Generation Kill – Nati per morire, cresciuti per uccidere

Generation Kill – Nati per morire, cresciuti per uccidere11 settembre 2001, 2 maggio 2011, rispettivamente il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle e quello della cattura e uccisione di Bin Laden. In questi dieci anni la guerra ha cambiato radicalmente la sua natura, sia per come viene percepita sia per come viene combattuta. Generation Kill ne rappresenta uno dei ritratti più potenti e fedeli.

Pur non essendo definitivamente usciti da quella guerra, così come siamo tutt’altro che immuni alle minacce del terrorismo islamico, è possibile guardare agli anni racchiusi da questi due avvenimenti così eclatanti ed emblematici come a un decennio circoscritto, un periodo in cui c’è stato di tutto, dalla moltiplicazione degli attacchi terroristici alla reazione belligerante del Presidente Bush, dai video testamentari degli attentatori alla discontinuità rappresentata dalla presidenza Obama.
A cambiare però è stato anche il rapporto tra l’audiovisivo e la guerra, dando al war movie una natura totalmente nuova, figlia dei radicali cambiamenti della contemporaneità. Film come Nella valle di Elah e Redacted, serie come Generation Kill e Homeland hanno portato il mondo esterno sui nostri schermi e hanno fatto dei dispostivi di visione – grandi e piccoli – quelle finestre attraverso le quali l’arte interroga il proprio presente geopolitico.

Dalla pagina allo schermo

Generation Kill – Nati per morire, cresciuti per uccidereLa vicenda produttiva legata allo show è da questo punto di vista davvero interessante: nel 2004 esce Generation Kill di Ewan Wright, libro in cui il giornalista di “Rolling Stone” racconta sotto forma di reportage narrativo la sua esperienza come inviato di guerra, risalente all’anno precedente. Il libro è a sua volta una seconda versione, in quanto si tratta della rielaborazione di tre lunghi resoconti usciti su “Rolling Stone” l’anno prima. Nel luglio del 2008 la HBO, dopo aver comprato i diritti del volume, manda in onda la prima puntata della miniserie omonima, adattata fedelmente da David Simon ed Ed Burns, già creatori di The Wire. Lo show riceve la massima copertura mediatica e attenzione critica in quanto va in onda la domenica in prime time (che in quegli anni era ancora considerato “lo slot dei Soprano”), e immediatamente dopo la fine della quinta e conclusiva stagione di The Wire, il cui apprezzamento unanime ha tirato la volata a Generation Kill.

Raccontare la guerra

Generation Kill – Nati per morire, cresciuti per uccidereCon l’aiuto di Ewan Wright, Simon e Burns realizzano una sorta di romanzo-verità televisivo di stupefacente potenza, capace di raccontare in sette episodi una temporalità al contempo contratta e intensissima. Il contesto è quello della guerra in Iraq e la missione dura esattamente tre settimane, dispiegate in maniera equilibrata nei primi sei dei sette episodi totali. Al centro della scena c’è la compagnia Bravo del primo battaglione di guerra sul suolo iracheno, ovvero un “mucchio selvaggio” di giovani gettati nel deserto mediorientale in balia di ogni genere di imprevisto e, accanto a loro, il narratore (ovvero il giornalista Ewan Wright, interpretato da Lee Tergesen), l’occhio umano che fa da mediatore principale tra lo spettatore e l’orrore della guerra.
Su questa base narrativa sono tantissime le tematiche che emergono e che la serie affronta con grande attenzione e rispetto, sia per i suo protagonisti sia per la Storia. Ovviamente ogni rappresentazione della guerra porta con sé alcuni topoi ricorrenti a cui anche Generation Kill non può non fare riferimento; in più però la serie HBO ha il coraggio di scoperchiare un vaso di Pandora da cui escono tutte le aberrazioni del conflitto in questione, ponendosi non solo come un prodotto televisivo ma come un vero e proprio atto politico.

L’etica come stile

Generation Kill – Nati per morire, cresciuti per uccidereEsattamente come nel caso di The Wire, Generation Kill incarna una delle più riuscite forme di inchiesta televisiva. Potremmo dire che, pur cambiando il genere di riferimento (si passa dal poliziesco al war movie), non mutano di una virgola l’approccio e lo stile. La serie infatti è la più realistica messa in scena della guerra in Iraq che sia mai apparsa su uno schermo, grande o piccolo che sia; è un ritratto completo e iper-dettagliato di una condizione assolutamente peculiare, che non si concede mai virtuosismi superflui o divagazioni arty, perché l’estetica che incarna è forgiata prima di tutto da un irrinunciabile rigore etico. È il realismo della messa in scena ad impressionare lo spettatore, prima ancora della scrittura. A ben vedere però i due livelli non sono scindibili perché la regia della serie non è altro che la naturale prosecuzione di un metodo – quello di scrittura – che David Simon da sempre porta avanti, caratterizzato soprattutto da una grande ricerca antropologica, che studia fin nei dettagli i comportamenti umani e i linguaggi dei suoi protagonisti, potendo contare su una messa in scena che non fa che esaltare questo tipo di realismo.

L’uomo dietro l’eroe

Generation Kill – Nati per morire, cresciuti per uccidereA differenza di tante altre produzioni di guerra contemporanee, Generation Kill non ambisce solamente a rappresentare il conflitto, ma a quest’operazione ne affianca una non meno importante: la serie è infatti anche il ritratto di una generazione, la descrizione dei giovani maschi americani tra i venti e i trent’anni negli anni Zero. Chi sono questi uomini che rappresentano un paese intero in una guerra così discussa e discutibile? Sono innanzitutto giovani, ragazzi strappati all’università, al lavoro e alla famiglia, rinchiusi in una guerra in cui la smisurata vastità del campo di battaglia (reso ancor più indecifrabile dal paesaggio desertico) è inversamente proporzionale alle loro speranze in una vita migliore. Simon descrive i suoi personaggi esattamente come nelle altre sue serie, facendo dello scenario bellico soprattutto un recinto, una palette di colori legati a un conflitto che per anni è stato in prima linea su tutti i telegiornali. L’autore parla di determinati comportamenti e convinzioni con una verosimiglianza giornalistica davvero fuori dal comune, tanto da far emergere (apparentemente) senza difficoltà le abitudini di un’intera generazione, compresi i modi di dire, i modelli culturali e il legame molto stretto con la cultura popolare, come dimostrano i soprannomi che vengono dati ad alcuni personaggi.

Memorie digitali

Generation Kill – Nati per morire, cresciuti per uccidereSenza svelare nulla rispetto allo svolgimento della storia e soprattutto allo straordinario finale, concludiamo cercando di mettere in evidenza il nucleo principale di questo racconto, ovvero l’idea forte che c’è alla base della serie e che tra l’altro caratterizza tutti i fondamentali ritratti della guerra contemporanea, in particolare Redacted e Zero Dark Thirty. Emerge infatti, al fondo di tutti questi affreschi bellici, un bisogno costante di rappresentazione del sé, di fissare la propria identità e la propria immagine su supporti fisici in modo da lasciare una traccia che contrasti la precarietà dell’esistenza di questi personaggi. Una sensazione figlia dello sradicamento territoriale e culturale, pregna della nostalgia di casa che genera un inaspettato effetto unificante. I marines di Generation Kill hanno l’inerziale tendenza a sentirsi parte di un gruppo, ma prima di tutto hanno voglia di vedersi come gruppo e di lasciare una traccia delle proprie esistenze. La rivoluzione digitale e lo scenario bellico si incrociano qui in uno splendido connubio in cui le parti più estreme e più umane dei soldati trovano una perfetta continuazione nelle protesi mediali, le quali li rendono eterni e donano loro memoria, fondamentale in condizioni di tale precarietà.

Nota:
Questa serie sarà trasmessa integralmente nel quinto appuntamento del Festival “Festivi e Seriali – Rassegne di voracità televisiva” che si terrà a Bologna presso LOFT Kinodromo (Via San Rocco 16, Bologna).
La data per Generation Kill è domenica 13 marzo 2016: alle ore 11.00 ci sarà la presentazione della serie e la proiezione inizierà alle 11.30.
Qui trovate tutto il calendario.
Il Festival è presentato da Serial K – Le serie TV in radio e Kinodromo
In collaborazione con Radio Città del Capo e Seriangolo

 

Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".

7 Risposte

  1. Tommaso scrive:

    Grazie mille ad Attilio Palmieri e a Seriangolo per quest recensione di Generation Kill: attenta, profonda e assolutamente consapevole dell’operazione culturale condotta dal genio di Simon e dei suoi collaboratori. Generation Kill è un vero e proprio affresco generazionale non solo di un’umanità, ma anche di una intera epoca e questo aspetto esce con prepotenza ad ogni inquadratura e non lascia scampo.
    Vi aspettiamo il 13 Marzo al Loft di Kinodromo in via San Rocco 16 a Bologna per la visione integrale (e gratuita) dei 7 episodi della serie. L’inizio sarà alle ore 11,00!

     
  2. Attilio Palmieri scrive:

    Grazie Tommaso!
    Vederla in diretta è stata una cosa davvero emozionante qualche anno fa, ma a mente fredda dico che vederla tutta insieme, in uno schermo grande come quello del Loft di Kinodromo, in un ambiente così accogliente e con la possibilità di discuterne all’inizio, nelle pause e alla fine, sia un’esperienza ancora più intensa e completa.

     
  3. Pietro Franchi scrive:

    Come al solito hai detto tutto tu, Attilio, complimenti davvero!
    Davvero un’opera incredibile, che sposta l’attenzione e lo stile di Simon su un tema diverso (e forse ancora più delicato) pur preservandone le caratteristiche fondamentali, e il risultato è chiaramente il solito capolavoro. Stupefacente, magistralmente interpretata e diretta; in poche parole, storia della televisione.

     
  4. Teresa scrive:

    Pensate che io iniziai a vedere Generation kill solo perchè c’era Alexander Skarsgard. Ma dopo poco mi dimenticai (quasi) di lui, e mi immersi totalmente nella storia.
    Una serie stupenda. Necessaria. Unica.
    E poi il finale… credo che quel finale con la voce di Johnny Cash che canta “When the man comes around” sia uno dei più belli mai visti.

     
  5. Attilio Palmieri scrive:

    Sono molto d’accordo con te Teresa. Senza dire nulla sul finale visto che la recensione è volutamente spoiler free, credo anche io che sia tra i più belli mai visti.
    Mi spingerei forse a dire che, per ragioni del tutto soggettive – visto che ci sono davvero tanti finali eccellenti nella storia della TV – il finale di Generation Kill e quello di Justified sono quelli che ho amato di più.

     
  6. Sara scrive:

    Mi unisco al coro di complimenti alla recensione di Attilio e all’amore per questa serie bellissima (ho centellinato i sette episodi perché non volevo che finisse!). Non so se c’è altro da aggiungere, ma quando mi capita di parlarne dico solo che vale la pena vederla per arrivare all’ultimo, bellissimo, irripetibile, episodio!

     
  7. Attilio Palmieri scrive:

    Grazie Sara! Quanto hai ragione, quel finale è davvero indimenticabile.

     

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