
Se avete continuato a leggere oltre la breve introduzione allora probabilmente siete tra le persone che apprezzano il genere musical, uno di quelli – al cinema e in tv – che tendenzialmente o si ama o si odia. La televisione degli ultimi anni è ricca di prodotti che hanno tentato di attualizzare questa struttura narrativa: da Galavant a Crazy Ex-Girlfriend, fino alla recentissima – e purtroppo cancellata dalla rete – Zoey’s Extraordinary Playlist. Tutti gli show citati hanno in comune la loro natura estremamente meta-televisiva, una caratteristica che li porta ad essere ben consapevoli dei pregi e difetti del genere musical e, proprio per questo, sono capaci di sfruttarne tutte le caratteristiche al fine di intrattenere gli spettatori. Questo aggiunge un ulteriore layer di complessità al prodotto, che gli spettatori colgono subito e li rende più partecipi e attenti – oltre al fatto che li fa sentire più intelligenti. Grazie a questo sistema è possibile veicolare un genere che, si può dire, appartiene al passato e portarlo con successo ai giorni nostri, con tutte le variazioni e i sottogeneri che da esso sono derivati: dalla Rock Opera ai Jukebox Musical e così via. Schmigadoon! si pone su questa strada ma con delle differenze, optando per portare i due protagonisti in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, dove la vita delle persone si svolge come uno dei musical della prima metà del novecento.

La trama è funzionale ad esplorare il rapporto di coppia tra i due dottori e mette a confronto la realtà delle relazioni con quella immaginata e idilliaca dei musical della golden age. Questo si traduce in primis nella ovvia comicità che deriva dalla collisione di due mondi separati da decenni di progresso – dalle battute sul non potersi scambiare nemmeno un bacio se non da sposati alle proteste di Melissa rispetto ai diritti delle donne, ovviamente calpestati continuamente a Schmigadoon – e in seconda istanza alla consapevolezza da parte dei protagonisti dell’assurdità di cantare invece di parlare, con commenti pungenti che vanno a scardinare la supposta sacralità del momento della canzone. Il punto centrale resta il discorso sul “vero amore” e su come questa espressione possa avere o meno un significato ben definito sia per i protagonisti che per i personaggi che abitano la città. Nel primo episodio, necessariamente introduttivo, questo tema viene solo accennato, ma già dal secondo comincia ad essere meglio sviluppato, con la chiara intenzione di costruire episodi “tematici” su argomenti specifici che riguardano le relazioni romantiche. “Lovers’ Spat”, per esempio, come dice il nome dell’episodio, si concentra sul litigio tra gli innamorati e sulla ricerca di ognuno di loro di nuove avventure romantiche.

Dal punto di vista artistico-registico non c’è nulla da imputare allo show: le coreografie e le canzoni sono da subito coinvolgenti e orecchiabili – come devono essere in un buon musical – oltre che molto divertenti – c’è un’intera canzone che spiega ai protagonisti cos’è il “corn pudding”, a sottolineare ironicamente come in un musical qualsiasi elemento può diventare la base di un pezzo musicale. La serie è diretta dall’esperto Barry Sonnenfeld (The Addams Family, Men In Black, Wild Wild West) e il suo nome deriva dal musical del 1947 “Brigadoon“, che racconta la storia di una coppia che si ritrova in un villaggio scozzese che appare una volta ogni cento anni. Anche il cast è ben assembrato e assolutamente in parte: tra i nomi più noti troviamo Alan Cumming, Fred Armisen e Kristin Chenoweth.
In definitiva questi primi due episodi di Schmigadoon! promettono una buona dose di divertimento per tutti gli appassionati dei musical e soprattutto per tutti i nostalgici dei prodotti che vengono citati (“Oklahoma” per dirne uno). I dubbi maggiori vengono rispetto alla tenuta narrativa sul lungo periodo: può la storia, così semplice e poco ispirata, reggere e intrattenere per tutta la stagione, sebbene solo di sei episodi?
Voto 1×01: 6 ½
Voto 1×02: 7
