che Carolyn occupi un ruolo centrale, perché la serie decide di chiudere unendo i puntini che collegano presente e passato, ritornando sulla Guerra Fredda (in un modo che oggi ci appare purtroppo ancora più attuale) attraverso la rappresentazione di un’affascinante Berlino di fine anni Settanta. Una storyline di amore, emancipazione, ribellione, politica e rinunce che rivela l’intera impalcatura narrativa della serie.
Nella parte centrale della stagione, Killing Eve torna al suo meglio, raggiungendo quei picchi che l’hanno resa celebre, perché riesce a essere allo stesso tempo fieramente femminista, unapologetic, ribelle, divertentissima (tutte le scene tra Eve e la figlia di Hélène, per esempio), selvaggia, super queer, romantica e incredibilmente drammatica da un momento all’altro.

La serie per quattro stagioni ci ha fatto capire quanto bisogno c’è di nuove storie, per riprendere il titolo di un bellissimo libro di Nesrine Malik. Perché se i maschi bianchi etero hanno centinaia di versioni delle stesse narrative, per quanto riguarda le persone marginalizzate e in particolare quelle LGBT+ le storie sono ben poche, spesso stereotipate e costellate da pigri tropes.
È importante prima di tutto per le persone che da quelle storie sono rappresentate, ma anche per chi semplicemente è stufo di vedere sempre le stesse cose dalle stesse prospettive.
Killing Eve è stata l’occasione per mostrare due personaggi femminili recalcitranti ai cliché, protagoniste di un genere che è stato da sempre appannaggio maschile, ma soprattutto parti attive e complementari in una storia d’amore amatissima dal fandom, anche nella sua non convenzionalità. Eve e Villanelle si sono amate sin dall’inizio ma la serie ci ha sempre fatto capire che il loro era un rapporto fatto di contraddizioni e imprevedibilità, a partire dal bellissimo accoltellamento a letto che ha chiuso la prima stagione. In generale lo show ha veicolato una visione del mondo estremamente cupa, fatta di amori forti destinati a sfumare nel nulla e padri putativi ammazzati sotto i propri occhi, con la crudeltà a fare da cornice morale dell’intero racconto.

Killing Eve – Stagione 4Consapevoli dell’importanza della serie per la rappresentazione LGBT+, Laura Neal e la sua squadra di autrici hanno deciso di privare il fandom del finale alla “San Junipero” che sembrava già apparecchiato, preferendo chiudere la serie in tragedia, ricordandoci che, così come è accaduto agli altri personaggi, anche le protagoniste possono morire da un momento all’altro per via di un Male che è quasi sempre senza volto e che quando ce l’ha può essere quello di una tua ex amica che ti pugnala alle spalle.
È stata una scelta forte e sicuramente rischiosa, molto discutibile e legittimamente criticata ma tutt’altro che comoda, bensì in linea con il coraggio della serie: le autrici hanno mostrato le protagoniste amarsi come mai la serie aveva fatto prima e poi hanno concluso in coerenza con il pessimismo cosmico di Killing Eve, tenendo fede alla sua visione del mondo anche a costo di far arrabbiare chi sognava un finale diverso.
Regalare un meritato happy ending a un fandom che a questa serie ha dato tantissimo sarebbe stato importante, ma le autrici hanno fatto una scelta diversa con un epilogo che ha avuto il massimo dell’amore e il massimo della tragedia.

Una gran parte del fandom si è sentita tradita da un finale che in maniera forse un po’ affrettata ha riprodotto il trope bury your gays da cui la serie sembrava lontanissima, rinunciando a una conclusione differente dal solito, che salutasse le protagoniste felici anche fuori dalla serie. Difficile però sostenere che quei tre minuti finali cancellino il ruolo che Killing Eve ha avuto in questi anni, compresa questa quarta e ultima stagione, finita con un episodio che ci ha regalato una grande fine per Konstantin grazie anche all’ottimo inserimento di Pam e una Carolyn sempre più complessa e con linee di dialogo stupende.
La rabbia del fandom LGBT+ nei confronti degli ultimi minuti del series finale è sia legittima che giustificata, perché se nemmeno in una delle serie più femministe e più queer in circolazione l’amore tra due donne può avere un lieto fine, allora non c’è proprio speranza in un panorama in cui queste storie sono pochissime. Allo stesso tempo però non bisogna fare l’errore di attribuire a un singolo prodotto la responsabilità di rappresentare tutto il non rappresentato (come già per SKAM Italia 4), perché così si fa l’errore di trasferire su un caso specifico un problema che è sistemico, sminuendo in questo modo anche il ruolo enorme che Killing Eve ha avuto sulla rappresentazione delle persone LGBT+.

Killing Eve – Stagione 4Il finale ha raccontato l’amore tra Villanelle e Eve come mai era stato fatto prima, con la scena della pioggia, quella con l’altra coppia, la fuga in camper, la pipì insieme, i giochi col cibo, i baci e la scena al matrimonio che sono state estremamente gratificanti per chiunque aspettava questo momento.
Allo stesso tempo però le autrici hanno scelto di concludere in tragedia, chiudendo la serie in coerenza con una visione del mondo incredibilmente pessimistica, facendo morire una delle due dopo avercele mostrate al massimo dell’amore e della felicità. Una scelta legittima da parte di una writers’ room che ha dimostrato una consapevolezza enorme verso certi temi e che dopo aver regalato l’idillio non scontato ma in cui tutti speravano ha scelto di sacrificare l’amore tra le protagoniste sull’altare di un discorso sulla violenza che non lascia scampo.
In questo modo la serie va a rafforzare la narrativa per cui le persone LGBT+ non possono avere un lieto fine in cui riconoscersi? Sicuramente sì.
Allo stesso tempo i personaggi non vivono fuori dalle storie e in questa storia Eve e Villanelle hanno concluso innamorate e felici, con la loro relazione mostrata come un idillio che finisce insieme alla serie, sebbene con tre minuti di dramma. Sia per noi che per loro.

In definitiva, Killing Eve per quattro stagioni ci ha fatto vedere la televisione come dovrebbe essere, mettendosi di traverso a un sistema patriarcale e marginalizzante, che vive di esclusione e mette al centro sempre i soliti profili e sempre i soliti sguardi.

Voto Stagione: 7½
Voto Serie: 9

Condividi l'articolo
 

Informazioni su Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.