
Le cose sono molto cambiate, a Moordale: il liceo non c’è più, chiuso dopo i fallimentari tentativi di costringere gli studenti ad un’innaturale soppressione delle proprie personalità. Adesso buona parte dei protagonisti si è spostata al Cavendish College, una scuola che è all’opposto della loro esperienza precedente. Otis e Maeve cercano di tenere viva la fiamma della loro relazione a distanza, con la ragazza alle prese con la sua scuola americana, mentre Jean, la madre di Otis, deve crescere da sola la nuova bimba, adesso che Jakob è andato via.
Ci sono molte storyline che si dipanano nel corso di questa stagione: c’è la relazione tra Maeve e Otis (anche se su di loro ancora aleggia lo spettro di Ruby, personaggio fantastico come al suo solito), il percorso spirituale di Eric, la depressione di Jean, e le storie di una larga costellazione di personaggi secondari, alcuni a noi già familiari, altri invece nuovi. A collegare pressoché tutte queste storie vi è, appunto, il Cavendish College, un’oasi incredibile basata sui peggiori incubi dei conservatori di tutto il mondo: è una scuola, infatti, in cui al centro c’è lo studente e il proprio benessere emotivo. La spinta all’uguaglianza e tolleranza portata avanti dal college è sviluppata con molto acume dalla scrittura della serie perché non banalizza né sottovaluta la portata di questo discorso; la sceneggiatura, infatti, inizialmente quasi ironizza ai danni di questa scuola e delle proprie priorità woke (se si vuole usare un termine tanto caro alle destre), e appunto appare come volersene prendere gioco. Con il passare degli episodi, però, quando lo spettatore è posto di fronte agli studenti della scuola e alle problematiche che si ritrovano ad affrontare, ci si rende conto che questa istituzione risponde al loro desiderio e al bisogno di sentirsi, almeno per qualche ora al giorno, accettati per quello che si è, mentre si navigano acque perigliose all’esterno.

Le storyline che riguardano il protagonista Otis sono solo in parte riuscite: la sua volontà di continuare il percorso di consulto e ascolto d’educazione sessuale si scontra con la realtà che qualcun altro sta già facendo la stessa cosa in quella scuola. D’altronde, l’idea della sex clinic aveva il suo senso nella realtà scolastica precedente, in questa appare più come un’ombra rimasta dalle precedenti stagioni. L’intera diatriba con O è davvero poco interessante, se non per il coinvolgimento di Ruby che conferma quanto potenziale – purtroppo mai del tutto sfruttato – ha sempre avuto questo personaggio.
Ben più sostanzioso è quello che succede all’amicizia tra Eric e Otis, con il secondo che finalmente si rende conto di quanto concentrato sul proprio amore per Maeve sia stato così a lungo, e quanto poco abbia davvero voluto ascoltare Eric e le sue difficoltà. Fa male vedere i due amici del cuore allontanarsi, ma il lieto fine della loro amicizia è un momento di grande importanza: descrive qualcosa che molte persone hanno vissuto crescendo, quando amici per la pelle si ritrovano a fare parte del proprio percorso un po’ più distanti per poi ritrovarsi in altri momenti e con altra mentalità. Eric trova al Cavendish la propria comunità, persone che possono capire un certo lato di sé più a fondo di quanto possa fare Otis; è solo il desiderio di ascoltarsi che ancora una volta riporta i due amici accanto, certamente più maturi di quanto fossero prima dello scontro. Le vicissitudini che riguardano Eric e la sua fede, invece, trovano perfetta conclusione solo alla fine di questa annata, con l’ammissione non solo di non voler tenere la propria spiritualità separata dalla propria natura, ma che addirittura vede in questo percorso una nuova direzione da intraprendere, una carriera da pastore più aperto alle sfaccettature del proprio gregge. Questo giustifica e meglio contestualizza il grande spazio dato a questa storyline – forse la più assurda della stagione per il concentrato di “visioni” di cui è caratterizzata.


Sex Education è forse la serie più coraggiosamente queer della serialità contemporanea, un vortice di emozioni e risate che riesce a descrivere il nostro mondo alle prese con un desiderio di apertura e diversità quanto mai prima d’ora. Ecco perché la serie è stata una boccata d’aria fresca, a tratti surreale ma proprio per questo impossibile da ignorare. Il suo fantastico e coloratissimo mondo di personaggi, tutti con le proprie sfide e i propri ostacoli, rimarrà un momento importante per la rappresentazione umana e ci ricorda che anche la TV destinata al largo pubblico, quando vuole, può andare in territori meno battuti per raccontarci parti d’umanità ancora tutti da accogliere.
Voto Stagione: 8
Voto Serie: 9
