
“Black Museum” è un episodio anomalo, con una struttura drammaturgica a scatole cinesi che ricorda vagamente “White Christmas”; qui però l’elemento metanarrativo è più esplicito e lineare: il presente si confronta con il passato raccontato attraverso gli oggetti presenti nel Black Museum, che sono dei veri e propri cimeli che rimandano alla ‘storia’ di Black Mirror – dal lecca lecca di Tommy di “USS Callister” o l’ipad di e “Arkangel” fino al fucile di “White Bear”. Ciò dà avvio a una sorta di autocelebrazione che se da un lato sembra chiudere un cerchio dall’altro apre il vaso di Pandora, lasciando presupporre quanto altro ancora ci sia da raccontare. Inoltre, uno sviluppo narrativo di questo tipo, scandito dal dialogo tra Nish e Rolo, dà al discorso un interessante approfondimento diacronico, cosa che Black Mirror ha quasi sempre fatto di sfuggita: la maggior parte degli episodi è ancorata a un determinato presente, raccontandoci di innovazioni vissute come consuetudini, ovvero parti integranti di una precisa quotidianità, invece la tripartizione del racconto di “Black Museum” – scandita temporalmente dalla storia di Clayton Leigh, protagonista del terzo frammento – ci mostra il livello ascendente dell’innovazione che si lega a doppio filo alla sua degenerazione, lasciandoci addosso un pressante dubbio: quanto della volontà di perfezionamento di una scoperta è strettamente connesso allo scopo di ridurre ai minimi termini eventuali ‘effetti collaterali’?
Un’altra cosa particolarmente interessante dal punto di vista della temporalità dell’evoluzione tecnologica è il nome dell’ospedale in cui lavorava Haynes, il San Junipero, che ricollegandosi all’episodio omonimo della terza stagione lascia intendere quali siano state le basi da cui è partita la sperimentazione oggetto del quarto episodio della scorsa annata.

In pratica, “Black Museum” ci mostra tre storie la cui costruzione drammaturgica ricalca ed esalta la struttura dell’intera serie rendendola esplicita mediante una netta cesura – gli stacchi nel presente con i commenti del narratore – tra le due fasi antitetiche del racconto.
Tenendo fede alla tendenza generale dello show, anche qui si pone l’accento su come il lato oscuro della medaglia sia in grado di fagocitare ogni elemento positivo della conquista, tuttavia il discorso sembra ampliarsi su un altro aspetto, ovvero sull’irreversibilità della deriva tecnologica: il medium non è solo in grado di cambiare l’andamento degli eventi, o investire una singola fase della vita, ma spesso si insinua dentro l’animo umano scalfendo in maniera irreparabile il naturale continuum della vita (e della morte) di ogni uomo.
C’è vita dopo la morte? Sono millenni che l’uomo tenta di rispondere a questa domanda, senza esser ancora riuscito a darsi una risposta certa. Lasciando ai cristiani la speranza del regno dei cieli e a induisti, buddisti etc… la certezza della reincarnazione, le tre storie narrate da Rolo Haynes non fanno altro che raccontare come l’uomo possa tramutarsi in Dio e riuscire a ‘creare’ la vita dopo la morte: come redivivo dopo averne assaporato l’abisso, o voce insistente prigioniera di un corpo ‘ospite’ o di un bizzarro peluche, oppure sotto forma di un moderno fantasma dotato di coscienza e recezione del dolore. Ogni storia si raccartoccia su se stessa, riportando l’apice dell’idea verso il grado zero della sua degenerazione, ma è nel plot twist finale che l’involucro apparentemente vuoto della cornice svela la sua sostanza, ponendosi come ago della bilancia dell’intero racconto. Al concetto di ‘vendetta’ si associa una strana accezione di ‘espiazione’, una sorta di contrappasso dall’ancestrale sapore di legge del taglione: Rolo Haynes, che ha usato la tecnologia senza curarsi troppo delle conseguenze per la vita delle persone coinvolte, resta prigioniero delle sue stesse creazioni. La degenerazione dell’innovazione tecnologica non punisce solo chi vi si getta con piena e cieca fiducia, ma anche chi è responsabile dell’idea e della sua diffusione, a scapito del rispetto per la vita, per la morte.
If it did something bad, chances are it’s in here.

Monkey needs a hug.

Può davvero una voce rinserrata dentro la testa sopperire a una mancanza? Rinchiudere una coscienza dentro un involucro ad essa estraneo riesce a preservarne la qualità? Oppure è proprio questa situazione innaturale a mutare l’affetto in senso del dovere?
La morte è parte della vita allo stesso modo della felicità e del dolore, creare un’apparente eternità eliminerebbe la possibilità di sviluppare una particolare condizione emozionale, che nel bene o nel male è parte del meraviglioso bagaglio sensoriale dell’essere umano. Come ci mostra la storia di Jack e Carrie, rimanere ancorati al passato, vivendo l’ombra sbiadita di un amore, crea una sorta di stasi temporale che proietta anche la propria essenza in una sterile atemporalità, da cui prima o poi verrà il desiderio di uscire, come è accaduto a Jack e come molto probabilmente accadrà a Nish, ora che ha compiuto la sua vendetta.
L’annosa riflessione proposta dal secondo frammento narrativo di questo episodio spiana la strada alla terza parte del racconto quella che svuota la cornice narrativa dalla funzione di mero contenitore per divenire summa di un discorso molto più ampio: dalla riflessione sull’eticità della simulazione digitale della coscienza umana – uno degli elementi più astratti e complessi dell’uomo nella sua interezza psicofisica – ci si spinge verso la deriva dell’utilizzo di tale procedura.
“I was born to love you, and I will never be free. You’ll always be a part of me” –
da “There’s Always Something There To Remind Me” di Sandie Shaw

“Black Museum” è la chiusura perfetta per una stagione non priva di difetti, ma ancora una volta ricca di spunti per guardare attraverso uno specchio deformante la realtà che ci circonda.
Le tematiche mostrate da questa ultima stagione amplificano la tendenza già ampiamente introdotta nella scorsa annata: inserire la deriva in un contesto apparentemente identico a quello in cui viviamo oggi, dove anche la tragica naturalezza della violenza più nera è minata dalla perdita di un arbitrio libero dalla morsa tecnologica. L’unica puntata che un po’ si discosta da ciò è “Metalhead”, non a torto l’episodio più singolare e discusso della stagione. Tuttavia, anche all’interno dello scenario post-apocalittico descritto, l’insieme dei sentimenti umani messi in campo dalla protagonista amplifica la sensazione che la lotta tra l’uomo e la macchina sia uno scontro impari che necessita di una totale riconsiderazione della ‘libertà’ di azione.
In definitiva, “Black Museum” non è solo un’ottima conclusione, ma si pone anche come ideale punto di chiusura di una fase dello show, che riflette su se stesso indicandoci che Black Mirror non è più quello di una volta, e non solo perché si è passati dall’Inghilterra all’America, ma anche perché dal 2011 al 2017 il mondo è cambiato, e la distopica apocalisse raccontata dalle prime stagioni dello show non è più così inverosimile.
Voto Episodio: 8½
Voto Stagione: 8

Bella recensione, Francesca. E bell’episodio per una seconda parte di stagione nettamente meglio della (sciatta) prima. Da romantico e amante degli Smiths non posso negare che Hang the DJ sia stato il mio episodio preferito, ma anche questo (e Metalhead, per altri aspetti) si è rivelato di grande livello.