Them: Covenant – Stagione 1 2


Them: Covenant – Stagione 1Fino a quarant’anni fa la cultura black negli audiovisivi occupava uno spazio minuscolo e il ruolo di Spike Lee è considerato ancora oggi fondamentale per aver contribuito all’apertura di una porta dietro la quale ci sono esperienze, punti di vista e la cultura di un grande e variegato popolo. Oggi fortunatamente sono sempre di più le storie che raccontano personaggi afroamericani, spesso anche narrate dall’interno della comunità. Them è una di queste e non è certamente passata inosservata.

Un punto di svolta radicale riguardo alla rappresentazione delle persone nere al cinema e in televisione è stato sicuramente Black Panther, che in un solo anno ha letteralmente cambiato le regole del gioco mettendo al centro del discorso punti di vista da sempre marginalizzati, facendolo all’interno del contesto del blockbuster hollywoodiano e dimostrando la necessità di questo tipo di racconti affermandosi come il film più visto dell’anno nel mercato statunitense.
A ciò si affianca anche un ruolo sempre più importante del cinema di genere, tanto che la tradizionale dicotomia tra genere e autore è diventata oggi completamente vetusta, anche perché alcuni dei più interessanti registi emersi negli ultimi anni hanno scelto proprio il genere per esprimersi da un punto di vista artistico. Uno di questi è sicuramente Jordan Peele, che a partire dal background della comicità nei suoi due lungometraggi ha utilizzato l’horror per dare ossigeno a un punto di vista interno alla comunità afroamericana che ha dimostrato di avere non solo tante cose da dire ma anche di attecchire in maniera perfetta sia sul pubblico generalista che su quello di settore.
Them si inserisce proprio in questo solco perché arriva in un momento storico in cui non è raro vedere i tentativi delle grandi produzioni di sfruttare le storie black per fare soldi, ora che hanno capito che possono farlo e in un periodo in cui l’horror è diventata la cifra privilegiata per raccontare storie così impegnate ma al contempo avvincenti.

Them: Covenant – Stagione 1Si tratta di un prodotto originale di Amazon Prime Video, prodotto da Lena Waithe e creato da Little Marvin, con quindi una writers’ room in gran parte black, cosa che ha un’importanza enorme nel momento in cui si raccontano storie come questa. Ma cosa racconta Them? Una storia sicuramente non facile da digerire, perché caratterizzata da una costante violenza psicologica e fisica, che ha al centro il razzismo sistemico in tutte le sue forme e che nel metterlo in scena non ha problemi a mostrarne i lati più brutali.
Il racconto vede al centro la famiglia Emory, che dopo aver vissuto esperienze infernali in North Carolina si trasferisce a Compton, Los Angeles, quartiere all’epoca bianchissimo e in cui la presenza delle persone black si rivela tutt’altro che ben voluta. Il tutto avviene durante il periodo della Great Migration, ovvero quegli anni in cui tantissimi afroamericani sono fuggiti dagli stati del Sud in cui imperava un razzismo esplicito, violento, abbondantemente legittimato dalle istituzioni e che non aveva problemi a uccidere e torturare quelli che un tempo erano schiavi.
Nonostante il passaggio da una realtà rurale in cui le leggi Jim Crow impedivano qualsiasi possibilità di vivere un’esistenza serena a una situazione urbana e più evoluta e civile almeno in apparenza, gli Emory precipitano nuovamente in un incubo in cui il razzismo sistemico è sostanzialmente impossibile da combattere, le cattiverie sono più subdole e l’orrore è insostenibile, soprattutto per chi come loro ha già subito enormi traumi.

Them: Covenant – Stagione 1Questo l’innesco narrativo di Them, serie che usa l’horror per raccontare il trauma e la violenza dell’esperienza nera negli Stati Uniti di metà secolo scorso (che risuonano fortemente anche oggi); uno show che prima ancora di consigliare o sconsigliare ci sentiamo in dovere di introdurre con una serie di necessari avvertimenti. Si tratta di un prodotto che affronta il dolore delle persone nere da un punto di vista interno alla comunità, raccontando un’esperienza molto intima rispetto alla quale coloro che non sono protagonisti di quella storia dovrebbero avvicinarsi in punta di piedi, vista la delicatezza del tema, perché da bianchi (ad esempio) non si hanno gli strumenti d’analisi sufficienti.
È poi fondamentale aggiungere una serie di trigger warning molto evidenti, perché Them usa l’horror per mettere in scena cose realmente spaventose che però sono tutt’altro che fantastiche e il realismo con cui lo fa potrebbe turbare fortemente chi guarda. La violenza psicologica e forse ancora di più quella fisica sono estremamente grafiche e bisogna arrivare preparati perché potrebbero esserci alcune sequenze che si vorrebbe non aver visto.

Them: Covenant – Stagione 1Sin dal titolo Them è uno show che si mette in diretta relazione con Us di Jordan Peele, inserendosi in una dinamica noi/loro in cui il noi sono le persone nere e declinandola attraverso l’horror. Tuttavia il rapporto con il film di Peele non è così stretto, perché la storia è decisamente diversa, così come la riflessione che fa sul dolore assume dei contorni che vanno in altre direzioni.
Il riferimento principale è forse His House per quanto riguarda il legame tra trauma e messa in scena della paura, ma per certi versi, purtroppo, la serie sporge anche dalla parte di Antebellum e The Handmaid’s Tale.
Questi ultimi due prodotti, e il primo in particolare, infatti, sono stati accusati da più parti di pornografia del dolore, ovvero quell’atteggiamento di sfruttamento della violenza e dei traumi subiti dalle vittime a cui non consegue un’altrettanto intensa volontà di accompagnare quella messa in scena con una riflessione costruttiva.
In questo senso il quinto episodio di Them è paradigmatico (attenzione TW violenza su donne e minori): per circa mezz’ora assistiamo a una donna nera violentata da un gruppo di uomini bianchi e nello stesso tempo la vittima assiste impotente al gruppo di aggressori che, capitanato da una crudelissima donna bianca, prende il suo giovanissimo figlio e dopo averlo messo dentro un sacco ci gioca come se fosse un pallone fino a ucciderlo. Si tratta di una delle sequenze più insostenibili e violente mai viste, che non aggiunge nulla al racconto e dà in pasto al pubblico delle immagini in cui l’eccesso non conosce una sua reale giustificazione.

Them: Covenant – Stagione 1Nonostante dei production value molto alti e un’estetica non priva di intriganti virtuosismi, Them manca gran parte dei suoi obiettivi, finendo per essere un prodotto la cui vuotezza d’analisi rende poco accettabile la scelta di mostrare certe cose in modo così gratuitamente esplicito.
Sebbene il quinto episodio rappresenti un vertice di pornografia del dolore insostenibile, fino a quel momento la speranza che a una determinata esibizione della violenza corrispondesse un’altrettanto decisa e responsabile riflessione era ancora viva, anche perché c’era ancora metà stagione per poter dare un riscatto ai personaggi e all’operazione tout court.
Purtroppo però la serie non prende la direzione sperata ma preferisce insistere nella direzione più sbagliata, tanto che il settimo e l’ottavo episodio toccano nuovi vertici di torture e trauma porn, con l’immagine dello scheletro del bambino morto tra le braccia del padre che non ha alcuna giustificazione se quella del sensazionalistico sfruttamento di un dolore che non ha certo bisogno di essere amplificato in questo modo.
Gli ultimi due episodi, che avrebbero potuto se non redimere Them ma dare alla serie un senso compiuto e soprattutto ai personaggi il ruolo di alfieri di un discorso sistemico che aveva tutte le potenzialità per emergere, finiscono invece per completare la frittata, perché sono con distacco i peggiori della serie e costringono a rileggere non positivamente tutta l’operazione.

In conclusione, nonostante Them sia una serie realizzata prevalentemente da persone nere è stata giustamente attaccata in maniera feroce dalla comunità black, soprattutto da una critica che non accetta questo genere di accanimento pornografico, anche perché non si capisce a chi giovi questo tipo di approccio, a chi si rivolga. Probabilmente lo spettatore tipo è bianco e l’intenzione potrebbe essere quella di dargli un cazzotto nello stomaco per fargli vedere in maniera diretta le sue responsabilità, ma così facendo la serie non solo mette nuovamente al centro lo sguardo spettatoriale bianco ma non si preoccupa minimamente delle conseguenze che questa narrazione ha sul pubblico nero, cosa molto grave visto che teoricamente quest’ultimo sarebbe portatore dello sguardo principale dello show. Ed è un vero peccato perché non sono poche le volte nell’arco di questi dieci episodi che la serie ha mostrato potenzialità tutt’altro che banali, purtroppo non adeguatamente sfruttate.

Voto: 5

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Informazioni su Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".


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2 commenti su “Them: Covenant – Stagione 1

  • Bogart

    La stessa serie di Little Marvin ha ricevuto molte critiche dalla comunità nera americana. Il concetto di pornografia del dolore, che non è altro che la richiesta di una presa di posizione da parte dell’autore, è problematica. Questa presa di posizione, per i detrattori, deve essere “esplicita”, la critica immanente che attraversa l’intera opera non sarebbe sufficiente, il pubblico dovrebbe ricevere un messaggio chiaro, non equivoco, di condanna. Una specie di post-produzione, una nota a piè di pagina. Viene da chiedersi cosa il pubblico abbia visto ad oggi, se abbia mai visto altro in precedenza. Sono le stesse critiche che all’inizio del novecento erano poste alla musica di Shostakovich e Prokof’ev, non avevano una posizione chiara rispetto alla rivoluzione e al partito. E si parla di musica, non di audiovisivi. Chiedere alla musica e all’arte tutta di essere coerente… Non gli si chiedeva solo di fare la cosa giusta ma di dare l’impressione di crederci, di essere convincente, anche mentendo, di rispondere quindi a codici ben precisi, riconoscibili e sopratutto reiterabili. Qualunque codificazione che tenti ordine e omologazione di anime diverse è problematica, come se ci fosse un unico modo, ed esplicito, di elaborare qualcosa, cioè di pensare. Un regista pensa per immagini, il suo lavoro non è scrivere biglietti per i baci perugina. Non deve confortare, chi confonderebbe la violenza presente in serie come Them con la violenza di un film di Tarantino. Abbiamo davvero bisogno di una presa di posizione esplicita, di una morale alla fine della storia, per leggere nella riscrittura originale di Django altro da una condanna delle fondamenta stesse su cui si è formata la nazione americana? E’ più esplicita in Tarantino o in Scorsese? Chi vedendo la scena del quinto episodio (e che non abbia iniziato ieri a vedere film) non ha ripensato alla scena di Novecento di Bertolucci, in cui Attila e Regina abusano di un bambino e lo massacrano con dinamiche simili? Attila e Regina vengono inseguiti coi forconi, i bifolchi del flashback di Them si allontanano nella campagna, fanno una passeggiata.
    Mi ha colpito un dettaglio, di fatto “non assistiamo per mezz’ora” alla scena di una donna nera violentata…. La scena si concentra molto di più sulla madre (?) bianca e il bambino, la scena di violenza sulla donna in un montaggio alternato passa per primissimi piani e non sei sicuro di quanto stia accadendo fino a quando non vedi i pantaloni calati di uno degli aggressori sopra il corpo di Emory, ma per un solo istante in una sequenza molto lunga…. La scena di stupro non è affatto esplicita. Sta accadendo davvero? La tengono ferma? Non farebbero mai sesso con una donna nera? la stanno violentando a la tengono ferma e vogliono solo che assista a ciò che fanno al bambino?… sembra di essere presi nello sguardo della madre, la cosa più importante è ciò che sta accadendo al bambino… eppure come spettaori siamo divisi tra due violenze, cosa stanno facendo alla madre? e cosa faranno al bambino?. La scena dovrebbe giustificare la follia di Emory, il problema nella narrazione non è la scena di violenza… ma che Emory non sia veramente folle “nonostante” la scena di violenza. Non la definirei una presa di posizione esplicita, ma una posizione implicita che si dispiega attraverso la regia, non dopo la regia. La selezione di un determinato punto di vista, su cui l’autore stesso esita come “spettatore.”

    Cos’è un dolore non amplificato? Lo stessa cassetta in cui è conservato il corpo del neonato, su cui non insiste la macchina da presa, non può essere ridotta alla valigetta luminosa di pulp fiction. è il segno più esplicito della follia di Emory, e noi lo scopriamo assieme ad Henry. E’ la chiusura del segmento, che sembra tagliato con l’accetta, a indebolire la scena, non il suo contenuto. Possiamo davvero determinare la portata di un grido, i decibel, ridimensionarlo a un grido soffocato? (il grido di Henry in bagno) E se lo scopo fosse quello di mettere in scena un grido soffocato a cui ogni tanto è tolto il bavaglio, sarebbe sensazionalismo? Avrebbe dovuto mettere in scena un dolore tiepido? un dolore “moderato” e attento ai soggetti più sensibili più che all’urgenza della narrazione? Un grido che non faccia troppo rumore o che quando esagera debba comunque renderne conto? È la rappresentazione del dolore a doversi giustificare? Ma fuori da quella rappresentazione non esiste nessun dolore, non ci sono fatti fuori dalla storia. Un autore non deve preoccuparsi delle conseguenze sul pubblico, deve preoccuparsi di fare un buon lavoro. Dovremmo avere serie per un pubblico bianco e serie per un pubblico nero? due narrazioni della stessa storia riadattate per il pubblico di riferimento? non credo funzioni così, Non esiste un pubblico portatore di sguardo, qualsiasi cosa voglia dire, sopratutto se ad affermarlo è quel pubblico non portatore di sgaurdo, è uno strano modo di “indirizzare” lo sguardo, questi discorsi li fanno sempre i non adetti ai lavori… va sicuramente bene così per l’industria e la critica non portatrice di sguardo, va da sé non per l’arte e gli artisti. Non si vorrebbe imporre in questo modo la linea, la narrazione a cui conformarsi, il codice di omologazione a cui rispondere ogni volta che si trattino determinati temi? Se un autore non bianco è criticato quando narra attraverso il genere la storia della comunità nera, non stiamo anche affermando che la stessa comunità nera è alienata dalla propria storia proprio perché non ha ancora un linguaggio e che si stia appena iniziando a balbettare? che debba ancora trovare una propria lingua che scriva il passato per riformulare il presente, e che possa farlo e debba farlo anche attraverso l’affermazione delle singole voci, e che sia necessario affermare queste voci e non rimetterle in riga?

     
    • John

      Splendida analisi Bogart, molto più lucida e puntuale dell’articolo che recensisce (e purtroppo non capisce) questa prima stagione!
      Sono totalmente d’accordo con il punto focale della tua analisi “Un autore non deve preoccuparsi delle conseguenze sul pubblico, deve preoccuparsi di fare un buon lavoro.”, e in questo caso a mio avviso è stato fatto, anche se per molti (me compreso) a tratti in maniera disturbante.
      Spero davvero continuino con una seconda stagione che, se non erro, dovrebbe già essere stata confermata.