Wayne – Stagione 1 7


Wayne - Stagione 1Non è una novità per nessuno che gli anni Novanta siano tornati di moda, e in questo 2018/2019 la produzione televisiva ce lo sta facendo notare in modo tutt’altro che sottile. D’altronde, sono fenomeni che ben conosciamo: appena una generazione (in questo caso quella a cavallo tra X e millennial) inizia a diventare adulta, comincia anche la capitalizzazione sulla nostalgia dell’infanzia o dell’adolescenza che prende i riferimenti culturali, narrativi e visivi più familiari e ce li ripropone in nuovi formati, con nuovi contenuti e nuove storie.

Senza spingerci nel territorio di reboot come
Roswell: New Mexico o Charmed, è interessante il caso di show come Sex Education, The End of the F***ing World, Everything Sucks, Deadly Class che con gradi diversi di adattamento al presente mirano direttamente al cuore dei nostri ricordi con la musica, con le citazioni, con i costumi, con l’atmosfera. Più ancora che il period setting (alcuni sono davvero ambientati nei Nineties, altri nel presente, altri addirittura negli anni ’80) in questi show l’elemento della nostalgia è infatti determinato da una complicata serie di fattori estetici ed elementi citazionisti che riescono a far suonare fortissimo nel nostro cervello un campanello di familiarità rispetto ai linguaggi visivi e audiovisivi con cui siamo cresciuti. Modelli narrativi che spesso proprio nei Novanta avevano pochissimo a che fare con la proposta televisiva – se si escludono eccellenze come My So Called Life e Freaks and Geeks – ma con il cinema, la musica, il fumetto.

Wayne - Stagione 1Wayne è una serie che si posiziona nettamente all’interno di questa manciata di show che attingono al materiale narrativo del cinema degli anni ’90, con un esplicito riferimento alle opere di quel periodo di Tarantino, Gregg Araki, Tony Scott, Roger Avary e a fumetti come Kill Your Boyfriend di Grant Morrison. Storie di ribellione, di you and me against the world, di romanticismo mescolato a ribellione giovanile raccontato con violenza esplicita e cartoonishWayne potrebbe esistere in qualunque momento dello spazio tempo (perché la teenage rebellion è una storia che a quanto pare non ci stanchiamo di veder raccontare anche da adulti), ma sicuramente esiste in questa forma solo attraverso questo linguaggio di trasgressione fumettosa in cui le ingiustizie sociali e le richieste del mondo adulto sono un nemico chiaro e ben delineato, che si contrappone alla libera espressione di sé che avviene anche attraverso la violenza – giustificata da un mondo in cui i gesti violenti sono la norma anche tra gli adulti – che serve a riscrivere gli equilibri e forzare un meccanismo di oppressione tanto angosciante quanto manicheo.
Un’esasperazione catartica dei conflitti e dei meccanismi della commedia anni Ottanta alla John Hughes, insomma, mescolata alle suggestioni pulp degli anni ’90 e aggiornata al linguaggio contemporaneo ad alto tasso di ironia, satira e con una consapevolezza meta narrativa perfetta per bilanciare la cupezza del plot. Non sorprende quindi scoprire che dietro Wayne c’è la mano degli sceneggiatori di Deadpool, Rhett Reese e Paul Wernick, qui come produttori esecutivi con Shawn Simmons come creatore (alla sua prima prova come showrunner e cresciuto a Brockton, Massachusetts).

Wayne - Stagione 1Il protagonista che dà il nome alla serie è proprio uno sfortunato adolescente povero di Brockton, interpretato dall’irlandese Mark McKenna (che ha esordito nell’acclamatissimo Sing Street), incapace di esprimersi socialmente se non attraverso la violenza fisica ma sensibilissimo alle ingiustizie e con la tendenza a vendicare i torti subiti dagli altri picchiando, o facendosi picchiare dagli interessati. Alla morte del padre, malato di cancro, Wayne segue l’impulso di partire verso la Florida in cerca della sua macchina, una Pontiac Trans Am dorata del 1978 che gli era stata rubata dall’ex moglie e madre di Wayne, scappata con un altro uomo parecchi anni prima, e lo fa portandosi dietro Del (una deliziosa Ciara Bravo), la ragazza per cui ha una cotta e che ha perso la madre anch’essa, morta lasciandola in balia di un padre e due fratelli violenti e prevaricatori.
Come molte storie di questo tipo, lo show inizialmente non sembra preoccuparsi di quanto la sindrome del salvatore di Wayne e il suo atteggiamento verso Del non siano una ribellione all’ambiente ma più che altro una replica di esso, ma con il procedere della storia e l’aumentare della centralità di Del il plot subisce un’evoluzione molto positiva. Anziché esasperare il romanticismo e le potenzialità action del racconto evitando di affrontare la sua problematicità, Wayne sceglie di sviluppare un percorso un po’ didascalico ma perfettamente coerente in cui il viaggio verso la Florida diventa un’occasione per il protagonista per prendere coscienza dei propri limiti. Il vero punto di forza dello show è che questa crescita personale avviene all’interno di un plot che non lascia un minuto di noia allo spettatore e mette in fila risse, inseguimenti, rapimenti, arresti, fughe, duelli con un ritmo che non cala mai; ad eccezione dell’episodio 5, “Del” dedicato appunto alla protagonista e che salva il personaggio dall’essere una semplice manic pixie dream girl creata per stimolare un cambiamento di Wayne dandole una dimensione altrettanto tragica e sviluppandone la backstory.

Wayne - Stagione 1Grazie all’ironia, e all’inserimento del quinto episodio, Wayne riesce a tirar fuori da un materiale un po’ usurato qualcosa di semplice e immediato ma non banale, che bilancia perfettamente le esigenze action con una notevole cura narrativa dei dettagli, e i cliché del genere con un’attualizzazione (spesso a sorpresa) di alcuni topic: il poliziotto buono, il padre abusante che si redime, la madre assente riservano così parecchie sorprese nonostante siano decisamente poggiati sulle solide basi dello stereotipo. E la stessa violenza di Wayne, per quanto cartoonesca e virata verso la  comicità, con l’andare degli episodi assume una sfumatura sempre più dark e disperata, fino ad arrivare a un finale che non concede nulla – o quasi – alla speranza e lascia aperte le porte a una seconda stagione.
Una seconda stagione non ancora confermata, e sicuramente messa in pericolo dalla ormai non più recente notizia che YouTube ha deciso di rallentare la sua corsa alla produzione di show originali in ambito scripted almeno fino al 2020 (decisamente un peccato perché finora le serie della piattaforma ci avevano regalato progetti interessanti), ma che rimane comunque possibile alla luce dei 10 milioni di visualizzazioni comunicati nella prima giornata di messa on line del pilot e ormai arrivati a 16 abbondanti.

Voto stagione: 7 ½

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Informazioni su Eugenia Fattori

Bolognese di nascita - ma non chiedete l'età a una signora - è fanatica di scrittura e di cinema fin dalla culla, quindi era destino che scoprisse le serie tv e cercasse di unire le sue due grandi passioni. Inspiegabilmente (dato che tende a non portare mai scarpe e a non ricordarsi neanche le tabelline) è finita a lavorare nella moda e nei social media, ma Seriangolo è dove si sente davvero a casa.


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7 commenti su “Wayne – Stagione 1

  • Hugo Drodemberg (e inquilini)

    A me è piaciuto un botto, ma va detto che sono un maschietto, c’ho il testosterone e come molte ragazze vanno pazze per i costumi della S.ra Maisel, molti ragazzi vanno matti per le botte di Wayne. Inoltre la violenza in Wayne è molto ragionata, non c’è tutta questa voglia per l’action, anzi la maggior parte delle scene violente sono abbastanza statiche… ma c’è, e questo è decisamente raro, l’intenzione di fare empatizzare il pubblico (maschile?) con Wayne attraverso la violenza che subisce. Più che Tarantino, Fight Club… e piuttosto che un ragazzo apatico che si stagliuzza le braccia, un ragazzo indomito che si fa spaccare la faccia. Un bel cambio di tono, mi pare, rispetto a tante produzioni simili.
    Non cambierei una virgola di questo show, anche se avrei preferito due-tre puntate in più e nessuna seconda stagione.

     
    • Eugenia Fattori L'autore dell'articolo

      Ciao Hugo & co! Allora, premettendo che non credo che avere un utero o meno ci influenzi così tanto nei gusti mediali (io vado matta per le botte E per i cappottini di Mrs Maisel e potrei dire altrettanto di molti maschi che conosco), io credo che qua dentro ci sia tutto, da Tarantino (l’immaginario macchine, tipologie umane assurde ecc) ad Araki (adolescenza, road trip, momenti allucinatori) e perfino a Park Chan Wok, in un bel frullatone di suggestioni, ma che non siano tutte suggestioni tematiche che poi sono riprese in modo letterale dalla regia, che più che altro punta all’effetto “fumettoso” alla Scott Pilgrim, per intenderci – da qui, la staticità che vedi, almeno IMHO

       
      • Hugo Drodemberg

        Mi scuso vergognosamente per il mio commento che, riletto, suona davvero sessista. L’ho scritto appena finito Wayne, ancora “pompatissimo” …e in effetti sembra il commento di un sedicenne :’D …in realtà volevo GIUSTIFICARE il mio gusto per la violenza in Wayne, un gusto che NON ritengo sanissimo e in cui la componente masochista è insolitamente più insistita rispetto a produzioni altrettanto fumettose. Il fatto che non sappia apprezzare i costumi nella signora Maisel (serie che per me sfiora il capolavoro) la considero, invece, una tara personale.
        Insomma, sessista no eh, vorrei continuare a commentare con questo nome e da questo IP senza vergognarmene 😀 😀 😀

         
  • Hugo Drodemberg (e inquilini)

    Un’ultima riflessione: esiste davvero una NOSTALGIA per gli anni ’90? Mi spiego: sono di quella generazione “a cavallo tra X e millennial” e nè io nè i miei amici abbiamo nostalgia per quegli anni. Cioè, ovviamente come chiunque sopra i quaranta abbiamo nostalgia per la nostra gioventù spericolata, ma non, ecco, per i Nineties. Gli anni ’50, ’60, ’70 e ’80 erano caratterizzati da giovani che facevano della propria generazione la migliore, quella più “avanti”, rompendo drasticamente coi codici comunicativi della generazione precedente; la mia invece già cominciava a campare su quelle precedenti, c’era la netta sensazione che il meglio fosse già avvenuto e un guardare alle produzioni passate con rispetto invece che con rifiuto, come del resto mi pare si faccia ancora oggi. Gli unici eventi culturali davvero innovativi di quegli anni, nella mia percezione almeno, furono l’esponenziale espandersi del rap e dell’elttronica, del postmoderno (Tarantino appunto, ma anche l’accelerazione cinematica di Natural Born Killers, per dire) e l’avvento di internet: tutte cose di cui non possiamo avere nostalgia perchè, banalmente, stanno ancora oggi in ottima salute.
    Ehi, questa recensione per me è stata illuminante, agli anni ’90 manco c’avevo pensato mentre (nei termini complessi da te giustamente sottolineati) ci stanno eccome. Però la mia teoria è che, negli anni a venire, l’elemento nostalgico nelle produzioni artistiche sarà sempre meno rilevante. Già inizia.

     
    • Eugenia Fattori L'autore dell'articolo

      E ciao di nuovo, meglio risponderti separatamente: io sono del ’79 per cui uguale, né X né Millennial e la nostalgia dei ’90 ce l’ho a tratti. Ma credo che riguardi molto più quelli prima di noi (che la idealizzano come sempre si fa con la propria gioventù) e quelli dopo che non avendola vissuta ovviamente mitizzano l’epoca come facevamo noi coi ’70. Di fatto la nostalgia è una cosa misteriosa perché tocca corde personalissime quindi che io o te ne abbiamo nostalgia personalmente influenza in modo molto relativo le tendenze culturali e sì, di fatto siamo di fronte a una miccia accesa sul ritorno degli anni ’90 che hanno già invaso la moda, i consumi musicali (revival, ecc) e potentemente le serie tv. Non so se valga o meno la pena celebrarli, penso che questo discorso valga un po’ per qualsiasi epoca: il valore è relativo, difficile da stabilire a priori.

       
    • Eraserhead

      Esiste eccome: Sono nato nell’89 e, come gran parte di quelli della mia generazione, la nostalgia dei nineties è reale e ben presente, esattamente come quelli della generazione precedente l’hanno sperimentata per gli anni ’80… Era infatti un periodo dove il cyber-utopismo della controcultura cibernetica (che molto deve agli hippy, alla prima controcultura sixties e alla seconda di fine anni ’80) era attiva e reale e l’ultima forma di speranza per un futuro migliore, a differenza di ora con il commercio, le corporation e la pubblicità che hanno soverchiato gli ideali originari, assorbendo il potenziale del web e assimilandolo al neoliberismo, traghettandoci nell’era attuale di illuminismo oscuro caratterizzato democrazie in bilico e di diritti civili delle minoranze messi in discussioni dagli apologeti della libertà di espressione…
      E non mi metto a parlare di cambiamento climatico, se no non ne usciamo più XD

      Detto questo, la serie mi ispira molto e farò un mesetto gratis di YOutube premium solo per guardarla (appena riesco a prendermi una smarttv… 😛 )

       
      • Hugo Drodemberg (e inquilini)

        Occhio che nostalgia non coincide affatto con un “si stava meglio allora”, o quantomeno il mio era un discorso sulle mode, non politico (figurati)… Però il mio era un commento sbagliato: dalle risposte tua e di Eugenia ho realizzato che la nostalgia “culturale” in genere non è riferita all’ambiente dei nostri 20 anni, del quale siamo già stati effettivi attori, ma a quello immediatamente precedente, nel quale guardavamo meravigliati le sperimentazioni dei ragazzi più grandi. Forse è proprio la scomparsa del desiderio di entrare in QUEL mondo adulto (e dell’immagine che ce n’eravamo fatti) a crearci nostalgia, chissà