Nonostante possa sembrare un compito di volta in volta più gravoso, Better Call Saul riesce ad innalzare l’asticella della qualità ad intervalli regolari; con “Sabrosito”, scritto da Jonathan Glatzer e diretto da Thomas Schnauz, il team delle meraviglie Gilligan-Gould scrive una nuova, entusiasmante pagina della mitologia di Breaking Bad, producendo l’episodio più bello della stagione.
Andando a spulciare fra le interviste agli addetti ai lavori, uno degli aspetti che salta fuori più spesso è la meticolosità in fase di scrittura. L’assenza di particolari vincoli e pressioni temporali da parte di AMC ha permesso alla sceneggiatura di intessere una tela fitta e articolata, basata il più possibile sulla coerenza interna ai due prodotti. Si tratta di un lavoro ingrato che consiste in gran parte nel tratteggiare ed approfondire personaggi che nello show “madre” avevano una rilevanza e un approfondimento psicologico minore, ma che ora necessitano di un’introspezione più profonda, che non contrasti con le personalità originali. Esempio lampante di questa attenzione maniacale verso i collegamenti è la scena iniziale dell’episodio: la piscina in cui, nel primo fotogramma, nuota placido Don Eladio è la stessa in cui lo vediamo riverso, morto avvelenato, in “Salud”, l’episodio della resa dei conti fra Gus e il Cartello.
I treappuntamentiprecedenti erano serviti a preparare il campo di battaglia, introdurre un personaggio lungamente atteso e definire i confini delle due storyline in atto che, nonostante il personaggio di Mike a fare da tramite, restano nettamente separate. “Sabrosito” è un episodio diviso in due parti: i primi venticinque minuti appartengono interamente a Gus e gli ultimi venticinque a Jimmy ma, paradossalmente, il personaggio che ne esce meglio approfondito è quello di Mike. Una delle domande rimaste insolute anche al termine di Breaking Bad, infatti, riguardava il protrarsi della relazione professionale fra Saul e Mike, alla luce di un impiego decisamente più redditizio al soldo di un signore della droga. Il punto focale sta nella considerazione che Mike ha di se stesso: nonostante non si faccia troppi scrupoli a sporcarsi direttamente le mani, non si è mai sentito realmente un sicario, un criminale, e sente forte la nostalgia per la sua vita precedente da poliziotto rispettabile. Questo legame col suo passato più o meno onesto è rappresentato dal rapporto con la nuora e la nipote e si traduce, all’atto pratico, nella necessità di periodici distacchi dal feroce e distruttivo universo criminale. Il lavoro per Fring sembra avere più una motivazione economica che un personale desiderio di potere o rivalsa, visto che Mike trae piacere dalle cose più semplici, come riparare una porta e, nel tempo libero, legge riviste di fai da te.
Con lo stesso intento di approfondimento psicologico va letto uno dei momenti più iconici dell’episodio, il sorriso spontaneo di Gus dopo il canestro nel cestino della spazzatura. Si tratta di un momento molto intimo per un personaggio che abbiamo conosciuto solo nella sua veste pubblica, sia onesta che criminale, e la cui sfera privata rimane avvolta nel mistero. È una sequenza di pochi secondi, sufficiente a suggerire che, dietro all’impassibile uomo d’affari e allo spietato criminale, il vero Gus possa essere una persona completamente diversa.
Nonostante nell’episodio le atmosfere figlie di Breaking Bad e i corni di guerra che risuonano per la sanguinosa battaglia incombente abbiano fatto del loro meglio per catalizzare l’attenzione dello spettatore, a mostrare maggiore vitalità è lo standoff tra Chuck e la coppia formata da Kim e Jimmy; una vitalità dovuta principalmente a due fattori quali una costruzione narrativa più meticolosa e stratificata e l’assenza di legami vincolanti rispetto alla serie madre. In un quadro di più ampia libertà espressiva rispetto alle vicende del Cartello – di cui conosciamo o possiamo intuire interpreti e svolgimento – a beneficiarne maggiormente è la relazione tra Kim e Jimmy, arricchita notevolmente dalla presenza latente dei loro doppi, Giselle e Viktor, spesso sopiti ma sempre presenti. Non è un mistero che, nonostante una diversa propensione agli scrupoli morali, entrambi traggano piacere dal lato deviante delle loro personalità, e la derelitta sottomissione di Jimmy alle richieste del procuratore Hay e del fratello assume tutto un altro sapore alla luce dell’entusiastico “Bingo!” di Kim. Condividere un nemico comune li ha avvicinati molto più di quanto l’ingenuità di Jimmy li avesse allontanati. Il loro rapporto non è particolarmente fisico o emozionalmente soverchiante e si realizza perlopiù in silenzio, senza bisogno di troppe parole, in un gioco fatto di sguardi e di condivisione di brevi momenti di intimità.
Le interpretazioni di Bob Odenkirk meriterebbero una recensione a se stante, ma in “Sabrosito” il lavoro dell’attore sul personaggio, nonostante lo spazio limitato e le poche battute concessegli, merita di essere lodato. Si è già sottolineata la sua abilità nel far confluire nella stessa persona la verve comica e lo spirito drammatico di un personaggio spesso perdente; merita invece un’ulteriore menzione il discorso di scuse rivolto al fratello in cui le espressioni del viso e le parole – le parole di un uomo disilluso ma non per questo sono meno dolorose – si uniscono sublimandosi nel doppio intento di esprimere a Chuck la propria sofferenza e spingerlo all’interno della propria rete (qualunque essa sia).
Con una fotografia spettacolare – le scene girate a casa di Chuck, con il contrasto fra l’esterno illuminato e gli interni immersi nell’oscurità sono sempre da manuale ma, in questo caso, Marshall Adams compie un lavoro ancor più notevole –, “Sabrosito” riesce a mettere d’accordo entrambi gli schieramenti degli spettatori. I nostalgici di Breaking Bad possono godersi una prima parte traboccante di riferimenti e rimandi, in cui il sole torrido, l’aria greve di tensione e minacce e le atmosfere non hanno nulla da invidiare all’opera madre. Per chi, invece, si fosse appassionato maggiormente alle vicende di Jimmy McGill e alla nuova applicazione dello stile iconico di Gilligan e Gould, la seconda metà dell’episodio è più che sufficiente per solleticarne gli appetiti, maestra nel tenere nascoste, o perlomeno rendere difficilmente interpretabili, le proprie carte.
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