
In un mondo in cui i populismi avanzano sfrenati veicolando una visione del mondo bigotta e retrograda grazie al vento in poppa di una rabbiosa insoddisfazione sociale – esemplificato alla perfezione dal caso statunitense in cui alla stagione dei diritti obamiana sta facendo seguito un’era trumpiana sessista e omofoba –, uno show come Vida non solo arriva come una boccata d’aria fresca, ma soprattutto si configura come una sorta di racconto-bandiera, un simbolo dal quale sentirsi fieramente rappresentati.
La serie racconta la storia di Lyn ed Emma, due sorelle messicane-americane che all’indomani della morte della madre fanno ritorno nel loro quartiere d’origine, ritrovando un posto molto diverso da quello che hanno lasciato, in preda a profondi mutamenti sociali e culturali con i quali sono costrette a confrontarsi. Scoprono anche, nel tornare nella propria casa d’infanzia, che la madre (il cui nome dà il titolo alla serie) ha condotto gli ultimi anni della sua vita da lesbica sposando Eddy, una donna più giovane e ben decisa a rimanere attaccata a ciò che rimane della sua defunta compagna di vita.

È proprio la sfera sessuale uno dei due nuclei tematici principali del racconto e in questo senso la prospettiva femminile adottata dalla serie (non solo la showrunner ma quasi tutte le altre figure creative di Vida sono donne) è responsabile di una messa in scena del desiderio e dell’atto sessuale in forte controtendenza con i canoni tradizionali, modellati su un erotismo fortemente influenzato dallo sguardo maschile.

La messa in scena dell’atto sessuale non è mai neanche lontanamente un espediente per mettere gli spettatori furbescamente di fronte alla fascinazione per il nudo (come accade nel caso di tante serie HBO, per quanto oggi meno che ieri), ma la risultante di uno dei principali focus narrativi del racconto. Vida, come già Outlander (sempre di Starz, non a caso), utilizza il sesso per per raccontare con sincerità e profondità l’identità dei suoi personaggi; in particolare, per quanto riguarda Emma, mettere in scena una sessualità queer esibita con orgoglio e con amore nei confronti della protagonista.
Per quanto non sia riuscita a sfondare presso il grande pubblico (anche a causa dell’esiguità degli abbonati a Starz), Vida è stata adorata dalla critica statunitense, non solo per via di un racconto in grado di presentare almeno quattro figure femminili stratificate e originali (le due sorelle, Eddy e Mari, una giovane attivista del quartiere), ma anche per la sua elevata inclusività che la rende una vera mosca bianca nel panorama televisivo americano.
Lo show è il primo ad avere una writers’ room costituita completamente da autori ed autrici latinoamericani e pertanto non solo può godere di una prospettiva interna nel racconto della cultura messicana a Los Angeles, ma possiede anche una rilevanza di tipo documentale: indipendentemente dal gradimento di ciascuno spettatore, infatti, si tratta di un racconto effettuato in prima persona, un autoritratto fedele e politicamente molto vitale della comunità latinoamericana californiana.
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Uno dei momenti maggiormente emblematici sotto questo punto di vista è l’inizio del terzo episodio in cui viene mostrata una scena di sesso sulla quale non riveliamo nulla, salvo riportare le parole dell’autrice Tanya Saracho: “È già un atto radicale mettere i corpi nudi di due donne latine sullo schermo, ma mostrare due corpi queer alle prese con del sesso queer come in questa scena è un atto politico. Sapevo che se fossi riuscita a farlo come avevo in mente avrei fatto qualcosa di rilevante, perché non vediamo mai questo tipo di rappresentazione e di immaginario in TV e sono molto orgogliosa di questo”.
Vida non è solo una serie scritta, girata e interpretata benissimo, ma è anche un prodotto che fa della militanza politica una delle proprie ragioni d’essere. Tanya Saracho e la sua squadra sono riuscite a costruire un racconto che utilizza la female gaze per parlare di empowerment e liberazione sessuale. Allo stesso tempo la serie si è posta l’obiettivo di raccontare la storia di due donne che accompagnano lo spettatore alla scoperta della “gentefication”, ovvero quel fenomeno di gentrificazione estremamente problematico che vede alcuni messicani-americani che hanno avuto la fortuna di arricchirsi più di altri adottare abitudini e stili di vita comunemente attribuiti ai “bianchi”, rinnegando così le proprie tradizioni d’origine.
Non resta quindi che dare una chance a una delle novità più belle dell’anno, uno show capace non solo di entusiasmare e commuovere ma anche di stimolare riflessioni strettamente legate alla contemporaneità.
