The Queen’s Gambit – L’umanità d’una scacchiera 4


The Queen’s Gambit - L’umanità d’una scacchieraEach possible move represents a different game. A different universe in which you make a better move. By the second move, there are 72084 possible games. By the third, 9 million. By the fourth 318000000000. There are more possible games of chess than there are atoms in the universe.

Gli scacchi sono antichissimi, forse il gioco più antico del mondo. Hanno affascinato da sempre milioni di persone e conoscerne le regole è facilissimo. Il problema, con gli scacchi, non è mai stato capire cosa fanno le pedine: è sapere cosa farci. Nella loro versione ‘moderna’ gli scacchi hanno poi rappresentato una delle più efficaci allegorie, capaci di prestarsi al servizio della filosofia o della predicazione medievale, della trattatistica morale del De ludus scaccorum o delle somme vette della poesia del Paradiso dantesco. Gli scacchi, insomma, come mezzo per conoscere l’uomo e il mondo, una lente fatta di una precisione matematica e di partite che non sono mai una uguale all’altra.

Oppure gli scacchi possono rappresentare la rivalsa, la possibilità di fuga da una situazione disperata. È questo il punto di inizio di The Queen’s Gambit, la nuova miniserie Netflix basata sul romanzo di Walter Tevis e scritta da Scott Frank (Minority Report, Logan) e Allan Scott. Arrivata un po’ in sordina, The Queen’s Gambit ha sorpreso un po’ tutti per una serie di fattori determinanti: un’ambientazione (anni ’50 e ’60) che non passa mai di moda, un romanzo di formazione appassionante, la capacità di rendere interessanti le partite di scacchi – una passione difficile da rendere televisivamente parlando – e una buona esplorazione della psicologia dei personaggi in campo, a partire proprio dalla protagonista. Tutto ha inizio con la morte della madre di Beth Harmon, e il conseguente ingresso in orfanotrofio. Nella sua solitudine e nella sua difficoltà ad entrare in sintonia con le sue compagne, Beth scoprirà in un buio scantinato una passione a lei ignota, fatta di regole e di precisione, quelle qualità da cui sembra non essere scalfita affatto. Guidata da un uomo burbero ma tutto sommato buono, Beth si scoprirà una bambina prodigio negli scacchi. Seguiamo il personaggio di Beth per molti anni, attraverso tornei via via sempre più importanti, con le prime cotte, i primi amori, i primi grandi dolori.

Che Anya Taylor-Joy fosse brava lo avevamo già visto in The Witch. Qui è all’altezza delle sue capacità, alle prese però con un personaggio di quelli ostici da interpretare, una ragazza chiusa in un mondo tutto suo, fatta di partite di scacchi da immaginare sul soffitto e la solitudine di chi non fa in tempo ad affezionarsi a qualcuno per poi perderselo. In tutta questa solitudine Beth non trova rifugio che in dipendenze varie, a partire da droghe e alcol sin dalla giovanissima età. Cresciuta da sola, troverà negli scacchi una passione e forse la droga maggiore, che sarà ciò che riuscirà a darle una rivalsa sul mondo, ma al contempo ciò che le precluderà veri rapporti interpersonali (almeno finché non lo permetterà lei stessa).  La sua è la deviazione di una spirale distruttiva da cui vorremmo noi stessi tirarla fuori, ma che è il grido disperato per chi vede intorno a sé solo il vuoto e deve rifugiarsi in tutti i porti sicuri che trova.

The Queen’s Gambit - L’umanità d’una scacchieraGli scacchi sono i protagonisti che appaiono in parallelo con Beth, sono costantemente nei suoi e nei nostri pensieri, attraversano tutti i rapporti personali di Beth in un modo e nell’altro, e diventano il cemento che permetterà la nascita di alcune delle sue relazioni interpersonali. Sola in un mondo dominato da uomini, Beth non ha tanto a cuore la questione di principio, il suo non è il desiderio di sfidare le convenzioni o lo status quo: sono tutti gli altri che la riportano costantemente alle differenze di genere, al suo essere ‘altra’. Lo stesso accadrà in una fase più avanzata quando gli scacchisti da sfidare saranno i sovietici e dunque lei rappresenterà l’americana che si oppone al dominio russo. Se però della prima caratterizzazione se ne farà più o meno portatrice (molto belli gli incontri con chi la ringrazierà per aver dimostrato che ci fosse posto per le donne), dell’idea di baluardo dell’americanità contro il comunismo ateo se ne farà tranquillamente beffe. Ma negli scacchi ci sono tutta una serie di convenzioni da abbattere: prima di tutto, si tratta di un mondo complesso, fatta di mosse che hanno nomi, di partite storiche, di biografie da cui estrarre dati ancora utili. La serie riesce a trasmettere molto bene il senso di terrore che una singola mossa può provocare, la rabbia e l’umiliazione per una sconfitta che riesci a vedere già molte mosse prima della conclusione – che delusione scoprire che non si grida “Scacco matto!” al termine della partita!

Un’altra convenzione che viene meno, ed è questo parte fondamentale della serie, è che gli scacchi siano un gioco di solitudine, uno contro uno. Sarà questo lo spirito dominante di questi sette episodi, nonché la parte più difficile da accettare per Beth. Abituata a pensare per sé sin dalla sua infanzia, la ragazza ha estrema difficoltà a entrare in comunicazione con gli altri, se non per parlare di scacchi e strategie. La scoperta che gli scacchi non sono necessariamente un gioco di solitudine – anzi, funzionano al meglio quando se ne discute e si fa lavoro di strategia insieme – sarà una scoperta rivoluzionaria. Sono molte le anime che si muovono intorno a Beth e molti di questi personaggi entrano ed escono con grande fluidità, tutti però arricchiti da una propria personalità, con difetti e pregi che riescono ad essere efficacemente tratteggiati in poche ma significative scene. Attraverso loro conosciamo Beth sempre un pizzico in più, ma al contempo sono scritti così bene da non darci mai l’impressione di essere solamente dispositivi, bensì personaggi a tutto tondo.

The Queen’s Gambit - L’umanità d’una scacchieraLa serie è poi impreziosita da un’ottima scenografia, con quelle tonalità pastello che abbiamo imparato ad amare e che ricordano in certi guizzi serie come The Marvelous Mrs. Maisel (e con una simile passione per gli abiti, ma d’altronde chi non l’avrebbe). L’America del Kentucky è il punto di partenza, e dunque da una zona periferica attraverso New York, l’Europa, e oltre. La regia, poi, riesce a sfruttare la propria creatività nel trovare modi sempre nuovi ed efficaci per rendere le moltissime partite di scacchi quanto più avvincenti, anche quando sulla pedana avvengono cose che per l’utente medio non sembrano poi così importanti o rivoluzionarie. Lo spettatore scopre quel mondo con Beth e attraverso lei riesce a trovare la giusta empatia per un mondo solo in apparenza freddo e calcolatore. Non saremo certo in grado di seguire fino in fondo le brillanti intuizioni di questi giocatori, ma ne capiamo il valore e percepiamo il rispetto dovuto a chi è così abile in un gioco apparentemente così lineare.

Quello di The Queen’s Gambit non è dunque solamente un racconto di sfida e di un gioco, ma è una crescita costellata di passi falsi, come quelli che compirebbe chiunque in un mondo ostile e senza punti di riferimento, in cui si può toccare il fondo e iniziare a scavare. Ma è anche un racconto di passione, amicizia, amore, senso di appartenenza. The Queen’s Gambit è una miniserie appassionante e coinvolgente, con il raro dono di saper raccontare l’animo umano e le sue sfide attraverso quello che nessuno può chiamare solamente un gioco.

No one could possibly predict them all. Which means that that first move can be terrifying. It’s the furthest point from the end of the game, there’s a virtually infinite sea of possibilities between you and the other side. But it also means that if you make a mistake, there’s a nearly infinite amount of ways to fix it. So you should simply relax and play.

 – Harold Finch, Person of Interest  

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Informazioni su Mario Sassi

Un po' romano un po' napoletano, ha preparato la sua valigia di cartone e se n'è andato a Philadelphia, nella speranza di incrociare Rocky alle prese con un nuovo allenamento. Tra letteratura, cinema e serie TV si domanda ancora come faccia a trovare tempo per respirare.


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4 commenti su “The Queen’s Gambit – L’umanità d’una scacchiera

  • Boba Fett

    Era un bel po’ che non mi tuffavo in un bel binge watching! La Regina degli Scacchi è uno splendido film di sette ore dove non solo le tante partite a scacchi non annoiano, ma sono anche mostrate accuratamente (spesso riproposizione di vere partite di grandi campioni come Kasparov). Ma è soprattutto l’emozionante e avvincente racconto di una donna che vince tante sfide della vita e arriva dove nessun’altra donna era mai arrivata prima.

     
  • ezechiel

    Sì la serie è fatta bene e mi è piaciuta, però inizia ad essere stancante questa mania della protagonista femminile tormentata, però geniale, che abusa di droghe/alcol, con un passato violento, ovviamente però figa (perchè non può essere brutta)…

    il 70% di questa serie è praticamente la vita di Bobby Fischer, personaggio reale, perchè forzare il libro/serie con protagonista la solita ragazza clichè di questi anni?

     
  • Federica

    Grazie per questa segnalazione, ho visto la serie in due giorni. Ho amato tutto, forse la gestione di alcuni personaggi secondari mi ha convinto poco, ma riuscire a rendere così avvincente una partita di scacchi, non l’ho mai visto in nessun prodotto audiovisivo. Bellissima serie, secondo me si candida a essere una delle novità migliori degli ultimi anni

    E grazie per la citazione di person of Interest, serie sempre troppo sottovalutata e mai ricordata abbastanza

     
    • Mario Sassi L'autore dell'articolo

      Sono contento che il consiglio abbia funzionato, @Federica! E Person of Interest rimane la serie più bistrattata di sempre, ancora così attuale.