Heartstopper – Un elogio della gentilezza


Heartstopper - Un elogio della gentilezzaHeartstopper, show prodotto da Netflix e tratto dall’omonima serie di fumetti di Alice Oseman, presenta e racchiude in sé tutte le caratteristiche di una ottima serie teen ma con un ingrediente fondamentale che la rende, per taluni aspetti, l’emblema di un nuovo capitolo per la serialità e per la rappresentazione.

Caso ha voluto che, quasi in contemporanea all’uscita di Heartstopper, un’altra serie con spiccate tematiche LGBTQIA+ abbia catalizzato l’attenzione degli spettatori – Our Flag Means Death di Taika Waititi – , facendo capire quanto fosse elevata la domanda di prodotti che si percepissero come più rappresentativi, si ispirassero a generi diversi (la serie appena menzionata racconta le avventure di una crew di pirati) e che lo facessero senza calcare troppo la mano sui tratti più spiccatamente drammatici di questa tipologia di storie.
Netflix non è di certo nuova allo sfornare teen drama di qualità: basti pensare a Never Have I Ever, oppure a Sex Education (la cui prima stagione è quasi un unicum nel panorama produttivo della piattaforma); dunque, cosa distingue Heartstopper da prodotti simili, decretandone il successo e il quasi immediato rinnovo?

Non è tanto la trama – o meglio, non solo – né la resa stilistica (seppur ricca di idee interessanti, siano gli schermi divisi a metà per le chat, che le piccole illustrazioni che accompagnano il racconto): si tratta soprattutto dell’onestà della storia e della capacità di tratteggiare personaggi realistici, che si comportano e agiscono come adolescenti alle prese con le prime cotte. Quella raccontata, sulla carta, è una storia come tante; pur avendo una struttura lineare, risulta però quanto mai rivoluzionaria nel raccontarci una coppia protagonista formata da due ragazzi, le vite che attorno a questi si consumano, le paure derivanti da un coming out, l’esperienza adolescenziale in ogni sua sfaccettatura.

Heartstopper - Un elogio della gentilezzaMa di cosa parla la serie? Heartstopper racconta la storia di un gruppo di amici alle prese con i tipici problemi degli anni dell’adolescenza e delle superiori, mettendo al centro della narrazione la conoscenza tra Nick e Charlie, i due personaggi catalizzatori delle vicende. Si tratta di un ottimo esempio di racconto coming of age, il cui punto di forza risiede nel realismo dei personaggi e delle dinamiche rappresentate.
Charlie, il protagonista della serie, funziona sia come personaggio a sé stante che come centro gravitazionale delle vicende, per la sua onestà e per le infinite fragilità che emergono fin dai primi episodi.
È proprio in relazione a questa figura, che potrebbe sembrare tipica ed è invece molto più sfaccettata di quanto sembri, che risiede uno dei punti di forza dello show. Il tema della gentilezza sembra riecheggiare tra gli episodi, tra le pareti della scuola in cui sono ambientate le vicende, e tra le parole dei personaggi, fin dalle prime battute; se Charlie ci tiene a sottolineare che non si prende una cotta per chiunque sia gentile con lui, è molto interessante il lavoro sul sottotesto che viene fatto in tutta la stagione e che crea un ritratto del personaggio incredibilmente complesso. Quando la sorella Tori gli chiede quale sia il suo tipo di ragazzo ideale, la sua prima risposta – ancor prima di soffermarsi su di una caratteristica fisica o un tratto della personalità –, riguarda qualcuno che voglia viversi la loro storia alla luce del sole.

Uno dei pregi di Heartstopper risiede nel mostrarci tutte le sfaccettature di questa “storia come tante”, nel regalare allo spettatore non solo la frustrazione e i momenti drammatici, ma anche quelli di infinita tenerezza, di gioia condivisa. Ed è un valore aggiunto che rende la serie ancor più meritevole di quanto possa sembrare ad una prima visione.

Heartstopper - Un elogio della gentilezzaAl fianco della storia, il valore dei singoli personaggi va preso in considerazione proprio per la capacità di rendere anche il più semplice dei trope narrativi ancor più significativo.
Lo show riesce a ricreare una serie di scene iconiche della maggior parte dei teen drama e commedie romantiche delle nostre generazioni; ogni episodio fa un lavoro straordinario nel far montare la tensione e l’imbarazzo di tutti i piccoli momenti più significativi che raccontano l’inizio e lo svolgersi di una relazione. E nei momenti in cui prende spunto dalla materia viva del web, riesce ad essere ancora più convincente – lo screensaver del cellulare di Charlie è l’occhiolino più emblematico di tutti.

Un altro punto positivo che rende Heartstopper imperdibile è il racconto dell’adolescenza – quasi un personaggio a sé stante, una realtà che vive e vibra attraverso i personaggi (principali e secondari) –  come periodo di cambiamenti che sembrano irreversibili e vanno via veloci come un fulmine, come specchio dell’età adulta che poi, in fondo, non è altro che un suo prolungamento. I personaggi così ben caratterizzati, il racconto dell’adolescenza che apre a diverse chiavi di lettura per la storia stessa – una più incentrata sulle relazioni, un’altra sullo scorrere del tempo, su come questo periodo venga vissuto dagli stessi adolescenti – rende questa serie TV una piccola perla, imperdibile tanto per la storia, che per il messaggio che porta con sé.

Heartstopper - Un elogio della gentilezzaIn un mondo televisivo che solo da pochi anni sembra aver abbandonato il trope del “bury your gays” – si pensi a The 100, della CW, oppure, andando a ritroso nel tempo, alla bellissima storia tra Willow e Tara in Buffy –, un prodotto come Heartstopper, nella gentilezza con cui si rivolge ai suoi personaggi, nella capacità di prendere il cuore dello spettatore e farlo battere all’impazzata per due ragazzi che si tengono la mano, è il segno di un cambio di rotta positivo, di una diffusione progressivamente più grande di prodotti che possano raccontare sempre più storie e sempre più persone.
È proprio la variazione sul tema – rispetto al canone classico a cui la serialità ci aveva abituato – a costituire un segnale più che positivo per le produzioni future. Il pathos di una storia tragica ben eseguita non si mette in discussione – Willow e Tara ne sono un esempio emblematico; allo stesso modo, è innegabile che la televisione abbia bisogno di nuovi modelli per raccontare un altro tipo di storia, soprattutto quando si tratta di personaggi appartenenti alla comunità LGBTQIA+.
La serie in questione fa un ottimo lavoro anche nel campo dell’inclusione e della rappresentatività; uno fra tutti è il caso di Elle (interpretata da Yasmin Finney), personaggio transgender la cui storia viene raccontata come quella di una ragazza alle prese con gli stessi problemi e dubbi dei suoi coetanei: il suo essere una ragazza trans viene preso come un dato di fatto, senza la necessità di problematizzare o drammatizzare obbligatoriamente la questione – come purtroppo accade ancora in molte serie TV.

Hearstopper è una serie da guardare non solo per la bellezza dei personaggi, per la sua storia come tante eppure così ben realizzata, ma anche per la lettura degli adolescenti che riesce a delineare. E soprattutto perché riesce a essere, pur nella sua natura di teen drama , una serie dal respiro universale. La specificità delle tematiche trattate, che sono prettamente adolescenziali, non toglie valore al messaggio che la serie lancia nel complesso. Il risultato finale è un prodotto che può essere apprezzato tanto da chi si rivede nei protagonisti rappresentati, quanto da chi quei protagonisti vuole capirli – perché li sente lontani, nel tempo e nello spazio. Proprio in virtù di questa caratteristica, Heartstopper è la serie giusta da guardare ad ogni età, con chi si vuole.

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Informazioni su Annalisa Mellino

Trascorre la maggior parte della sua esistenza nell’oscurità seriale (perché i teen drama non li vogliamo considerare) quando un giorno, presa da chissà quale illuminazione divina, decide di guardare Buffy The Vampire Slayer. La strada è segnata, seguono Angel, Lost, Breaking Bad e Mad Men. Un hobby che si trasforma in una passione totalizzante e in qualcosa di cui non si può più fare a meno. Aggiungiamoci il culto della scrittura, coltivato fin dalla tenera età (toccatele tutto, tranne il maghetto occhialuto) e il gioco è fatto.

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