Seven Seconds – Stagione 1 3


Seven Seconds - Stagione 1La vita è fatta di attimi, tutto il resto è rumore di fondo, diceva qualcuno. Per alcuni, purtroppo, è fatta specialmente di attimi brutti, che nel giro di un paio di respiri possono cambiare la visione della vita stessa, del tuo futuro e di quello degli altri.
Quanto può davvero cambiare tutto in soli sette secondi?

Seven Seconds, altra creatura legal-thriller di Veena Sud dopo la spettacolare The Killing, si interroga su uno spettro di argomenti veramente ampio e sfaccettato, andando a toccare tutti i punti deboli della pancia molle dell’attualità, ferendone la superficie fino a scavare nella ferita sanguinante, lasciandola lì in bella vista, come un lago di sangue che colora sinistramente la superficie immacolata della neve.
Allora possiamo dividere questa stagione di Seven Seconds in alcuni attimi, temi che la narrazione affronta in maniera sfacciata e diretta, sottolineando l’enorme disagio che si vive all’ordine del giorno nei moderni Stati Uniti d’America.

Chi siamo veramente?

Il primo punto focale dell’intera stagione è quello che concerne i personaggi, che di primo impatto sembrano tutti molto stereotipati, quasi incasellati in forme del loro ruolo ormai conosciute da tempo: la giovane recluta, il relativo nonnismo, il detective scapestrato, ecc.
Ad una lettura più approfondita, per fortuna, scopriamo che non è proprio così. Certo, non sono personaggi indimenticabili e che ci ricorderemo negli anni, ma alcuni di loro hanno il pregio di creare empatia con chi segue la loro storia, sia nel bene che nel male. Per esempio, il dolore che si portano appresso Fish e Harper è diverso, di un peso specifico differente, che dà loro una profondità non scontata, specialmente per il modo in cui lo affrontano; così come si potrebbe dire dei genitori Butler, o di Peter Jablonski, o di chiunque altro incontriamo sulla strada in questa prima stagione.
Il dolore è il fil rouge che li collega tutti, un dolore per alcuni sordo e tenuto sotto la superficie e per alcuni aspro e violento, devastante, apparentemente infinito e incontrollabile. Un dolore che quasi porta alla spersonalizzazione di alcuni di loro: emblematici i casi di Fish e KJ, uno chiamato sempre con il soprannome, l’altra che non ha nemmeno un nome vero, due lettere che per sua stessa ammissione non significano niente. Entrambi affrontano un dolore lancinante, che viene da lontano e si perpetua per tutta la storia, sono vittime di errori del passato che non riescono a perdonarsi: finiranno per perdere anche l’ultima battaglia, però stavolta avranno combattuto fino in fondo, dando ciascuno tutto se stesso, iscrivendo i lori nomi/non-nomi nei cuori di chi sta dalla loro parte.

Polizia e Giustizia

Seven Seconds - Stagione 1In un legal thriller la polizia e il sistema giudiziario sono per forza di cose protagonisti, e con essi anche i loro rappresentanti, uomini e donne che dovrebbero mantenere l’ordine e la serenità lungo le strade e nei tribunali, facendo dormire notti tranquille alle persone perbene.
Il quadro che invece esce da Seven Seconds ha una cornice marcia, divorata dal suo interno, dove la polizia si spartisce una fetta del mercato della droga, dove agli avvocati non importa nulla della verità e di rendere giustizia a un ragazzo morto dopo ore di atroci sofferenze. Mike DiAngelo, Felix Osorio e Manny Wilcox hanno sì dei nomi: incisi sul distintivo, ripetuti chiaramente e più volte da tutti. Perché non sono gente qualunque che cerca di sopravvivere, loro sono le star del Dipartimento e fiore all’occhiello della campagna del Procuratore, volti e nomi importanti in un sistema che non se ne fa niente della verità, che viaggia spedita solo sulle illusioni di facciata.
Insieme a loro c’è anche il malcapitato Peter Jablonski, che si ritrova suo malgrado in un’associazione a delinquere senza saperlo, vittima lui stesso dell’incidente mortale che toglie la vita a Brenton Butler – incastrato dal “patto tra uomini” all’interno della polizia, dove chi sbaglia viene coperto fino alla morte pur di non far fare brutta figura a un tutore dell’ordine.
Arrivando perfino ad uccidere la giovane testimone a mani nude, i poliziotti getteranno definitivamente la maschera “blu” della polizia (un colore che torna ossessivamente durante le dieci puntate in tutte le sue sfumature), rivelando anche qui l’assunto esposto in precedenza: chi siamo veramente?

New Jersey/New York

Geniale è sicuramente la scelta dell’ambientazione di Seven Seconds; è comprensibile decidere di ambientare una storia che trasuda periferia da tutti i pori in qualche posto sperduto degli USA (un po’ come True Detective), ma metterla in scena a Jersey City obbliga tutti a guardare a distanza uno dei posti più affascinanti e famosi del mondo: Manhattan.
New York è così vicina che la si può toccare con un dito – come gli spacciatori lasciano intendere quando si incontrano al parco: c’è solo un fiume che lo attraversa, ma la distanza è molto più di quella. È come se Jersey City fosse lo specchio rovesciato di quello che si vede al di là dell’Hudson, una copia carbone uscita male, una foto in negativo. Emblematica in questo senso la scelta di mostrare sempre (o quasi, ma ci arriviamo dopo) la Statua della Libertà di spalle, come per dire agli abitanti di JC che per loro non c’è nessuna possibilità, non c’è uno sguardo benevolo e rassicurante, ma solo il culo di una statua, come dice fra i denti un sempre ironicamente amaro Fish.
Anche il passare dei giorni è reso in maniera impercettibile, ma piuttosto chiara nel finale: l’incidente avviene in febbraio, in mezzo alla neve e al freddo gelido, che entra nelle ossa (una delle poche note stonate è il vestiario degli attori quando sono all’aperto: a febbraio è impossibile a New York andare in giro vestiti così), mentre il processo avviene qualche settimana dopo, quando la neve non c’è più e il cielo è chiaro e terso sopra l’Hudson. Solo allora una panoramica ci mostra il viso di Miss Liberty, radioso come non mai. È una finta metafora, una presa in giro: non c’è nessuna schiarita all’orizzonte, il lieto fine esiste sempre e solo per quelli dall’altra parte, che sia della riva di un fiume o del modo di intendere la vita.

Seven Seconds - Stagione 1Oltre a questo, anche i vari ruoli dei personaggi o il loro modo di essere sono spesso il contrario di quello che ci si aspetta, sia da parte nostra che da parte degli altri personaggi: Brenton non era un criminale, ma un ragazzo omosessuale innamorato, figlio di un fervente religioso; l’avvocato di grido della polizia è una donna, e lo stupore di DiAngelo fa da eco a tutto il mondo maschilista. Sembra quindi che uno dei punti principali del racconto sia il ribaltamento delle aspettative ma anche il ribaltamento di come dovrebbe andare il mondo: la ridicola sentenza finale ne è la prova.

Seven Seconds ci lascia dopo dieci episodi con la sensazione amara di aver sperato (invano) fino all’ultimo che la giustizia per una volta trionfasse per davvero. Ma, come fa notare una sempre amara KJ – tra l’altro, come darle torto? –, la Giustizia è bendata: lo credevamo un buon segno, e invece probabilmente è tutto il contrario. Anche qui.
In tutto questo, l’amarezza si acuisce se ci si ferma un attimo e si guarda il sentiero che abbiamo percorso dalla morte di Brenton alla sentenza in tribunale: a pagare gli errori e i peccati degli adulti sono sempre i figli. Brenton, Nadine, il bambino morto per errore di KJ, la figlia di Fish, il figlio di Peter, il bambino che forse non verrà mai alla luce dentro Teresa.
È in definitiva un buonissimo prodotto, Seven Seconds. Non può essere paragonato a The Killing, ma fa il suo lasciandoci come aveva fatto l’altro lavoro di Veena Sud, attoniti davanti allo schermo, sempre con la solita, devastante morale: i buoni non vincono mai.

Voto stagione: 7/8

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Informazioni su Ste Porta

Guardo tutto quello che c'è di guardabile e spesso anche quello che non lo è. Sogno di trovare un orso polare su un'isola tropicale.


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3 commenti su “Seven Seconds – Stagione 1

  • Michele

    Bella recensione, Ste!
    Hai colto bene il punto dei personaggi che sembrano un pò stereotipati, ma invece evolvono, come non ce li aspettiamo. La caratterizzazione è fatta bene, magari non è eccellente, ma è senz’altro un buon prodotto.

    A me la serie è piaciuta, anche se, devo dire, più all’inizio e leggermente meno alla fine. Un grande tema che ho visto è quello di personaggi alle prese con le aspettative di molti di quelli che gli stanno intorno. E’ un alone che avvolge fortissimo, per esempio, Jablonski, che forse vorrebbe reagire diversamente, ma non lo fa e quando sembra volerlo fare, trova addirittura la moglie che gli si oppone. Così noi finiamo di vedere un agente che, episodio dopo episodio, diventa sempre più divorato dentro. Un agente che è un poliziotto di provincia, del New Jersey, per cui si veste un pò come un adolescente rappone un pò troppo cresciuto. Un agente che capisce come va il mondo e, se le cose devono andare storte, decide di prendersi la sua parte di soldi. Un agente che diventa anche padre e usa il figlio come scusa molteplice: primo come banco di prova con sè stesso che lui è un uomo migliore di suo padre, e poi come pretesto per giustificare a posteriori la sua fuga codarda dalle sue responsabilità.
    Insomma, si tratta di un personaggio complesso e coraggioso da mostrare, riuscito bene, ma non benissimo, forse perché troppo difficile.

     
    • Ste Porta L'autore dell'articolo

      Ciao, grazie per i complimenti!
      Sono d’accordo sulle aspettative, in particolare su Jablonski: se vedi bene praticamente lui non decide niente durante tutta la stagione. Diventa un burattino dei colleghi prima e della moglie poi. Forse, al netto dei genitori di Brenton, è il personaggio più disperato della storia nel senso stretto del termine, chiuso in un angolo da tutti, con una storia terribile alle spalle.

       
  • peterpeter

    Penso che il punto debole della serie sia stato Beau Knapp, che all’inizio rende bene come giovane uomo attonito e smarrito, poi forse non ha abbastanza lati oscuri da cui attingere per tirar fuori l’oscurità richiesta al personaggio. Gli altri tutti fantastici, tutti, a partire da Fish e Harper, che confermano la passione di Veena Sud per coppie assortite, diverse, per le quali tifi dall’inizio perché non sono buoni da copertina. Lyons è bravissimo, merita molti più ruoli di questo genere, in genere l’intero corpo di polizia è ritratto in un modo tale per cui non puoi evitare l’orribile pensiero “e se ci fossi io, in quella città? Chi sarei?” Serie pazzesca, spero che la seconda stagione non sia stravolta con nuovi personaggi, visto che talenti del genere meritano di stare sullo schermo più di altri raccomandati per (di)letto (Darren Criss, anyone?).