
“From the Desert Comes a Stranger”
Difficilmente qualcuno avrebbe creduto che dopo “Return of the Mandalorian” ci sarebbe stato un altro episodio senza Boba Fett. “From the Desert Comes a Stranger”, invece, prosegue questo arco narrativo di due episodi, una sorta di spin-off all’interno dello spin-off The Book of Boba Fett; il ritorno di Dave Filoni dietro la macchina da presa e nella veste di sceneggiatore insieme a Jon Favreau coincide con l’arrivo sul piccolo schermo di quarantasette minuti che entrano di diritto nell’olimpo della saga.
È un episodio che dà ai fan tutto quello che avrebbero sempre voluto senza sfociare nel fan service fine a sé stesso, che abbraccia contemporaneamente tutte e tre le trilogie di Star Wars, e che riesce nel difficile compito di dare ancora più spessore e profondità a tutti i personaggi che appaiono – escluso, purtroppo, Boba Fett. I primi minuti sono un grandissimo omaggio al cinema western, soprattutto quello di Sergio Leone, in cui c’è il ritorno dell’amatissimo Cobb Vanth, una figura che ha fatto il salto dai libri al live action con risultati eccellenti. Dopotutto, con Timothy Olyphant a interpretarlo, sarebbe stato difficile il contrario.

Tutta la parte ambientata sul pianeta – che resta ancora senza nome – dove Luke sta per fondare la nuova accademia Jedi è meravigliosa, e anche qualcosa di relativamente meno importante come gli ant droids danno quel senso di scoperta e magia che in un prodotto legato a Star Wars non può mancare. Il momento più apprezzato, però, è indubbiamente il ritorno di Grogu, il personaggio più amato dai fan da quando la Lucasfilm è passata nelle mani della Disney. Il suo allenamento è un chiaro richiamo a quello più famoso di Luke con Yoda ne L’Impero Colpisce Ancora, e ci permette di vedere il figlio di Anakin e Padmé intento a proseguire gli insegnamenti del vecchio ordinamento Jedi, cosa che si ricollega perfettamente alla sua versione vista ne Gli Ultimi Jedi dove riconosce finalmente – insieme a Yoda – tutti gli errori che hanno portato alla caduta dell’Ordine.
Il rapporto tra Luke e Grogu consente anche di assistere a uno degli eventi più tragici della saga, quell’Ordine 66 che ha segnato la fine degli Jedi, e che vediamo attraverso gli occhi di baby Yoda che ricorda l’accaduto grazie al suo maestro. Non importa se in forma animata, videoludica o nei romanzi, ogni qual volta lo sterminio degli Jedi viene messo in scena, è difficile non commuoversi. Si è speculato moltissimo da quando è stato rivelato il passato di Grogu nell’episodio “The Jedi” di The Mandalorian su quale cavaliere del lato chiaro della Forza lo abbia salvato, ma è ugualmente possibile che sia finito nelle mani del cloni che hanno attaccato il tempio, e di conseguenza tra le grinfie di Palpatine, magari su Weyland, il pianeta dove viene portata la kaminoana Nala Se nella puntata “Kamino Lost” di The Bad Batch. Con molta probabilità, è qualcosa che verrà esplorato a fondo in futuro.

Dove c’è Grogu c’è ovviamente anche Din Djarin, posto di fronte alla difficile scelta che sa tanto di Jedi di lasciare andare colui che ama, senza interferire nell’addestramento e quindi compromettere lo stato emotivo del piccolo padawan. Grogu, però, sente fortemente la mancanza del mandaloriano, e la sua zampa che si allunga verso lo starfighter di Din che se ne sta andando è un altro momento tra i due, anche se non sono vicini, profondamente toccante. È incredibile come il rapporto tra questi due personaggi continui a regalare emozioni così forti, segno di un lavoro eccellente in fase di scrittura che, duole dirlo, raramente ha raggiunto questi livelli nel corso di The Book of Boba Fett.
Tornati a Tatooine, le cose tornano a concentrarsi di nuovo sull’imminente guerra che colpirà Mos Espa, nell’ennesima scena di briefing dove Boba non dice una sola parola. È sconcertante che il personaggio principale della serie si limiti a fare un cenno col capo in tutta la puntata; certo, è un passo in avanti rispetto alla totale assenza dell’episodio precedente, però non è comprensibile come si sia arrivati a questo punto. Si tratta di una dinamica che più volte si è presentata nel corso della stagione – e che ritorna preponderante nel finale – in cui non è chiaro perché una determinata cosa sia relegata a un personaggio che non sia Boba, come se lasciarlo inattivo e silente sia il modo migliore per sviluppare il suo personaggio.

Cobb, però, non è l’unico a essere vittima dei Pyke: in una scena che omaggia Gli Intoccabili, il “Sanctuary” di Garsa Fwip viene fatto saltare in aria, con la Twi’lek che, purtroppo, ci rimette le penne. È davvero un peccato che un personaggio così riuscito e interessante faccia questa fine; è sicuramente importante far capire che la posta in gioco è alta e che nessuno è al sicuro, ma esistono altri modi per farlo senza dover uccidere qualcuno, un altro esempio di potenziale non sfruttato come si deve dalla serie.
L’episodio si chiude con una classica scelta binaria dettata da Luke che spetta al piccolo Grogu, il quale si trova davanti due possibili destini: seguire le vie degli Jedi prendendo la spada che un tempo è appartenuta a Yoda, o ritornare da Din, indossando la cotta di maglia di Beskar che ricorda tantissimo quella di Mithril di Frodo, un riferimento per niente casuale visto l’enorme amore che Filoni ha per l’universo narrativo di Tolkien. Si può criticare Luke per questa imposizione che non prevede l’unione di entrambi i mondi, ma sarebbe comunque in contrasto con il personaggio che vediamo ne Gli Ultimi Jedi. In difesa di Skywalker, però, bisogna dire che offre almeno una scelta, qualcosa che i Jedi del vecchio ordine erano molto restii a fare, il che gli fa molto onore.

“In The Name of Honor”
Seguire un episodio come quello precedente è una posizione decisamente scomoda, soprattutto se hai sulle spalle il compito di chiudere l’intera stagione e portare a compimento il percorso di un personaggio, Boba Fett, che non vediamo in azione da due puntate e le cui intenzioni non sono mai state esplicitate in maniera molto chiara, se non in “The Gathering Storm” – un po’ tardi sulla tabella di marcia. “In the Name of Honor” toglie alcuni dubbi e chiarisce la posizione di Boba, anche se si tratta di una risoluzione di cose seminate male in precedenza, risultando una puntata che incapsula alla perfezione pregi e soprattutto difetti della serie.

Il problema però è che non ci dovrebbe essere bisogno di vedere un’altra serie per capire cosa sta accadendo, e rappresenta una grande occasione persa dalla serie: se Cad Bane fosse stato introdotto da subito, magari anche con alcuni flashback, il rapporto tra i due sarebbe stato molto più chiaro e forte, e il duello finale avrebbe avuto un effetto maggiore, oltre che dare una conclusione non troppo affrettata al braccio destro dei Pyke. Sarebbe bastato anche uno scambio nella prima puntata in cui Cad chiede a Boba “Perché lo fai?” riferito al suo nuovo ruolo di boss della malavita, per dare da subito il senso di ciò che Fett aveva in mente e, soprattutto, di tutto il bagaglio di cui si deve liberare per completare il suo cammino.

Un altro esempio in cui Boba non riesce a “emergere come una figura più capace”, è il piano di difesa attorno a cui ruota l’intera puntata che lascia molto a desiderare, per cui è richiesta una forte sospensione dell’incredulità per goderselo appieno. L’idea che restare a combattere lì rappresenti un gesto di rispetto nei confronti dei cittadini di Mos Espa, come a voler dire che Boba non li abbandonerà mai, per quanto in linea con il suo percorso di cambiamento – pensiamo ai sensi di colpa che si porta dietro per aver causato la morte dei Tusken –, fa un po’ sorridere visto che facendo così rischia di distruggere mezza città. Sarebbe bastato creare una situazione in cui non c’era via di fuga o in cui i Pyke stavano già compiendo atti atroci nei confronti della popolazione per spiegare questa scelta. Come più volte è accaduto nel corso della stagione, con un po’ di attenzione in più sul fronte della scrittura, molte delle critiche rivolte alla serie non ci sarebbero state.

La natura frettolosa di buona parte della stagione ha limitato molto la riuscita della linea temporale nel presente, a tratti estremamente didascalica nel narrare le dinamiche di potere e quasi mai sufficientemente curata nel tracciare i rapporti tra i personaggi. Più volte vediamo uno scontro ideologico tra Boba e Fennech per quanto riguarda la gestione dell’impero criminale, ma questo non porta mai a qualcosa che vada oltre un’occhiataccia dell’assassina. Quello che poi fa storcere ancora di più il naso è che una delle ultime cose che dice Fett è che forse non è fatto per questo tipo di vita; la speranza è che fosse ironico, altrimenti il viaggio per diventare “uomo del popolo” non sarebbe servito a nulla.

La creatura funge anche da metafora di Boba, perché entrambi sono sempre stati visti come killer spietati, ma in verità nascondono un’anima molto più profonda. Parallelismi a parte, il rancor regala alcuni dei momenti più adrenalinici della puntata, in una sequenza che sa tanto di film kaijū con omaggi anche a King Kong, contro i droidi – i cui design sono presi da dei concept scartati per L’Attacco dei Cloni – che però entrano di diritto nella top 3 dei personaggi con la peggior mira della galassia. Mai come in questo caso è evidente l’idea più volte ribadita da autori e registi che, lavorare ora in questa galassia narrativa, li fa sentire come quando erano bambini con le action figure di Star Wars. È un concetto che sembra adatto a Robert Rodriguez, uno dei possibili imputati per la non totale riuscita della serie, dato che le tre puntate meno apprezzate sono opera sua – difficilmente qualcuno dimenticherà il lentissimo inseguimento di “The Streets of Mos Espa”. C’è, come già detto in precedenza, anche un problema di scrittura, cosa che lascia davvero basiti visto che negli episodi 5 e 6 tutto funziona alla perfezione; forse solo una nuova puntata di Disney Gallery toglierà i vari dubbi su intenzioni e realizzazione di questo progetto.

Voto 1×06: 10
Voto 1×07: 6 ½
Voto stagione: 7 –

Un roller coaster di stile, tecnica ed emozioni! Filoni è al comando, ma l’impressione è che i cinque registi coinvolti abbiano agito in totale anarchia con il risultato di un’opera follemente disomogenea. Quando si venne a sapere che Rodriguez avrebbe fatto parte del progetto, il mio hype precipitò e il risultato si è visto: il Chapter 3 è la cosa più brutta mai vista nella galassia lontana lontana.
Nel complesso comunque TBOBF non mi è dispiaciuto, i momenti emozionanti non sono mancati nonostante una storia non proprio accattivante al netto dei meravigliosi flashback e delle sorprendenti guest star (la lotta per la spezia mi porta verso altri pianeti…) e forse era esagerato aspettarsi qualcosa di più da un personaggio amato per il suo essere misterioso e taciturno.