The ABC Murders – Stagione 1


The ABC Murders – Stagione 1C’è una qualità straordinaria nei testi di Agatha Christie che pochissimi altri autori sono stati in grado di infondere, ed è la capacità di creare vicende senza tempo, che possono agilmente adattarsi alle diverse epoche storiche con una malleabilità quasi unica. Questo The ABC Murders della BBC sembra – in parte – confermare questa affermazione: da un lato un grande classico, che ha già ricevuto il proprio adattamento in vari media, dall’altro una storia che si arricchisce di inediti particolari che servono a trasportarla nella Gran Bretagna contemporanea, con tutti gli aggiustamenti che tale scelta comporta.

Un Hercule Poirot non più giovane si ritrova coinvolto in una serie di omicidi apparentemente casuali che lo vedono protagonista in quanto destinatario di una serie di lettere che preannunciano tali delitti. La storia gialla che fa da perno principale a queste vicende è, come spesso capita per i testi della Christie, tanto semplice quanto sapientemente costruita, con una una serie di brillanti deviazioni e un’attenzione ai dettagli quasi maniacale. La vicenda in sé è dunque amplificata dall’abilità narrativa dei romanzi originali, che creano il terreno di partenza ideale per un adattamento in tre episodi di questo caposaldo della letteratura di genere.

The ABC Murders – Stagione 1A complicare le cose – nel bene e nel male – è la scrittura di Sarah Phelps, la quale aveva già adattato di Agatha Christie i romanzi And then there were none (2015), The Witness for the Prosecution (2016) e Ordeal by Innocence (2018), sempre per gli speciali natalizi della BBC. Con The ABC Murders la Phelps prende qualche rischio in più, perché non solo si ritrova a dover adattare uno dei romanzi più popolari della scrittrice britannica, ma soprattutto si occupa di arricchire il tessuto narrativo con delle trovate e delle modifiche piuttosto rilevanti. Il risultato è un prodotto di certo all’altezza degli standard a cui la BBC ci ha abituato, soprattutto quando è alle prese con la trasposizione dei capolavori della letteratura, ma che soffre alcune scelte non proprio riuscite, nonché un ritmo che non riesce mai davvero ad ingranare.

Tutto ha inizio con il personaggio di Hercule Poirot, interpretato da quel mostro sacro che è John Malkovich. Seguendo il trend più recente che vuole Poirot liberarsi dall’iconico baffo di David Suchet – scelta già intrapresa coraggiosamente da Kenneth Branagh nel suo Murder on the Orient Express –, all’investigatore belga viene dato un nuovo passato, che serve qui a tormentarlo per le sue scelte e per alcuni traumi mai davvero superati. Poirot non è più quel solare, bizzarro e peculiare detective, tutto orgoglioso delle proprie origini belghe, ma un uomo tormentato, che ha certo goduto della propria popolarità in passato ma che ora è invecchiato e messo da parte. Questo nuovo caso, che lo tira in ballo un po’ controvoglia, serve proprio a questo, a dargli di nuovo le energie che sembrava aver perso e che solo la sfida intellettuale dell’indagine può dargli indietro. L’uomo è alle prese con la propria età e il passare della grandezza antica – “Now we are going to have fun, like we did when we were beautiful” – e il gesto, presto abbandonato, di tingersi la barba di nero risponde proprio a questo cambiamento dettato dal tempo e dalle generazioni che passano. La sfida intellettuale quale motore per la mente geniale non è certo una scelta originale – è anzi uno dei tratti distintivi dello Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, poi utilizzato anche dagli adattamenti televisivi e cinematografici – ma è funzionale per parlare di un aspetto dell’uomo secondario ma non per questo meritevole d’essere accantonato. Piuttosto, a colpire l’immaginazione dello spettatore è il vedersi davanti un uomo apparentemente senza ironia né guizzi particolari, che non si abbandona mai, nemmeno alla conclusione della narrazione, ad un gesto di vero orgoglio né di eccitazione: il tono è generalmente dimesso, sia nell’interpretazione di Malkovich – che comunque si adatta perfettamente a questa narrazione – sia nella regia vera e propria.

The ABC Murders – Stagione 1A tale protagonista viene altresì aggiunta una seconda linea tematica, presente in maniera costante (sebbene mai davvero incisivo): la paura e l’odio per lo straniero. Frasi come “is the killer even English?” o le accuse in generale rivolte a Poirot stesso – dileggiato per essere fuggito dal Belgio durante la prima guerra mondiale – parlano chiaramente con il mondo contemporaneo della Brexit, scelta politica dettata proprio, tra i vari motivi, dal timore di un’influenza esterna, dalla perdita dei propri confini nazionali, tanto più in una società come quella inglese che non è ancora del tutto venuta a patti con la fine del proprio impero. Ecco dunque la tendenza strisciante a tenere a distanza lo straniero – beninteso, Poirot è visto come tale fino a un certo punto, come vergognosamente la vicina di casa lascia intendere, dal momento che è di un altro ceto sociale – e dunque la volontà autoriale di tendere dei parallelismi con la contemporaneità.
Questa scelta, però, non funziona, perché la storia non ne richiede la presenza, né la scrittura si occupa davvero della questione, lasciandola nelle mani di alcuni manifesti e brevi scambi privi della necessaria incisività. I temi aperti da questi tre episodi sono molti, troppi, e non c’è il tempo per occuparsene davvero, producendo spesso accenni mal digeriti. Il personaggio interpretato da Rupert Grint non viene in alcun modo sviluppato, e di lui rimane la sensazione di un incompetente che disprezza Poirot per delle non meglio specificate ragioni, ma che con il tempo si ricrede. I molti altri personaggi secondari, ciascuno più infelice dell’altro, hanno dei pallidi tentativi di caratterizzazione, ma non c’è ovviamente modo di renderli più tridimensionali di quello che il tempo concede.

Insomma, The ABC Murders è una miniserie che funziona fintantoché si mantiene aderente alla trama nota della Christie. Laddove prova a rendersi più indipendente, la scrittura autoriale inciampa perché non ha il coraggio di occuparsene fino in fondo, e ci prova con tentativi timidi e non abbastanza incisivi. Quella che si crea è una doppia direttrice: da un lato la serie si dimostra interessante dal punto di vista investigativo, e anzi se ne vorrebbe di più; dall’altro si è incuriositi dai traumi e dal passato di Poirot, ma le risposte latitano e quando arrivano non riescono davvero a soddisfare. Una buona serie, dunque, ma stavolta il meccanismo non ha funzionato come avrebbe dovuto e potuto.

Voto: 6

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Informazioni su Mario Sassi

Un po' romano un po' napoletano, ha preparato la sua valigia di cartone e se n'è andato a Philadelphia, nella speranza di incrociare Rocky alle prese con un nuovo allenamento. Tra letteratura, cinema e serie TV si domanda ancora come faccia a trovare tempo per respirare.

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