
Sta di fatto che, otto anni dopo il film di Joe Wright, Hanna torna in tv in un momento storico ben diverso da quello in cui uscì il film, un’epoca in cui sicuramente c’è più consapevolezza e ricercatezza intorno ai personaggi femminili. Sebbene infatti nel 2011 la pellicola ricevette un’accoglienza positiva da parte della critica, passò un po’ in sordina nel panorama generale, come del resto accadeva con la maggior parte dei film che tentavano di mettere al centro un’eroina. Proprio da questo presupposto sembra voler partire probabilmente il progetto di Amazon, ovvero dal tentativo di raccontare, sotto l’apparente confezione da thriller spionistico, il “coming of age” di una ragazza cresciuta in una foresta (quindi pura nei confronti di tutti i meccanismi sociali) alla ricerca della propria identità e indipendenza.
Il problema di alcune recenti produzioni Amazon, e che purtroppo torna a manifestarsi anche in questo progetto, è il tentativo di attirare a sé buona parte del pubblico generalista con produzioni ad alto budget ma dai buoni sentimenti, che finiscono però per stonare incredibilmente nel panorama attuale perché hanno un qualcosa che sa di anacronistico. Proprio come Jack Ryan, che col suo facile e fiero patriottismo sembrava più figlio dell’ingenuità degli anni Novanta, Hanna sembra fallire nel dare un taglio originale alla vicenda, la quale non dice più di quello che diceva otto anni fa e non riesce a rinnovare il proprio linguaggio per parlare di qualcosa di più rilevante.

Tutto rientra nei canoni di un facile family drama: c’è Hanna in preda ad una cotta adolescenziale che si ribella per la prima volta al padre, c’è appunto il padre, tormentato e severo, che però protegge la figlia indifesa e ignara dei pericoli del mondo adulto, e c’è la madre surrogata cattiva, di cui però vediamo un istinto materno sopito probabilmente dalla necessità di fare carriera. Nulla di più nei personaggi sembra trapelare oltre questa superficiale descrizione, in cui certo il grande pubblico può facilmente riconoscersi, ma che va a costruire un quadro davvero troppo semplicistico.

Nel suo lungometraggio, Joe Wright aveva voluto raccontare una favola allegorica di formazione con uno stile crudo e selvaggio in grado di darle dei connotati molto realistici. Il problema di questo “Forest”, al contrario, è proprio che la serie vorrebbe cercare un realismo che non trova mai, finendo per risultare poco credibile e favolistica nel senso più superficiale e piatto del termine. Ancor più grave è che questo episodio non fa altro che allungare scene già presenti nel film, il che non depone a favore della serie, poiché lascia l’impressione che non ci siano molte idee dietro la semplice intenzione di allungare il brodo il più possibile per stendere una storia su otto, probabilmente interminabili, episodi.
Voto: 5
