Dopo aver visto le migliori comedy e i flop di quest’anno, veniamo ora alla classifica forse più importante: i migliori drama. Anche qui, al contrario dei Seriangolo Awards, vengono considerati tutti gli episodi andati in onda nell’anno solare. E’ stata una scelta difficile, e alcune serie sono rimaste a malincuore fuori da questa top: non ce la fanno fatta per poco Downton Abbey (15°), The Killing (14°), American Horror Story (13°), Justified (12°) e Sons of Anarchy (11°). Di seguito la Top 10.
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10. The Hour
Se sul piano della quantità l’industria televisiva statunitense rimane ancora egemone, su quello della qualità quella inglese dimostra di non avere nulla da invidiare a nessuno e la seconda stagione di The Hour ne è la più lampante dimostrazione. Con buona pace di Aaron Sorkin, l’autrice Abi Morgan insegna cosa vuole dire essere giornalisti grazie ad una narrazione ambiziosa e caleidoscopica, che mette insieme la love story e il thriller politico, la detection e il melò, senza alcuna sbavatura e con una raffinatezza che solo la BBC può permettersi. Il modello è ovviamente Mad Men, ma qui le atmosfere sono ancora più sofisticate, la fotografia più elaborata e la messa in scena carica di dettagli proprio sulla linea dell’illustre precursore. The Hour è però soprattutto una storia di personaggi: Ben Whishaw, Romola Garai e Dominic West sono straordinari nel dare corpo a ruoli che rimarranno scolpiti nella memoria per quanto riescono a miscelare vitalità, dolenza, passione e tragicità.
La creatura di Steven Moffat e di Mark Gatiss non poteva che entrare nella nostra Top 10 Drama. L’arguzia e l’abilità con cui sono stati costruiti la stagione e tutti i personaggi della serie – al di là dei due strepitosi protagonisti – hanno conferito a questa seconda annata un sapore da ricordare. La bravura degli autori sta anche nell’aver trasformato le opere di Sir Arthur Conan Doyle ma di non averle affatto stravolte: i fan più accaniti del detective di Baker Street si saranno sicuramente accorti delle innumerevoli citazioni tratte dai libri, e di come siano state adattate magistralmente al XXI secolo. Menzione particolare per l’ultimo episodio, The Reichenbach Fall, che ci ha lasciati con un ciffhanger da togliere il fiato. Peccato per gli innumerevoli rinvii della terza stagione.
Possibilità di dominare gli altri, di gestire le sorti di un’intera comunità; essere metafora e sintomo dell’America più profonda e più superficiale al contempo, disporre completamente di tutto ciò che si vuole, dalle donne al denaro. Tutto questo è il potere, di tutto questo e tanto altro ancora parla Boss. Chicago, soprattutto, è il centro, il fulcro, il cuore della narrazione creata da Farhad Safinia, «la pià americana delle città», come afferma Tom Kane, protagonista indiscusso, personaggio bigger than life senza il quale la serie non avrebbe senso. Nonostante il finale della prima stagione potesse aver creato perplessità sulla seconda, gli autori riescono a costruire una storia forse ancora più potente, capace di scavare nei meandri della psiche umana e in grado di mostrare la più caustica crudeltà del potere e la straziante impotenza di chi non lo possiede. Una regia espressionista e allucinata per una stagione perfetta sino alla colonna sonora cantata da Rober Plant: capolavoro.
Anno della consacrazione per The Walking Dead e non solo per gli ascolti record in costante ascesa di episodio in episodio: quest’anno la serie ha infatti trovato il giusto equilibrio tra il proprio lato horror/action e l’introspezione psicologica dei protagonisti. Già certificata ormai da 3 anni come “serie di successo”, The Walking Dead è diventata ora fenomeno planetario grazie all’apporto del nuovo showrunner Glen Mazzara, che ha terminato in gloria una discussa seconda stagione e creato un piccolo capolavoro con i primi otto episodi del nuovo arco, ricchi di tensione e di scene cult, oltre che caratterizzati da una scrittura impeccabile che non rinuncia comunque ad indagare l’animo dei personaggi. Ottimi si sono rivelati i nuovi ingressi (Il Governatore, Michonne, Tyreese), così come altrettanto eccellente è stato lo spessore dato ai volti già noti (Rick e Carl su tutti). Mazzara ha annunciato l’addio al termine di questa stagione e questo sembra gettare nuove ombre su un prodotto in mano alla gestione incapace di AMC, network che sta sprecando forse il primo vero fenomeno televisivo mondiale dai tempi di Lost.
In un’annata televisiva particolarmente desolante come quella 2012 (escludendo le serie ormai rodate), la seconda stagione di Homeland può essere considerata come la rivelazione dell’anno. Questo gioiellino si è presentato al pubblico con una prima stagione tanto ottima quanto pericolosa, costruita su una struttura potenzialmente fragile nel lungo periodo. Quello che più di tutti sta alla base di questo successo è il coraggio dimostrato da Alex Gansa (showrunner) di giocare gli assi ereditati dalla prima stagione nei primissimi episodi, rivoluzionando completamente il tavolo da gioco. La scommessa giocata all’inizio della stagione costringe il team a mantenere alto il livello per la sua intera durata: su dodici episodi si può contare forse un solo filler, anche questo qualitativamente all’altezza. Un viaggio ricco di suspance, emozioni e colpi di scena saldamente ancorato ai suoi protagonisti, le cui interazioni costituiscono l’anima della serie. La scommessa si può considerare ufficialmente vinta alla luce di un finale coi fiocchi.
New Orleans, una terra dove la catastrofe ha ormai lasciato definitivamente il posto alla ricostruzione, dove non c’è più bisogno di calamità naturali per conoscere le vite che popolano la magnifica città della Louisiana. Treme è musica e assenza di musica; vita e morte (o il suo presagio); politica e rivolta dal basso; mescolanza razziale e culturale. Treme è soprattutto New Orleans, paesaggio dell’anima, madre di tutte le metafore, reticolato di figure dai simbolismi spiccati e stratificati, commistione di conflitti esistenziali spesso estremi, ragionamento sul male e le sue tentazioni, riflessione sull’importanza della tradizione, sia per il singolo individuo sia per l’intera nazione. Nella terza stagione, anche grazie all’aggiunta di nuovi personaggi, la serie mantiene la stessa vitalità che sin dal pilota l’ha contraddistinta, facendo parlare, sempre a ritmo di musica, personaggi ormai autosufficienti e mantenendo un filo diretto tra il passato e il presente, tra la musica delle origini e le nuove forme di espressione contemporanee.
Unica serie TV di genere fantasy classico, Game of Thrones riesce, nonostante qualche scossa di assestamento iniziale, a dar vita ad una seconda stagione di grande successo, culminante negli ultimi due episodi di pregiatissima fattura. La morte di alcune figure chiave della prima stagione è stata in grado di portare quel necessario smarrimento ai nostri personaggi (forse fin troppo), cresciuti di numero e fascino. Con una terza stagione che si preannuncia straordinaria, Game of Thrones centra l’obiettivo di non appesantirsi e di non soffrire l’ingombrante presenza dei libri da cui è tratta, con quella dose di intraprendenza che arricchisce la narrazione e ben cattura lo spettatore, che episodio dopo episodio si lascia coinvolgere completamente dagli avvenimenti di questo affascinante mondo.
Il proibizionismo, Atlantic City, l’east coast statunitense nei roaring twenties, la sfida contro il razzismo e tanto altro ancora. Si tratta però solo del contesto, seppur ricostruito in maniera maniacale (The Sopranos è più che una semplice ispirazione), in cui si muovono personaggi che, in questa terza stagione più che nelle due precedenti, hanno il sapore dell’epos classico, sono accompagnati da un’aura tragica che li presenta come decadenti e quasi decaduti, ma pregni di una stoica volontà di continuare a dire la propria. Nucky, con la frattura fisica e morale di quest’annata, è l’emblema di questa condizione, ma gli altri non sono certo da meno, andando a costituire un parco personaggi sfuggente alla manichea tassonomia Bene/Male, inevitabile con la presenza di Jimmy Darmody. Una menzione speciale va fatta per Richard Harrow, vero e proprio eroe senza volto, viandante malinconico e all’occasione killer solitario, Travis Bickle dell’età del jazz, protagonista nel finale di una delle sequenze meglio girate della stagione.
Nemmeno la pessima scelta di dividere la quinta stagione in due anni diversi ha potuto rovinare questa prima parte di Breaking Bad, in cui come sempre l’approccio analitico ai personaggi è supportato da un cast d’eccezione. Il filo teso della tensione ci conduce dal flashforward della prima puntata fino al grande colpo di scena finale senza mai calare di un centimetro; la figura di Heisenberg, attorno alla quale tutto ruota, diventa una lente per osservare gli altri personaggi, ormai distorti e cambiati per sempre dal decadimento di Walter White. È impossibile prevedere cosa accadrà negli ultimi episodi, e questo è uno dei tanti motivi per cui questa prima parte vince il secondo posto per i migliori drama 2012.
Dopo un anno e mezzo di attesa, Mad Men è tornato con una quinta stagione per molti versi diversa da tutte le altre: incredibilmente densa di simbolismo e molto meno sottile nel dialogo con lo spettatore, pur lasciando sempre a quest’ultimo il giudizio finale. La diversità rispetto alle precedenti è anche il riflesso del cambiamento radicale nella vita del protagonista, sposato con Megan e quasi irriconoscibile nel suo tentativo di combattere il peggio di sé. E’ difficile condensare 13 bellissimi episodi in poche righe, sia per la vastità dei temi trattati (molti forse avrebbero meritato più approfondimento, come la questione “black people” o le rivolte giovanili) sia per la profondità raggiunta nel raccontare i personaggi. Quello che resta più di tutto è forse il tema della ricerca della felicità, in contrapposizione con i pregiudizi sociali piuttosto che le proprie debolezze o addirittura i propri sogni. Matthew Weiner ci regala un’altra perla della televisione, che usa la Storia per raccontarci storie indissolubilmente legate ai suoi personaggi, veri detentori di un fascino incredibilmente reale, capace di tramutarsi in pura poesia.
a me mad men annoia profondamente. ho guardato le prime 2 stagioni perchè ne parlavano tutti bene poi non l’ho retto più
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Mi rendo conto che è quetione di gusti…ma tenere fuori SOA è quasi delittuoso
Non ce l’ha fatta per poco, è 11° 😉
Avete dimenticato il grande Dexter
Dexter ha avuto una settima stagione soddisfacente ma certo non a livello di queste 10 😉
a me mad men annoia profondamente. ho guardato le prime 2 stagioni perchè ne parlavano tutti bene poi non l’ho retto più