
Lo show racconta di uno stupratore seriale attivo tra il 2008 e il 2011 a Washington e in Colorado. Le premesse sono quindi quelle di un crime drama d’impianto classico: un crimine da risolvere, un colpevole da fermare. Ma già dal pilot è chiaro come la serie vada in una direzione completamente diversa dallo schema a cui si è soliti rapportarsi in un ‘poliziesco’. Il primo episodio è infatti interamente dedicato a una delle vittime, la diciottenne Marie Adler (una meravigliosa Kaitlyn Dever – Justified) una ragazza problematica, ospite di un centro per ragazzi che escono dagli affidi familiari. Viene stuprata nel suo appartamento, legata, fotografata e minacciata con un coltello. Nonostante la paura e le minacce subite, denuncia l’accaduto, ma la sua fragilità la rende facile preda di un’indifferenza investigativa troppo abituata a comparare gli schemi con sterilità di giudizio. Non viene creduta, e ammette di essersi inventata tutto.
Da questo punto il racconto si sposta in Colorado dove due detective – Grace Rasmussen e Karen Duvall interpretate da una Toni Collette e una Merritt Wever in stato di grazia – collegano gli stupri commessi in più contee giungendo alla conclusione che si tratta dello stesso uomo. A partire da ciò l’impianto della detection è lineare: false piste, momenti di sconforto, scleri in ufficio, illuminazioni improvvise. Tutto molto in linea con l’impianto classico di un crime drama, avvincente quanto basta, sconfortante come deve essere. Ma a guardare più a fondo, la tessitura del racconto nasconde qualcosa di inedito, una sorta di innovazione latente che cerca di innestare un flusso di ‘vita’ in quello che per eccellenza è il genere più stantio, sia in televisione che in letteratura come al cinema.
Where is his outrage? Where is the voice looking at this pattern saying, “This is supremely fucked up!”

Unbelievable, tuttavia, va oltre. Le detective non hanno nessun trauma personale, l’aggressore è quasi invisibile, non c’è nessun tipo di indagine volta a comprendere il perché delle sue azioni. Non c’è una città che viene sconvolta da un crimine inspiegabile. Ci sono le vittime e c’è un’indagine. Sono questi i due poli d’attenzione: il dolore e la sofferenza da una parte, la volontà di lenire questo dolore dall’altra. In mezzo, gli ostacoli, che non sono solo legati alla capacità del colpevole di non lasciare prove.
La serie ideata, scritta e diretta da Susannah Grant (Erin Brockovich) utilizza il genere crime come un medium per portare sulla grande piazza tematiche ben più scottanti delle varie divulgazioni socio psicologiche – o anche filosofiche – con cui siamo soliti confrontarci quando si tratta di un ‘giallo’. Unbelievable parla di dolore, denuncia la violenza sulle donne, parla di giustizia e di sofferenza, ma soprattutto pone una domanda scottante: le metodologie generalmente utilizzate quando ci si rapporta a un’indagine di stupro sono valide? Oppure, occorrerebbe creare un protocollo che tenga conto della fragilità della vittima, non in quanto donna – nonostante anche gli uomini possano essere stuprati, il numero delle donne è nettamente maggiore – ma in quanto persona violata nella propria intimità? Per quanto uno stupro sia sicuramente meno grave di un omicidio, è giusto che il grado di punibilità di un crimine debba definirne il valore? È giusto che uno stupro o qualsiasi altro tipo di violenza d’ordine sessuale debbano essere posizionati uno scalino più in basso rispetto a ogni altro crimine?
When they’re bigger than you, you can’t win.

Quando il detective Parker utilizza un filtro sbagliato rapportandosi a Marie, si comporta come Judith, l’ex madre affidataria, che utilizza la propria esperienza di stupro come mezzo esclusivo per poter giudicare la figlia: se non è sconvolta come lo ero io, allora sta mentendo.
Il focus iniziale su Marie riesce a creare una polarizzazione del racconto, che dopo il pilot si biforca in due direzioni parallele: da una parte Marie e la sua graduale caduta verso una nera sofferenza e dall’altra una detection condotta con cura e perizia. Mettere queste due linee narrative in parallelo scrive un importante sottotesto, che rappresenta forse uno dei traguardi più importanti dello show: tutto ciò che sta accadendo alla giovane Marie poteva essere evitato se Parker si fosse comportato come Rasmussen e Duvall? Nonostante la fine risponda esplicitamente a questa domanda, non occorre arrivare all’ultimo episodio per rispondere affermativamente.
I think that that was the hardest part of this whole thing. Waking up feeling hopeless.

Unbelievable parla dunque di indifferenza, di superficialità, del bisogno di cercare sempre un punto di vista che permetta al nostro interlocutore di sentirsi protetto, ascoltato. Mette le donne al centro e dà voce al loro dolore; pone altre donne al comando e ci mostra come – dal punto di vista investigativo – la vera arma contro la violenza sulle donne sia di adottare uno sguardo aperto, attento, che metta la vittima in una condizione, fisica e psicologica, in cui quel senso di vulnerabilità inevitabilmente correlato all’aggressione riesca a mitigarsi da un calore, che non è altro che umanità.
Unbelievable parla dunque di violenza subita da donne, sia dall’aggressore che dalla polizia, e pone l’accento più che sull’atto in sé sulle sue conseguenze; questa è indubbiamente la tematica dello show. Ma cosa molto più importante è come lo show affronta questa tematica: il turbine di queste donne non viene raccontato, ma vissuto, mostrato, tutto accade davanti ai nostri occhi. La violenza sulle donne non è trattata come tema, ma è fatta vivere in ‘situazione’.
In letteratura, una narrazione su una particolare tematica acquista consapevolezza quando l’oggetto del racconto non è più trattato come tema, ma viene fatto vivere in situazione. L’esigenza di trattare una tematica spinosa come tema deriva spesso dall’urgenza di denuncia, dal bisogno di attirare l’attenzione su un tema preciso. E per farlo ci si affida al racconto del singolo, di chi è protagonista di un determinata esperienza: è stato così per quella che è nata come letteratura migrante e che oggi lotta per divenire, semplicemente, letteratura. Il limite di questo tipo di formula narrativa è che spesso la denuncia è rivolta a un interlocutore preciso.
Un racconto come Unbelievable – e qui sta la sua forza maggiore – grazie a questa sua particolare costruzione narrativa, ci mostra che raccontare la violenza sulle donne sia qualcosa che comincia ad andare oltre la denuncia, oltre lo sguardo personale della vittima o dell’aggressore, e che non ha più un solo interlocutore. Non è più un tema relegato a una minoranza, è qualcosa di molto più complesso, che fa parte della nostra contemporaneità, è una cosa che riguarda tutti noi, vittime, carnefici e tutti coloro che non riescono, non vogliono, o non sono in grado di vedere.
Voto: 8½
