
Già da queste poche righe si possono evincere gli importanti conflitti introdotti da questo nuova annata dello show HBO, che corroborano le tematiche e gli intrecci di Westeros su più livelli.
Il primo è quello meramente politico, dove il gioco dei troni non va per il sottile come in Game of Thrones, a causa dell’avvicinarsi della guerra e la minaccia dei draghi, ma non manca di ritrarre la propaganda e il suo effetto sullo smallfolk e sui signori del regno con efficacia, pur mancando alle volte di incisività. Un altro livello su cui si sviluppano le trame di House of the Dragon è quello personale, forse l’aspetto dove più eccelle anche grazie alla qualità dell’intero cast.

I nuovi episodi sono stati attraversati da molti momenti di transizione verso un evento più grande, ma non hanno lesinato nel mostrare i punti di forza dello show, seppur con qualche debolezza che si è concentrata soprattutto nel terzo episodio, dove qualche superficialità in più ha fatto perdere di mordente la narrazione, pur non snaturandola.
L’atmosfera di una progressiva caduta nel caos dei Sette Regni è coinvolgente, nelle avvisaglie di una guerra ineluttabile nonostante i tentativi da entrambe le parti di evitare gli spargimenti di sangue. Il duello mortale fra i fratelli delle Cappe d’Oro e la battaglia conosciuta dalle pagine di Fire & Blood come The Battle of the Burning Mill rendono chiaro come il tempo della pace sia oramai passato, nonostante i vani tentativi di riconciliazione o vittoria diplomatica da ambo le parti. Entrambe le trame sono uno sfondo ai drammi familiari dei Targaryen e dei loro vassalli, ed entrambe hanno alti e bassi nella loro narrazione.
La tragedia dei fratelli delle Golden Cloak è un intreccio che si inserisce nella narrazione in maniera forse troppo rapida rispetto a quanto il pubblico era abituato, ma non meno efficace e, anche se non occupa uno spazio preponderante nell’episodio, riecheggia delle scene che hanno reso protagonista per breve tempo la gente comune di Westeros, come per esempio la scena fra il fabbro Hugh e la moglie e l’esecuzione sommaria dei Ratcatcher vissuta attraverso gli occhi di una delle madri delle vittime della vendetta cieca di re Aegon II. Questo elemento tematico però mette anche in prospettiva le parole della Regina che non Fu, quando mette in guardia Rhaenyra sul versare sangue inutilmente; Rhaenys stessa aveva massacrato parecchi popolani con l’atterraggio del suo drago, per interrompere l’incoronazione del nipote in “The Green Council” nella prima stagione. Non è ben chiaro se sia una svista o se lo show cerchi di dipingere uno dei suoi personaggi più misurati come un’ipocrita.

Anche i personaggi sono in fase di transizione, ma si possono tracciare dei paralleli significativi fra i due schieramenti opposti. Aemon e Daemon sono i due migliori guerrieri e le più pericolose forze del reame per i loro nemici e alleati in egual misura, ma le somiglianze non si fermano qui: il sangue del piccolo principe Jaherys ricade sulle mani di Daemon, il mandante di Blood and Cheese, in un riflesso (con le dovute misure) dell’avventatezza di Aemon nell’aizzare Vhagar fino a perderne il controllo e causare la morte di Luke in “The Black Queen“. Nel terzo episodio, il passato ritorna a bussare alla porta di entrambi con un sogno di morte e ricordi amari per il Principe Canaglia e sotto forma del fratello ubriaco per il Cavalcatore dell’antica draghessa Vhagar, colto in un momento di grande vulnerabilità; sono forse fra le scene più intime dell’intero show, che mettono in luce aspetti diversi di due esponenti Targaryen opposti ma che presto si ritroveranno a incrociare le spade.
Aegon e Rhaenyra invece si dimostrano quanto mai diversi nel rispondere al lutto. Dove Rhaenyra ha deciso di chiudersi stoicamente in sé stessa prima di riprendere il timone della fazione nera, Aegon II è accecato da una rabbia di cui lui stesso e il suo nome sono vittima, come evidenzia la scena della distruzione del plastico della Vecchia Valyria in preda alla rabbia. Altri, inoltre, usano la poca lucidità di quest’ultimo per scalare i ranghi della corte: Sir Criston Cole per esempio condanna a una disonorevole morte uno dei più leali e abili spadaccini delle Cappe d’oro, ma viene ugualmente premiato con il titolo Hand of the King perché asseconda il re nelle intemperanze dettate dal lutto. Il lavoro sui personaggi continua dunque ad essere ottimo, soprattutto nel secondo episodio che mette in luce l’amarezza e la malinconia di un Otto Hightower, un uomo che vede tutti i suoi sforzi e il sangue versato dalla sua famiglia andare in fumo, e che assiste alla caduta della figlia che lui stesso, con i suoi sotterfugi, ha portato in quella posizione di onori e oneri.

Così, House of the Dragon conferma i suoi punti di forza, mostrando anche qualche debolezza che però non snatura le atmosfere in cui questa serie sa far immergere lo spettatore come pochi altri show nel panorama contemporaneo.
Voto 2×02: 8
Voto 2×03: 7½
