
Gli scacchi sono antichissimi, forse il gioco più antico del mondo. Hanno affascinato da sempre milioni di persone e conoscerne le regole è facilissimo. Il problema, con gli scacchi, non è mai stato capire cosa fanno le pedine: è sapere cosa farci. Nella loro versione ‘moderna’ gli scacchi hanno poi rappresentato una delle più efficaci allegorie, capaci di prestarsi al servizio della filosofia o della predicazione medievale, della trattatistica morale del De ludus scaccorum o delle somme vette della poesia del Paradiso dantesco. Gli scacchi, insomma, come mezzo per conoscere l’uomo e il mondo, una lente fatta di una precisione matematica e di partite che non sono mai una uguale all’altra.
Oppure gli scacchi possono rappresentare la rivalsa, la possibilità di fuga da una situazione disperata. È questo il punto di inizio di The Queen’s Gambit, la nuova miniserie Netflix basata sul romanzo di Walter Tevis e scritta da Scott Frank (Minority Report, Logan) e Allan Scott. Arrivata un po’ in sordina, The Queen’s Gambit ha sorpreso un po’ tutti per una serie di fattori determinanti: un’ambientazione (anni ’50 e ’60) che non passa mai di moda, un romanzo di formazione appassionante, la capacità di rendere interessanti le partite di scacchi – una passione difficile da rendere televisivamente parlando – e una buona esplorazione della psicologia dei personaggi in campo, a partire proprio dalla protagonista. Tutto ha inizio con la morte della madre di Beth Harmon, e il conseguente ingresso in orfanotrofio. Nella sua solitudine e nella sua difficoltà ad entrare in sintonia con le sue compagne, Beth scoprirà in un buio scantinato una passione a lei ignota, fatta di regole e di precisione, quelle qualità da cui sembra non essere scalfita affatto. Guidata da un uomo burbero ma tutto sommato buono, Beth si scoprirà una bambina prodigio negli scacchi. Seguiamo il personaggio di Beth per molti anni, attraverso tornei via via sempre più importanti, con le prime cotte, i primi amori, i primi grandi dolori.
Che Anya Taylor-Joy fosse brava lo avevamo già visto in The Witch. Qui è all’altezza delle sue capacità, alle prese però con un personaggio di quelli ostici da interpretare, una ragazza chiusa in un mondo tutto suo, fatta di partite di scacchi da immaginare sul soffitto e la solitudine di chi non fa in tempo ad affezionarsi a qualcuno per poi perderselo. In tutta questa solitudine Beth non trova rifugio che in dipendenze varie, a partire da droghe e alcol sin dalla giovanissima età. Cresciuta da sola, troverà negli scacchi una passione e forse la droga maggiore, che sarà ciò che riuscirà a darle una rivalsa sul mondo, ma al contempo ciò che le precluderà veri rapporti interpersonali (almeno finché non lo permetterà lei stessa). La sua è la deviazione di una spirale distruttiva da cui vorremmo noi stessi tirarla fuori, ma che è il grido disperato per chi vede intorno a sé solo il vuoto e deve rifugiarsi in tutti i porti sicuri che trova.

Un’altra convenzione che viene meno, ed è questo parte fondamentale della serie, è che gli scacchi siano un gioco di solitudine, uno contro uno. Sarà questo lo spirito dominante di questi sette episodi, nonché la parte più difficile da accettare per Beth. Abituata a pensare per sé sin dalla sua infanzia, la ragazza ha estrema difficoltà a entrare in comunicazione con gli altri, se non per parlare di scacchi e strategie. La scoperta che gli scacchi non sono necessariamente un gioco di solitudine – anzi, funzionano al meglio quando se ne discute e si fa lavoro di strategia insieme – sarà una scoperta rivoluzionaria. Sono molte le anime che si muovono intorno a Beth e molti di questi personaggi entrano ed escono con grande fluidità, tutti però arricchiti da una propria personalità, con difetti e pregi che riescono ad essere efficacemente tratteggiati in poche ma significative scene. Attraverso loro conosciamo Beth sempre un pizzico in più, ma al contempo sono scritti così bene da non darci mai l’impressione di essere solamente dispositivi, bensì personaggi a tutto tondo.

Quello di The Queen’s Gambit non è dunque solamente un racconto di sfida e di un gioco, ma è una crescita costellata di passi falsi, come quelli che compirebbe chiunque in un mondo ostile e senza punti di riferimento, in cui si può toccare il fondo e iniziare a scavare. Ma è anche un racconto di passione, amicizia, amore, senso di appartenenza. The Queen’s Gambit è una miniserie appassionante e coinvolgente, con il raro dono di saper raccontare l’animo umano e le sue sfide attraverso quello che nessuno può chiamare solamente un gioco.
No one could possibly predict them all. Which means that that first move can be terrifying. It’s the furthest point from the end of the game, there’s a virtually infinite sea of possibilities between you and the other side. But it also means that if you make a mistake, there’s a nearly infinite amount of ways to fix it. So you should simply relax and play.
– Harold Finch, Person of Interest –

Era un bel po’ che non mi tuffavo in un bel binge watching! La Regina degli Scacchi è uno splendido film di sette ore dove non solo le tante partite a scacchi non annoiano, ma sono anche mostrate accuratamente (spesso riproposizione di vere partite di grandi campioni come Kasparov). Ma è soprattutto l’emozionante e avvincente racconto di una donna che vince tante sfide della vita e arriva dove nessun’altra donna era mai arrivata prima.
Sì la serie è fatta bene e mi è piaciuta, però inizia ad essere stancante questa mania della protagonista femminile tormentata, però geniale, che abusa di droghe/alcol, con un passato violento, ovviamente però figa (perchè non può essere brutta)…
il 70% di questa serie è praticamente la vita di Bobby Fischer, personaggio reale, perchè forzare il libro/serie con protagonista la solita ragazza clichè di questi anni?
A parte le prime due frasi, non sono d’accordo con niente di quel che hai scritto. La solita protagonista di questi anni? Il libro è del 1983! Come spiega bene il buon Sassi, parliamo di una serie che ha tra i suoi temi principali l’esclusione e la rivalsa, quindi ci sta tutto che sia donna. E sull’abuso di sostanze, beh, per una volta non solo è funzionale al racconto, ma viene descritto in maniera tutt’altro che macchiettistica… pensa che c’è chi ha criticato The Queen’s Gambit per prendere un po’ troppo alla leggera questi temi -quando secondo me è invece l’approccio più giusto, o che quantomeno può essere apprezzato da chi di sostanze ne ha davvero abusato. L’uscita sulla protagonista “figa”, poi… Cioè, anche a me piace molto Anya, ma non è certo la classica bellona da copertina, su!
Grazie per questa segnalazione, ho visto la serie in due giorni. Ho amato tutto, forse la gestione di alcuni personaggi secondari mi ha convinto poco, ma riuscire a rendere così avvincente una partita di scacchi, non l’ho mai visto in nessun prodotto audiovisivo. Bellissima serie, secondo me si candida a essere una delle novità migliori degli ultimi anni
E grazie per la citazione di person of Interest, serie sempre troppo sottovalutata e mai ricordata abbastanza
Sono contento che il consiglio abbia funzionato, @Federica! E Person of Interest rimane la serie più bistrattata di sempre, ancora così attuale.
Ciaooo! Premetto che, nonostante mi piacciano, non sono un divoratore di serie tv… ma questa miniserie mi ha conquistato! Tra l’altro è stata la mia insegnante di inglese a suggerirmene la visione in lingua originale per raffinare l’ascolto e la pronuncia, visto che sono prossimo all’esame. All’inizio ho avuto delle difficoltà, ma poi googleando in cerca di una soluzione grazie al sito https://maserie.altervista.org/ ho scoperto che c’è un’estensione gratuita (Language Learning with Netflix) per guardare le serie tv Netflix con il doppio sottotitolo ing-ita! Mi sono così potuto godere ed appassionare alla storia di Beth, consiglio la visione a chiunque!
Che bel post, mi trovo d’accordissimo! Una “spigolatura”: il più antico gioco da tavolo del mondo è il backgammon, giocato in Mesopotamia ed Egitto già 5000 anni fa. Gli scacchi hanno “solo” 1500 anni 😉