
A differenza dell’esperienza di Russell T. Davies, che aveva avuto il difficile compito di riportare Doctor Who in televisione dopo gli anni di pausa dalla serie classica, quella di Steven Moffat ha dovuto traghettare il Dottore da una serie meramente britannica ad un prodotto con un taglio più internazionale. L’autore scozzese ha un’impronta personale fortissima che è anche piuttosto divisiva e che di certo non passa inosservata; e d’altronde, solo a lui poteva uscire una coppia di episodi finali di grande fattura (nonostante alcuni difetti piuttosto evidenti) in una stagione che è innegabilmente tra le peggiori da quando la serie è tornata sulla BBC.
Come è stato fatto notare in più occasioni, infatti, non si può parlare di questa stagione senza definirla una delusione: troppi episodi privi di mordente, privi di stimoli ed incapaci di intrattenere anche come semplici filler. L’altro lato della medaglia, però, evidenzia una coppia di episodi finali molto più riusciti, in grado di equilibrare trama, emozioni e divertimento leggero con una sapienza apprezzabile. Ora più che mai è evidente che l’intera stagione ha voluto condurci a questo momento finale (che necessita, però, dell’ultimo tassello rappresentato dallo speciale di Natale, l’ultima volta per Moffat e Capaldi), anche se il metodo che ci ha condotto sin qui è stato stanco e evidentemente fallimentare.
Visto dunque in un’ottica generale, nemmeno “The Doctor Falls” può fare il miracolo di farci rivalutare questa decima stagione. Siamo alle prese con un episodio che cattura il meglio che Moffat sa donarci; non è un caso, infatti, che esso possegga un numero enorme di citazioni all’intera storia del Dottore, tutti elementi secondari capaci però di arricchire notevolmente il tessuto narrativo che l’autore sa bene mettere in campo per le grandi occasioni. Anche per tali ragioni bisogna ammettere che questo finale è un episodio davvero ottimo, per la sua capacità di parlare del Dottore sotto una nuova prospettiva e per aver saputo sfruttare al meglio la presenza delle due versioni del Maestro della nuova era.
Oh, the way you burn. Like a sun. Like a whole screaming world on fire. I remember that feeling, and I always will.

Missy, tuttavia, è qualcos’altro, è più complessa perché si porta dietro quel profondo background che continua a rivivere negli anni, ma è anche avvolta dalla stanchezza per una vita in cui, tutto sommato, ha inanellato solo insuccessi e fallimenti. Missy ha avuto modo di vedere come il Dottore non abbia mai perso completamente la speranza nei suoi confronti, convinto sino all’ultimo di poterla cambiare. E così, quando sembra pronta finalmente a dare un senso al suo cambiamento, quando quell’odio folle e distruttivo nei confronti del Dottore sembra pronto a lasciare spazio finalmente alla redenzione, tale cambiamento sembra credibile ed umano.
La Storia del Maestro, però, non può che concludersi con l’uccisione vicendevole delle due versioni: l’una per “nascere”, l’altro per impedirle di snaturare la propria essenza. Il Maestro preferisce togliersi la vita, privarsi di ulteriori rigenerazioni piuttosto che cedere a quello che ha sempre visto come il suo destino ed il suo obiettivo nella vita: come può il Maestro definirsi senza l’odio e la guerra al Dottore stesso? E così, il Maestro sembrerebbe finito. Non c’è più speranza di ulteriori rigenerazioni; e, pur prescindendo dalle decisioni che gli showrunner futuri decideranno di intraprendere nei confronti di questo personaggio, è necessario sottolineare quanto questa ricchezza di sfaccettature sia stata possibile grazie alla prova piuttosto convincente di Simm e alla ancor più precisa e poliedrica interpretazione di Michelle Gomez, che ha saputo – anche quando la sceneggiatura calcava un po’ troppo la mano – muoversi sul sottile strato di ghiaccio che divide istrionismo ed esagerazione.
Where there’s tears, there’s hope.

Bill è una donna forte, capace e decisa che non ha mai davvero avuto bisogno del Dottore. I due si sono vicendevolmente aiutati: l’uno aveva necessità della donna per ritornare a percepire quell’empatia che temeva perduta dopo River, l’altra per vedere il mondo ed esplorare i suoi orizzonti che riteneva, a torto data la propria omosessualità, già sufficientemente spalancati. I due insieme hanno funzionato perché per una volta – e in netto contrasto con Clara – alla Companion è stato dato un ruolo meno centrale nella trama ma non per questo non altrettanto azzeccato. La sua presenza, dunque, è stata più leggera ma si può dire lo stesso per il finale che le viene riservato e che non sarebbe potuto terminare in modo meno tragico, se persino il Dottore sembra non sapere cosa fare con lei adesso che è diventata un Cyberman ed accetta con rassegnazione il sacrificio che è intenzionata a condividere con lui.
Il problema semmai è la scelta di chiudere la sua storia in modo un po’ troppo sbrigativo ricollegandosi con la ragazza di cui sembrava essersi invaghita nella premiere. Una scelta che, sebbene voglia idealmente ricollegare l’intera stagione, non funziona. E non lo fa sia perché le vicende sono troppo lontane e poco significative (perché Bill dovrebbe rifiutare di tornare umana per andarsene con una che non conosce, in una forma di vita tra l’altro differente?), sia perché l’intenzione di creare un finale dolceamaro è troppo gridata e posticcia. Bill avrebbe senza dubbio necessitato di qualcosa di migliore, di qualcosa che avesse a che fare con l’estrema umanità e semplicità che ha dimostrato nel corso dell’intera stagione. Chiaro, non c’era più tempo e forse si è preferito puntare l’attenzione su qualche altro aspetto, nella fattispecie sul rapporto tra il Maestro ed il Dottore.
Who I am is where I stand, and where I stand is where I fall.

È tutto qua: la gentilezza e la possibilità di aiutare non necessitano di ulteriori spiegazioni né motivazioni. Quando il Dottore sembra ormai morto, egli ritorna in questo piano d’esistenza perché richiamato da tutti (ma proprio tutti, è sempre un piacere rivedere i volti che ci hanno accompagnato in queste dieci stagioni) i propri Compagni. Si comprende, dunque, perché si apra al termine dell’episodio la non volontà del Dottore di rinnovarsi ancora una volta, perché voglia fermarsi dopo queste dodici incarnazioni: ogni trasformazione è una nuova personalità, ogni volta è conoscere persone nuove e perderle una dietro l’altra.

Intanto ci godiamo questo ottimo episodio che, nonostante qualche difetto evidenziato in precedenza, ha saputo anche godere di momenti di ottima scrittura. In particolare gli ultimi cinque minuti sono un vero gioiello di emozioni che non saranno dimenticati grazie soprattutto alla bravura ormai sempre più innegabile di Peter Capaldi (il modo in cui richiama Eleven di Smith è impressionante). E così, in maestosi fuochi d’artificio si conclude una stagione mesta ed insipida. Solo Moffat avrebbe potuto dar vita ad un effetto schizofrenico così evidente.
Voto episodio: 8
Voto stagione: 5

Tutto mi sta bene. E’ cinema (in senso lato) ed i gusti sono gusti, ma affermare che la presenza di Bill sia stata “leggera” e che la puntata si risolva in maniera sbrigativa grazie alla “ragazza di cui SEMBRAVA essersi invaghita nella premiere” mi fa pensare che siamo proprio completamente su due lunghezze d’onda differenti. Mi dispiace. Per te. Non ti sei goduto la stagione. io sì. Sia nelle sue declinazioni “classiche” di trama orizzontale, che invece tu non hai per nulla apprezzato. Sia nella sua trama verticale, che mi richiama un Poema Sinfonico. Si vede che tu, come Missy, non “senti” la musica dell’universo (non ancora per lo meno), anche se sei un profondo conoscitore della struttura razionale. . Ti manca forse una rigenerazione… Poi chi abbia ragione, questo è un altro discorso, che non mi interessa. E sono molto più fortunato io. Perchè questa stagione me la sono davvero goduta, con il tema delle lacrime e degli occhi che si è riproposto puntata per puntata, quasi un tema musicale costante anch’esso. Quindi? Mi aspettavo che rispuntasse la ragazza con la stella nell’occhio. E Peter Capaldi, criticato perchè avrebbe dimostrato stanchezza nella recitazione, la stessa stanchezza della serie del resto, ne esce alla grandissima. Come del resto la decima stagione. E, detto molto tra parentesi, a me non dovevano dimostrare proprio nulla, nè la serie, nè Peter Capaldi. Straordinari ambedue, come tutti i comprimari di cui il “com” sta solo a significare la assoluta eccellenza, “alla pari” di Twelve. Non ho anima NERD. Sono cresciuto a tragedie greche, racconti di fantascienza (Asimov, ma anche Sturgeon e Simak), e musical americani. Non ci posso fare nulla… Per questa volta mi è andata bene. Altre volte, come con lo squallido GOT o il noioso Master of Novhere (sottolineo: pareri personali da appassionato e non giudizi da critico), invece no. Lunghezze d’onda. Tutto lì. A volte fanno tutta la differenza del mondo…
PS: potevi risparmiarti almeno il mesta ed insipida. Lì hai proprio esagerato. E quanto meno citare lo splendido, per me inaspettatamente e chiedo ammenda per questo, Matt Lucas. Un Nardole innamorato e mentore di bambini. E chi se lo aspettava questo?
Ciao Michele, ti ringrazio per il tuo commento, nonostante si stia su due punti di vista profondamente diversi.
O meglio, più che di due punti divista dovremmo parlare di due differenti approcci al materiale audiovisivo che ci siamo trovati di fronte, nessuno più legittimo dell’altro. Tu ti sei abbandonato alla visione della serie, hai seguito le sue voluttà ed i suoi richiami, hai voluto soprassedere sui difetti (perché non mi spiegherei come tu possa aver apprezzato la trama orizzontale che, in realtà, non esiste) ed arricchirti con quello che ti è stato dato. Il mio approccio – necessario quando si deve scrivere una recensione critica di ciò che si guarda – non poteva che essere dal tono più distaccato, come di colui che cerca di diramare il fumo della passione per raggiungere lo strato inferiore della serie.
Permettimi, tuttavia, di dissentire nel momento in cui ne deduci che io non sia capace di sentire “la musica dell’universo”, come se Moffat fosse un moderno Orfeo: anche meno. Possibile che mi manchi una rigenerazione, possibile ch’io sia un’anima nuova ma se l’opera d’arte fosse solo per coloro che sono intenzionati a mettersi su quella lunghezza d’onda il mondo sarebbe più povero e sterile. La potenza di alcuni dei più grandi nomi, anche quei venerati autori del teatro greco che tu deduci non appartengano al mio background culturale, come se nerd fosse tornato ad essere un difetto dopo che tanta cultura contemporanea ha cercato giustamente di dimostrarne il valore, quegli autori dicevo sono grandi non certo perché hanno sedotto pochi eletti dal Fato ma per la loro capacità di dire e trasmettere di più. È chiaro che vi siano più livelli di lettura ed il mio modo di leggere la Commedia non sarà efficace quanto quello di Auerbach (ed ecco a cosa serve il critico/filologo: a tirar fuori quelle verità e renderle accessibili anche agli altri lettori). Figurarsi se siamo alle prese con Steven Moffat, di cui non ho mai nascosto né un apprezzamento generale né una sostanziale antipatia per alcune forme della sua scrittura.
Detto questo, la mia recensione non cambierà la tua opinione su questa stagione, né potrò io certo ricredermi sulla mestizia di una stagione che non ha saputo produrre niente se non un’ottima Bill e due ottimi episodi finali. Tutto il resto è rumore di sottofondo, non certo gran concerto.
una stagione che è innegabilmente tra le peggiorahahahahahahahahahahahahahah