
Categorizzata come serie fantascientifica, in realtà The Twilight Zone e i suoi episodi non sono mai stati strettamente definiti da un genere preciso; ovviamente ci sono state storie che possono essere facilmente inserite nella fantascienza in senso stretto, ma la sua particolarità è quella di aver saputo esplorare diverse tipologie di racconto, dall’horror al post-apocalittico, e di focalizzare l’attenzione su vicende profondamente umane, toccate in qualche modo dal mistero e da inspiegabili eventi. La “zona crepuscolare” che dà il titolo alla serie è, difatti, intesa come quello spazio tra realtà e finzione nel quale tutto può accadere e al cui interno l’individuo deve compiere scelte difficili o deve scoprire qualcosa di terribile su di sé. Ogni episodio dello show, anche in questa sua ultima incarnazione, segue dunque la storia di una persona specifica e raccoglie il suo punto di vista sugli eventi incredibili che si trova ad affrontare.

Da quest’ultimo punto di vista non si può non notare come la presenza del regista sia stata quantomeno d’ispirazione all’avvicinare le sceneggiature dei diversi episodi alle criticità più importanti della società contemporanea. Peele, infatti, è noto per la sua vicinanza alle questioni più urgenti della comunità black in America, dal razzismo alle violenze da parte della polizia, ma anche alle altre battaglie sociali di tradizione liberale che, oggi più di ieri, sono quotidianamente combattute e discusse, dal ruolo sociale della donna all’emergere dei populismi, dalla paura per il diverso alle questioni legate all’esplorazione spaziale; temi che ha saputo portare all’attenzione del grande pubblico attraverso i suoi film ma anche attraverso i suoi altri progetti, come il recente Weird City co-creato con Charlie Sanders. Una delle caratteristiche di questi titoli è il non presentarsi mai come dei semplici manifesti attraverso i quali Peele e gli altri autori cercano di veicolare un messaggio, ma innanzitutto come prodotti di intrattenimento a tutti gli effetti, capaci di trascendere e riempire di significato il genere che si sceglie di omaggiare (l’horror per Get Out e Us, la distopia fantascientifica per Weird City) tanto da poter essere interpretati a più livelli. Lo stesso discorso vale per The Twilight Zone, che sfrutta abilmente questo stratagemma per dare un senso agli episodi e fornire uno spunto di riflessione intelligente sul mondo che ci circonda; ovviamente, trattandosi di una serie antologica nella quale ogni episodio è scritto da un autore diverso, si troveranno puntate molto riuscite e altre decisamente più deboli, ma nel complesso il livello qualitativo è molto buono, con qualche picco e diverse intuizioni interessanti.

The Twilight Zone si pone, quindi, sulla scia della recente propagazione a macchia d’olio delle nuove serie antologiche, nata certamente dal grande successo di Black Mirror, ma cercando di dire la sua e non limitandosi ad imitare la concorrenza. Oltre al già citato “Blurryman” si consigliano in particolare “Replay”, “Not All Man” e “A Traveler”, quest’ultimo scritto da Glen Morgan, veterano di The X-Files.
