E’ passato un anno da quando si è conclusa una delle storie più incredibili mai raccontate. Una serie che secondo i vertici della ABC non sarebbe arrivata alla fine della prima stagione e che invece, grazie a due showrunner cresciuti con pane e Star Wars e ad un cast mai così perfetto, è diventata un successo di dimensioni mondiali, osannata da pubblico e critica. Sei stagioni, 121 episodi, un Golden Globe, otto Emmy Awards e un posto speciale non solo nell’Olimpo della televisione, ma di ogni forma di narrazione. Tutto questo è LOST.

AVVERTENZA: Seguono spoiler su tutta la serie

Partiamo proprio dal nome della serie, Lost, che ha molti significati. “Lost”, participio del verbo inglese “to lose”, vale a dire perdere quindi perso/a-i/e, non ha dei soggetti precisi in particolare. Si riferisce, come ovvio che sia, ai sopravvissuti del volo Oceanic 815 che sono dispersi su un’isola deserta senza punti di riferimento, ma non solo. Il riferimento, infatti, è anche allo spettatore che, a fianco ai personaggi che ama, si addentra all’interno degli oscuri misteri dell’isola cercando di capire, di comprendere, di interpretare e raggiungere così la luce.
Non è un “perdersi” inteso solo come uno smarrimento mentale, ma anche, e soprattutto, come “immersione”. Per capire Lost, per comprenderlo appieno non basta semplicemente guardarlo, bisogna immergersi senza riserve, pregiudizi o timori perché Lost non è una semplice serie piena di misteri (come alcuni erroneamente pensano): ciò che è terminato un anno fa è stato un percorso, un’esperienza collettiva, un evento cult della nostra generazione – molto più di una semplice serie.

L’idea è che “l’esperienza Lost” sia stata come aprire un enorme libro, ma poterne leggere solo una parte, grazie alla quale è stato possibile guardare, osservare e scandagliare fino al minimo dettaglio tutto quello che è successo, da Mother e Jacob fino a Hurley, Ben e Walt, passando per gli Others e la Dharma Initiative e, ovviamente, attraversando le storie dei nostri Losties dall’inizio alla fine: perché se era destino che loro finissero proprio sull’Isola, ecco che anche il loro passato e il loro futuro entrano di diritto in questa grande storia.
In questo modo tutto ha un senso: non esistono dettagli “buttati lì e abbandonati” solo perché non sono stati “utili” al finale, perché tutto è stato utile ad arrivare fino alla fine; perché nella vita tutte le cose, anche quelle più insignificanti, contribuiscono a fare di noi quello che siamo e del posto in cui abitiamo quello che effettivamente è.
Come è intuibile, l’impatto che la serie ha avuto sulle nostre vite è stato significativo, andando al di là del capolavoro cinematografico e sconfinando nel nostro universo personale: la forza di questo show è stata proprio quella di creare un legame più unico che raro con chi stava al di qua dello schermo.
Lost, infatti, è cosi: o ti prende e ti sconvolge, o non fa per te. L’attenzione richiesta per i più piccoli particolari non è certo ordinaria, e i fan più accaniti di Lost sono sicuramente noti per la loro conoscenza accuratissima di fatti – anche minimi – successi in qualunque stagione. Questo grazie a molteplici visioni di ogni puntata e decine e decine di pagine di forum consumate settimanalmente per ogni episodio.

Lost infatti non si fermava alla sola visione, ma comprendeva ore e ore trascorse su siti internet e forum, a discutere degli episodi, a formulare teorie, a notare indizi che in verità non c’erano, a leggere libri citati nelle puntate per andare ancora più a fondo nella mitologia della serie. Un rapporto, quello con Lost, che per molti può apparire ossessivo (e probabilmente lo è) ma che, con milioni di fan disseminati in migliaia di forum in tutto il mondo, ha creato una vera e propria “Comunità”: incontrare in giro sconosciuti fan di Lost aveva (ha) lo stesso sapore di incontrare connazionali all’estero. Un po’ come i personaggi, i fan si sentono quasi connessi tra loro. E’ proprio grazie a questa serie che noi cinque ci siamo conosciuti (nel forum solo-lost.net) e che oggi ci troviamo a  scrivere recensioni di serie televisive.

Ma tornando all’opera in sé, Lost rappresenta una pietra miliare della televisione: dopo che Twin Peaks, 20 anni fa, portava per la prima volta un valore artistico/cinematografico al piccolo schermo, Lost nel 2004 è arrivato per sancire definitivamente che l’arte non si trova solo nel grande schermo. La qualità cinematografica (delle prime stagioni almeno), lo spessore e la caratura straordinaria dei personaggi, il fascino dei misteri, ma soprattutto il grandioso intreccio sul quale le varie “pedine” si muovevano, sono riusciti a tenere incollati gli spettatori nonostante la “serialità” degli episodi (parliamo di una storia con un arco narrativo non limitato al singolo episodio, ma che si protrae dal pilot fino al series finale) arrivando a conseguire, dopo sei anni, ascolti ancora validi (seppur dimezzati tra “Man of Science, Man of Faith” e “The End”), al contrario dei telefilm “serializzati” di oggi, che perdono milioni di spettatori episodio dopo episodio per poi essere miseramente cancellati.

Ma con qualcosa di così ampio e complesso, che mischia tantissimi elementi narrativi, non è strano che il finale abbia polarizzato il pubblico: chi l’ha adorato per aver concluso magistralmente una delle storie più grandiose mai raccontate in tv, chi esigeva risposte ai misteri date da Faraday con carta e penna (l’interpretazione sembra essere un dono raro, oggigiorno) e chi pensa che siano morti nel pilot (probabilmente hanno visto un’altra serie).
Noi ci ritroviamo tra i primi, e riteniamo che il finale spirituale abbia anche una valenza metatestuale: la scena nella chiesa è il giusto tributo e addio ai personaggi (cardine delle serie). Quella scena, più che essere il vero finale, è un modo per salutare quei volti che in questi sei anni abbiamo imparato a seguire e ad amare. Il finale vero e proprio (che non si sa perché passa in secondo piano nella mente di molti critici) è la morte di Jack, con l’occhio che si chiude lì dove tutto è iniziato. Esiste una fine migliore?

Inoltre, non esiste un “finale spirituale che ha rovinato l’aspetto scientifico”: perché tutto ciò che è stato raccontato è successo all’interno della storia. Il lato scientifico c’è ed esiste, perché è ciò che caratterizza l’isola; ma esiste anche l’aspetto spirituale, quello che ha portato un gruppo di persone a legarsi l’una all’altra per tutta la vita e non solo: perché siamo tutti variabili impazzite, ma solo con le nostre costanti possiamo andare oltre.
Possiamo vedere Lost come un tutto, un’entità completa che possiamo osservare dall’angolazione preferita, rivedendo gli episodi facendo caso oggi all’aspetto scientifico, domani a quello filosofico, dopodomani a quello spirituale e così via.

Sfatiamo anche il mito che le risposte non ci siano state. E’ vero che non tutte le domande hanno avuto risposta, ma quelle che si possono definire le più importanti e fondamentali della serie sì. Alcune altre sono rimaste nel dubbio oppure, più semplicemente, non sono state spiattellate dagli autori, che hanno preferito seminare nella trama numerosi indizi, lasciando agli spettatori il compito di ricollegare i puntini. Alcuni misteri non sono stati risolti, ma si tratta sempre di questioni minori che francamente sono poco importanti ai fini della trama principale della serie. Ovviamente ci sono anche delle incongruenze e degli errori commessi dagli autori – questo è innegabile – ma non bisogna dimenticare i loro meriti: aver creato una serie che, pur essendo complicata ed intrecciata su più dimensioni (non solo temporali), riesce ad essere coerente, solida e controllabile per tutta la sua interezza. La bravura degli sceneggiatori di Lost è stata riuscire a fare una trama di questo grado di complessità senza perdersi (salvo qualche inevitabile difetto)..

L’anno scorso, all’Università Cattolica di Milano, è stato allestito un maxischermo che ha mandato in onda “The End” in contemporanea con gli Usa, davanti a docenti di cinema e ad appassionati.
Questo perché, apprezzato o non apprezzato, Lost rimane un’opera imprescindibile non solo per un seriofilo, ma per chiunque ami il cinema e l’arte in generale.
E poi c’è l’aspetto personale: l’ineffabile, quello che conta più di tutti; quello che ancora oggi ci fa riprovare quelle stesse emozioni provate un anno fa; quello che solo chi l’ha vissuto, come noi, può capire.

Antonio (Joy Black)
Federica (Xfaith84)
Ivan (Ivan815)
Michele (Michele Hume)
Stefano (Dezzie)