
Questi annunci uno dopo l’altro hanno incrementato l’hype anche in vista degli ultimi speciali dedicati a Thirteen che avevano il compito di chiudere il ciclo di Chris Chibnall, un autore che possiamo definire – a conti fatti – il meno amato dagli appassionati da quando la serie è stata riportata in auge nel 2005. Chibnall ha avuto certamente un compito difficile, dovendo succedere ad un autore molto particolare come Steven Moffat, che aveva saputo unire lo stile più classico della serie alla sua grande capacità di scrivere storie sperimentali e non lineari, riuscendo a guadagnarsi l’affetto di una fanbase difficile da accontentare; inoltre con il passaggio da Peter Capaldi a Jodie Whittaker entravano in Doctor Who anche discorsi extra-diegetici che riguardavano la scelta di far rigenerare per la prima volta il personaggio in un corpo femminile, evento che ha acceso ancora di più i riflettori sull’operato dell’autore. In realtà Chibnall, almeno per l’undicesima stagione, ha preferito tornare a uno stile più classico per la serie, molto concentrato su episodi verticali e con una Doctor in viaggio con molti più companion rispetto alle precedenti annate; questa sorta di reset narrativo, unito a sceneggiature spesso non brillanti quando poco ispirate, si è attirato da subito molte critiche. La dodicesima e la tredicesima stagione sono state invece nettamente migliori qualitativamente parlando, laddove quest’ultima si presentava per la prima volta come un’unica storia divisa in sei episodi e con un sottotitolo; anche queste stagioni, tuttavia, sono state bersaglio della furia dei fan più radicali che hanno visto nella scelta di riscrivere parte della mitologia fondante del personaggio un affronto.


A livello di trama siamo dalle parti della doppia premiere della dodicesima stagione, quella che introduceva per l’appunto la nuova incarnazione della nemesi del Doctor, e che quindi con questo episodio sembra idealmente voler andare a chiudere l’arco del personaggio: anche qui come in “Spyfall” infatti la narrazione è formata da varie storyline che si svolgono da una parte all’altra del globo e che si risolvono poi in un grande piano del Master, svelando poco a poco le connessioni tra loro.
Proprio sul Master interpretato egregiamente da Sacha Dhawan c’è da soffermarsi un momento: l’attore inglese, infatti, ruba nettamente la scena in questo speciale. Dhawan porta in scena un personaggio la cui ossessione per il Doctor traspare in ogni frame in cui appare, capace di trasmettere con le sue espressioni e le sue movenze tutta la malvagità che ne riempie le intenzioni: dalla straniante danza durante la rigenerazione forzata – tra l’altro sulle note di “Rasputin” dei Boney M che riprendono l’identità da lui utilizzata nella Russia di inizio secolo – alla sua interpretazione grottesca e scimmiottesca del Doctor una volta che il suo piano ha successo. Se dobbiamo scegliere una tra le cose più riuscite del ciclo di Chibnall c’è di sicuro questa incarnazione della nemesi del protagonista dello show, un’interpretazione che non ha nulla da invidiare a quelle di John Simm e Michelle Gomez e che, anzi, riesce a dare un’ulteriore sfumatura ad un personaggio folle e molto amato dai fan.

In tal senso un lavoro migliore è stato svolto sul rapporto tra la Doctor e Yaz, un nemmeno troppo velato riferimento a una relazione amorosa tra le due che comunque rimane sempre un amore impossibile – così come era stato quello con Rose, per citare il più famoso. Il personaggio di Mandip Gill diventa centrale e fondamentale nel ciclo di questa Doctor (oltre ad essere ad oggi il personaggio che ha viaggiato per più tempo nel TARDIS, superando anche Clara Oswald) e il loro addio commuove e funziona, anche grazie alla regia di Jamie Magnus Stone che ci regala alcune immagini sognanti ed efficaci – per esempio le due donne che guardano la Terra sedute sul TARDIS, oppure Yaz che si carica la Doctor in braccio e la porta in salvo.

È sempre difficile dire addio a uno degli attori che interpreta Doctor Who e ancora più difficile è accettare la fine di un ciclo perché ne inizi un altro: in questo caso però per la prima volta sembra che il fandom sia spaccato in due, tra chi non vedeva l’ora di lasciarsi alle spalle la gestione Chibnall e chi invece pensa che sia stata tutto sommato un buon periodo per la serie. Questo speciale raccoglie tutti i pregi e tutti i difetti dell’autore che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni e, comunque sia stata la propria esperienza, non ci si può non emozionare almeno un pochino agli ultimi istanti di Thirteen, quando rivolgendosi al nuovo sé che ancora non conosce dice: “Doctor Whoever-I’m-about-to-be… tag, you’re it.”.
Voto: 7
