
Nel migliore dei casi, è piuttosto comune che questi personaggi vengano tacciati di opportunismo mediatico; nel peggiore, viene gentilmente chiesto loro di tornare ad occuparsi di sport, piuttosto che esprimersi riguardo a tematiche così complesse. E tuttavia ci sarebbe da chiedersi: “Chi meglio di uno sportivo può comprendere l’importanza di battersi come comunità in nome di un obiettivo condiviso?”
A questo interrogativo risponde brillantemente We Are: The Brooklyn Saints, docuserie Netflix in quattro puntate che racconta la vita quotidiana di alcuni giovanissimi ragazzi, dai sette ai tredici anni, che fanno parte di una squadra di football a Brooklyn. La società, non avendo trovato sufficienti finanziamenti e supporto nelle strutture pubbliche, è interamente gestita e allenata dai familiari più appassionati e competenti, il cui obiettivo è, prima ancora e allo stesso tempo attraverso il risultato sportivo, ottenere borse di studio per i propri ragazzi e garantire loro un’istruzione e un futuro migliore. Staff e giocatori sono uniti da un legame indissolubile perché condividono tutti lo stesso ambiente – i quartieri poveri della contea – quindi stesse storie, stesse difficoltà e stessi sogni. Così la serie, molto più che sulla competizione, si focalizza sull’altra faccia dello sport: il senso di comunità.

We Are: The Brooklyn Saints, prima ancora di essere una serie sul football, è un racconto sull’educazione. Gli allenatori si impegnano in ogni circostanza ad essere innanzitutto degli istruttori di vita per i ragazzi, insegnando loro a prendersi cura l’uno dell’altro, a sapersi confrontare con la sconfitta tanto quanto con la vittoria, a reggere la pressione, ma anche a sviluppare interessi al di fuori dell’attività sportiva. L’insegnamento di un sistema di valori condiviso non nasce quindi esclusivamente dal campo, né tantomeno si ferma ai suoi confini. A differenza di quanto accade nella maggior parte delle narrazioni sportive, sia di finzione che di realtà, in We Are: The Brooklyn Saints viene mostrato un processo di crescita personale e collettiva che non passa solo dalle lezioni apprese sul terreno di gioco, in modo innaturalmente progressivo partita dopo partita. Piuttosto assistiamo qui ad uno scambio costante e quasi a una fusione tra disciplina sportiva ed educazione di tutti i giorni, in un rapporto fluido che mostra i ragazzi impegnati nella sfida di diventare uomini a casa, a scuola, per strada, e solo dopo poter tradurre in campo la maturità acquisita. Il confine tra le regole del gioco e quelle della vita si fa sfumato e, in fondo, ciò che porta al successo nelle partite non è diverso da quello che richiede la quotidianità.

We Are: The Brooklyn Saints è un racconto che riflette e fa riflettere sulla necessità che vengano create, dall’alto o dal basso, sempre più vie d’accesso a pari opportunità per chi ai nastri di partenza della vita si ritrova a sgomitare faticosamente nelle retrovie, e, in quanto tale, riguarda tutti noi e ogni componente della società. Spingendosi quindi molto al di là delle vicende sportive che pure racconta, il documentario si configura come un prodotto adatto ad un pubblico ampio, di ogni età e non necessariamente interessato al football.
