Stranger Things – La rappresentazione del perturbante 2


Stranger Things - La rappresentazione del perturbanteDue ottime stagioni, uno speciale e un’esposizione mediatica con pochi precedenti hanno sviscerato con chirurgica precisione molto di quello che, in Stranger Things, giace sotto la superficie. Al di là dell’universo nostalgico, del racconto di formazione, delle strategie di costruzione di un sequel, c’è la ragionata capacità di attingere ad un bacino sterminato di metodi e stilemi, costruendo un universo narrativo caratterizzato dal gusto della citazione senza, per questo, risultare stucchevole, ripetitivo o copiato.

Lavorando su un formato diverso rispetto ai prodotti da cui trae l’ispirazione  (una segmentazione in puntate che, nonostante i colpi di scena e i cliffhanger in prossimità dei titoli di coda, richiede a gran voce il binge-watching), lo show non si sforza di ricercare l’innovazione ma preferisce giocare con i linguaggi dell’horror, rovesciandoli e ricomponendoli come se fossero i tasselli di un puzzle, fino a mettere insieme una nuova fantasia.
Questo approfondimento intende muoversi a partire dalla precedente affermazione: quali sono i tratti salienti del panorama horror che Stranger Things fa suoi e reinterpreta? Con quali modalità i fratelli Duffer attingono ad una tradizione secolare per ricostruire scenari inquietanti ed atmosfere orripilanti? E, soprattutto, in che modo riescono a solleticare le paure dello spettatore evocando, puntata dopo puntata, i sopiti terrori del perturbante?

“Che cos’è questo nucleo comune che consente appunto di distinguere, nell’ambito dell’angoscioso, un che di perturbante?” (Sigmund Freud)

Nel 1919 Sigmund Freud pubblicò un breve saggio intitolato Das Unheimliche, tradotto in italiano come Il Perturbante. Con questo termine lo psicoanalista austriaco intendeva indicare tutto ciò che provoca paura e spavento, che aziona meccanismi di rimozione, perché inconsueto o poco familiare. All’interno del saggio erano individuati otto campi d’azione del perturbante (il dubbio che un oggetto inanimato sia vivo, la follia e le sue manifestazioni, la privazione degli occhi e della vista, il doppio e il sosia, le coincidenze e la ripetizione, essere sepolti in stato di morte apparente, un genio maligno che controlla ogni cosa e la confusione tra realtà e immaginazione) di cui almeno sei sono evidenti all’interno dello show dei fratelli Duffer.

Una premessa è doverosa. Non è intenzione di chi scrive esaurire l’argomento del titolo; da qualsiasi punto di vista lo si affronti ci saranno libri, film ed espressioni artistiche colpevolmente dimenticati.

La follia e le sue manifestazioni

Stranger Things - La rappresentazione del perturbante L’arte venne prima della psicoanalisi: se l’opera di Freud servì soprattutto a codificare e spiegare certi processi inconsci, gli artisti del passato erano tutto fuorché ignari del potere destabilizzante di alcuni archetipi letterari.
A partire dalla connotazione greca della manìa – nella cui cultura troviamo i germi di buona parte del pensiero occidentale –, la follia è di gran lunga l’elemento perturbante più inflazionato. Passando per i poemi cavallereschi, Shakespeare, Cervantes, Goethe, Dostoevskij, il tema ha ottenuto grande successo anche nelle arti visive.

In Stranger Things la follia fa da sfondo ad un cammino sui sentieri dell’incredulità e dell’impossibile: la vediamo nell’ossessione di Joyce, razionalmente incapace di accettare la perdita del figlio, nel mantra ripetitivo della madre di Eleven, nelle parole di Will e Mike di fronte alla consapevolezza di essere in discesa di fronte all’abisso (“We will be crazy together“). Nonostante l’ampia proliferazione visiva sull’argomento – anche nell’arte, specialmente nella sua accezione preplatonica, quindi legata allo stato mentale degli autori – l’opera che riesce a riassumere al meglio i paradigmi del tema resta Shining di Stanley Kubrick. È da quello stesso immaginario orrorifico che i fratelli Duffer attingono a piene mani: la distorsione di una realtà impossibile da accettare, la lenta caduta nel delirio, ambientazioni idillicamente disturbanti e linguaggi segreti contribuiscono a ricreare una comunità come quella di Hawkins che, sotto una patina di perfezione, cela il male.

La privazione degli occhi e della vista

Stranger Things - La rappresentazione del perturbante Ne Il Perturbante Sigmund Freud associa la paura di perdere occhi e vista al timore dell’evirazione. A prescindere dalle motivazioni dell’illustre psicoanalista resta il fatto che la storia mitologico-letteraria della cecità è antichissima; antesignano, in tal senso, è certamente l’indovino Tiresia, accecato per punizione divina ma in possesso del dono della profezia. Più in generale nella tradizione letteraria –ma anche religiosa – ad un difetto visivo corrisponde l’apertura su un altro mondo, la possibilità di intuire, più che vedere, una versione più sincera dell’universo (in tal senso sono paradigmatiche la miopia di Fernando Pessoa e della moglie di Eugenio Montale e la cecità di Paolo di Tarso e del protagonista di Cattedrale di Raymond Carver). Allo stesso modo la privazione sensoriale diventa il mezzo attraverso cui Eleven può sfruttare un potere non umano, godendo di una vista privilegiata che le è preclusa ad occhi spalancati.

A partire dall’iconica benda sull’occhio del pirata il difetto visivo diventa un metodo, usato anche nel cinema horror, per indicare l’altro da sé, ciò che partecipa ad un altro mondo. L’orbita vuota, l’occhio bianco e privo di pupilla sfruttano la loro carica perturbante (basti pensare al senso di inquietudine trasmesso dai volti pallidi delle statue in marmo) diventando indice di possessione da parte di un’entità malefica (la trilogia di The Evil Dead) allo stesso modo in cui, in epoca prerazionale, erano il segno della presenza della divinità.

Il doppio e il sosia

In Stranger Things l’Upside Down è un classico esempio del doppio come ricettacolo del male. Abbiamo l’apparentemente perfetta comunità di Hawkins, in cui non succede mai niente – la cittadina perfetta è un espediente usato anche in Blue Velvet da David Lynch, che peraltro è un grandissimo esperto anche per quanto riguarda il tema del doppio –  e, separata da un velo sottile, la versione gelida e malvagia dello stesso luogo. Nel solco di una rosea tradizione letteraria (Anfitrione, Il Sosia, Lo Strano Caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde, Il Ritratto di Dorian Gray), l’Upside Down simboleggia la scissione come meccanismo di difesa, la creazione di un luogo in cui confinare il frutto dei meccanismi di rimozione.
Lo Studente di Praga è il primo film ad affrontare visivamente il tema del doppio; seguendo la scia dell’arte pittorica il mezzo privilegiato di confronto è il riflesso allo specchio, in grado di portare alla luce l’irrisolto. In tal senso va letta la connotazione maligna di cui spesso è investito il doppelgänger: l’Upside Down è il rovesciamento di Hawkins, ne bilancia l’inquietante perfezione e la creazione di un punto di contatto tra le due metà non può che portare ad uno scontro.

Essere sepolti in stato di morte apparente

Stranger Things - La rappresentazione del perturbante Come raccontato dal primo episodio di Lore  “Essere salvati dalla campanella” è un modo di dire che si riferisce all’uso passato di inserire una campana all’interno delle tombe in modo che, qualora qualcuno si fosse riscoperto sepolto vivo, avrebbe avuto modo di essere tratto in salvo. Al di là del folklore etimologico, ciò che è importante sottolineare è la latenza nella coscienza collettiva di una paura probabilisticamente irrazionale.
A fecondare l’immaginario horror è la convinzione umana dell’impermeabilità dei due mondi, quello della vita e quello della morte. In spiccioli, ciò che è morto deve restare tale e ciò che è vivo non deve essere trattato da morto.

Quindi, se consideriamo il caso di Hopper, avviluppato dai tralci e interrato in un cunicolo o, in una prospettiva più ampia, la scomparsa di Will nella prima stagione – e il fatto che l’intera comunità lo considerasse deceduto – come delle sepolture premature, ci rendiamo conto del modo in cui Stranger Things giochi coscientemente con le paure umane.
La convivenza tra la concezione di una separazione rituale tra i due mondi e la diffusa convinzione (di matrice religiosa) della possibilità di una vita oltre la morte è ciò che funge da motore ai meccanismi del perturbante. È da qui che scaturiscono figure in equilibrio tra due dimensioni contingenti: i fantasmi e i vampiri protagonisti delle prime e più convincenti espressioni del cinema horror (Nosferatu, il Vampiro), gli zombie e i non morti che si godono il successo degli ultimi anni, il dilemma della macchina che giunge all’autoconsapevolezza (in proposito è veramente interessante la difficilmente dimostrabile teoria dell’Uncanny Valley, secondo cui l’antropomorfia di un robot o un automa genera reazioni positive nell’uomo solo fino ad un certo livello di somiglianza, superato il quale iniziano a generarsi inquietudine e repulsione con meccanismi simili a quelli del perturbante).

Un genio maligno che controlla ogni cosa

Stranger Things - La rappresentazione del perturbanteFa parte di una tradizione consolidata, che travalica i confini dei racconti dell’orrore, affidare il ruolo di antagonista ad un’entità sovrumana in grado di manipolare, controllare e possedere. Anche in questo caso siamo in contatto con un perturbante di origini antiche,  quel concentrato di credenze e superstizioni le cui radici erano profondamente infisse in un substrato religioso. Nel Medioevo rurale possessioni demoniache, santi che parlavano con la voce di Dio erano un aspetto della quotidianità, qualcosa che spaventava o esaltava ma non stupefaceva. È proprio nel rifiuto inconscio di sotterrare in maniera definitiva questo ammasso di credenze così inviso ad una civiltà razionale che proliferano i i discendenti di quegli antichi timori.

Aver introdotto il Mind Flayer, una mente alveare, induce quindi un’ulteriore riflessione, decisamente più attuale. Nello scenario odierno la mente alveare per eccellenza è internet; considerare la seconda stagione di Stranger Things una metafora dei rischi della società significherebbe peccare di sovrinterpretazione, ma non bisogna ignorare la portata dell’idea di partenza. In questa direzione si muove da sempre Black Mirror che, a partire dai linguaggi basilari del perturbante, li reinterpreta, attualizzandoli: l’essere umano può diventare il singolo meccanismo di un immenso congegno, la routine giornaliera può ripetersi, identica, per la vita intera, la morte può essere elusa e il defunto può essere sostituito con un simulacro.

Confusione tra realtà e immaginazione

Stranger Things - La rappresentazione del perturbanteTutto iniziò con un seminterrato ed un’infinita partita a Dungeons  and Dragons, un gioco di ruolo in grado di creare mondi, utilizzato come chiave di decifrazione della realtà. Ad avallare la contaminazione tra l’universo ludico e quello reale è l’età dei protagonisti: nel perturbante infantile ad essere importante non è la realtà materiale bensì quella psichica, l’approccio e l’immagine che si ha della stessa; ne consegue un universo in cui realtà ed immaginazione non sono immediatamente scindibili. Il percorso di conoscenza di Will nei confronti dei “now-memories” – dapprima considerati reminiscenze del passate e, solo in seguito, riconosciuti come avvenimenti del presente – avvalora l’idea di questa compenetrazione.

Sul rapporto tra realtà ed immaginazione sono scorsi fiumi di inchiostro e si sono impressi chilometri di pellicola. Un libro o un film, in quanto opera finzionale di uno o più autori, squarcia irreparabilmente il velo che li separa: per lo spettatore non ci sono più sicurezze e, nel momento in cui irreale ed impossibile entrano a far parte della quotidianità, vengono a mancare tutti i punti di riferimento. Tra i maestri di queste dinamiche possiamo citare Robert Wiene (Il Gabinetto del Dottor Caligari), Alfred Hitchcock, che con Gli Uccelli assurge ad una delle vette del genere, e David Lynch (di nuovo Blue Velvet, in particolare l’inizio e la fine), in grado di dipingere atmosfere alienanti riprendendo la quotidianità in prospettive sinistre.

Oltre Freud

Stranger Things - La rappresentazione del perturbanteAnche dopo la rigorosa codificazione psicoanalitica dello studioso austriaco, il concetto di perturbante non esaurì il suo fascino originario. Vi si confrontarono in molti, adattandolo alla morfologia delle proprie teorie e traendone spunti di riflessione e analisi della realtà. Di tutte le trattazioni successive quella che ci interessa più da vicino è quella di Carl Gustav Jung che, tra gli archetipi, introduce quello dell’Ombra. La sua riflessione ha numerosi punti di contatto con quella freudiana di Doppio e Sosia: l’Ombra contiene il rimosso e gli aspetti primitivi e disprezzabili dell’Io. Dimenticata e ignorata dall’uomo civile, va invece conosciuta e affrontata affinché non si trasformi in persecutore.

Riletto in ottica junghiana, l’Upside Down non è più solo il rovesciamento di Hawkins ma ne è la parte rimossa e obliata che tenta di emergere in superficie. Dalla suggestione di quest’archetipo sono state concepite opere letterarie come Il Visconte Dimezzato di Italo Calvino, capisaldi del cinema d’autore come Il Posto Delle Fragole di Ingmar Bergman o lavori più recenti quali Il Cigno Nero di Darren Aronofsky.

Das Ding

Negli anni Sessanta i lettori di Lacan rimasero particolarmente colpiti dal concetto di “La Cosa” che lo psichiatra francese aveva ripreso da Freud (Das Ding). Con questo termine si riferiva al luogo di un godimento originale, senza mancanze e, in quanto tale, destinato ad essere perduto; condizione dell’uomo è di vivere in esilio rispetto a “La Cosa”, in preda al lutto e al desiderio nostalgico. La ciclicità strutturale delle due stagioni di Stranger Things – dove la ripetizione è un fondamentale del perturbante – sembra rimandare a questa condizione di esuli rispetto al godimento, rispetto a “La Cosa”.  Ad impersonare l’impatto dilaniante di questa tragica condizione è il personaggio di Eleven, sradicata a causa di un peccato originale per cui non ha responsabilità e sisifeamente alla ricerca di un posto da poter chiamare casa, nonostante la segreta consapevolezza che quel luogo le sarà sempre negato.

Unheimliche, dal punto di vista semantico, è la negazione di heimlich che significa tranquillo, conosciuto, familiare. A sua volta heimlich deriva da heim, casa. In ultima analisi il modo migliore per tornare a casa, forse l’unico per ritrovare la parvenza di una placida normalità, è affrontare la spaventosa lotta al perturbante, imparare a contrastare l’Ombra. In attesa che l’Upside Down si apra un nuovo squarcio sulla realtà.

Condividi l'articolo
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

2 commenti su “Stranger Things – La rappresentazione del perturbante

  • Ellis

    Grazie! Da psicoterapeuta non psicoanalitica ho molto apprezzato la precisione di questo articolo, che ho trovato veramente interessante.
    Trovo che sarebbe interessante, ma veramente difficile, anche rileggerlo secondo le più recenti scoperte scientifiche che riguardano la mente. Ad esempio, sappiamo che la dissociazione esiste, ed anche i meccanismi che la provocano. Sappiamo che chiudere gli occhi significa ridurre la dimensione del controllo sul mondo esterno, aprendo grandi risorse attentive sul Sé, sintonizzandolo, e sappiamo anche quanto ‘utilizzo di un media aiuti a fare chiarezza, permettendo un fluire meno soverchiante delle emozioni. Questo è ciò che fa Eleven…
    Complimenti, tutto molto, bello!

     
    • Davide Dibello L'autore dell'articolo

      Grazie Ellis,
      i complimenti fanno sempre piacere, tanto più che il mondo psicoanalitico non è propriamente il mio campo e l’articolo è stato frutto di un discreto lavoro di approfondimento. Venendo alla tua idea, metto le mani avanti dicendo sono ancora meno ferrato per quanto concerne lo sviluppo scientifico più recente; per quanto sia indubbia la presenza di punti di contatto con il mondo di Stranger Things, mi risulta più complicato pensare di affrontarli analiticamente. Ti spiego il mio punto di vista: mentre lavoravo all’articolo mi sono reso conto che il lavoro dei fratelli Duffer non è psicoanaliticamente consapevole ma lo è a livello cinematografico e letterario. Il fatto che operino con una certa accuratezza con paure e timori che sono poi stati interpretati e codificati dalla scienza dipende dal fatto che queste stesse paure e timori siano ormai parte dell’inconscio collettivo e, in quanto tali, ampiamente sviscerati dalle produzioni artistiche a cui Stranger Things fa riferimento. Perciò ritengo molto più difficile e poco fertile un’interpretazione alla luce delle più recenti teorie per il semplice fatto che trovo davvero improbabile che i fratelli Duffer le abbiano “evocate” con premeditazione.
      Ripeto, non sono ferrato sul tema, quindi accolgo con piacere la possibilità di aver preso una frastornante cantonata!