
It has long been an axiom of mine that the little things are infinitely the most important. (Arthur Conan Doyle)

Houdini and Doyle, fin dall’inizio, decide di lasciare per strada ogni tentativo di portare sullo schermo un capolavoro, andando incontro ad un certo tipo di pubblico – per intenderci quello che ha sofferto il declino dei vari C.S.I. e N.C.I.S. – e affidando ad attimi isolati il compito di risollevare il livello della narrazione.
Il plot di ogni episodio è semplice e decisamente ripetitivo: Houdini (Michael Weston) e Conan Doyle (Stephen Mangan), in qualità di esperti di soprannaturale, affiancano l’agente Stratton (Rebecca Liddiard) nelle indagini sugli eventi inspiegabili che flagellano Londra e il Nord America.
I am a great admirer of mystery and magic. Look at this life, all mystery and magic. (Harry Houdini)

Nonostante l’accenno a temi di una certa caratura – e ci ritorneremo –, l’analisi più approfondita è quella fatta sui due protagonisti. Destreggiandosi non troppo abilmente su quella china che divide la realtà storica dall’invenzione narrativa (i due fecero reciproca conoscenza nel 1920 mentre la serie è ambientata nel 1901; Houdini, rappresentato come scapolo impenitente, era in realtà felicemente sposato), le apparizioni di ectoplasmi, i medium, i vampiri e le possessioni diaboliche sono il tramite attraverso cui si indaga l’interiorità dei due personaggi, le loro idee contrastanti sullo spiritualismo e l’intimità delle loro relazioni.

Tuttavia, le scelte personali della donna, alla luce del suo passato, non sono altro che una conseguenza delle azioni del marito; la risultante è una depauperamento del personaggio che in un colpo solo viene privato di buona parte del proprio potere simbolico. Adelaide Stratton non è più una donna indipendente e sicura di sé in lotta contro un mondo maschilista, ma una moglie in cerca di risposte sulla fine prematura del marito.
Allo stesso modo nel corso degli episodi si fa accenno a numerosissimi temi che languono senza un approfondimento compiuto: si parla spesso di razzismo e di violenza nei confronti delle minoranze, si fanno riferimenti ai lavori di Freud, agli istituti di sanità mentale, al controverso e sentitissimo tema delle miniere, alla condizione della donna ed alle diseguaglianze sociali – una moltitudine di argomenti solo nominati che configurano lo show come il lunghissimo trailer di un’opera monumentale.


La stessa indolenza della sceneggiatura si può riscontrare anche nella messa in scena: le ambientazioni sono poco originali e raramente riescono a provocare un brivido nello spettatore; con un‘impronta registica praticamente assente, le nebbioline e il fumo che compaiono nei momenti topici non sono sufficienti a ricreare l’atmosfera angosciante e orrorifica che richiederebbe il tema affrontato.
Il risultato finale tristemente negativo – al netto di un deciso miglioramento della seconda metà di stagione – risulta essere uno spreco di potenzialità: infatti due personaggi iconici come Conan Doyle e Houdini e il diffondersi dello spiritismo in un periodo storico caratterizzato da un forsennato sviluppo tecnologico fornivano una base narrativa pregna di ispirazione. È quindi da imputare agli autori lo scarso coraggio nel creare un racconto di più ampio respiro che non si limitasse al “portare a casa la giornata” ma ampliasse qualcuno dei temi incontrati sfruttando le peculiarità dei personaggi ed indagando le dinamiche tra di essi. Houdini and Doyle è uno show che promette bene solo dal titolo ma che, con alcune eccezioni (“The monsters of Nethermoor”), fallisce anche nel suo tentativo di offrire intrattenimento spicciolo, non riuscendo a mantenersi su un livello accettabile.
Voto: 5
Nota: per chi fosse interessato ad un approfondimento sulla vera natura del rapporto tra Houdini e Conan Doyle, qui c’è tutta la storia della loro amicizia. E Conan Doyle era proprio un credulone.
