
Lo show, ideato da Neil Forsyth e diretto da Aneil Karia e Lawrence Gough, si articola in sei episodi da circa un’ora, dando l’idea sin dall’inizio di una miniserie – impressione che verrà incrinata da un finale aperto e dalle notizie di una molto probabile seconda stagione. The Gold, andata in onda a febbraio 2023 sulla BBC e disponibile da settembre su Paramount+, racconta la leggendaria storia della rapina al deposito Brink’s Mat del 1983, un evento dalle ramificazioni internazionali che cambiò la storia del crimine britannico e che ebbe conseguenze di lunghissima durata, come ci raccontano i titoli di testa del pilot. Per questo motivo non è “il colpo” a essere al centro della narrazione: al di là del legittimo stupore di chi pensava di rubare circa un milione di pound e si è ritrovato ad avere disponibili tre tonnellate di lingotti d’oro del valore di 26 milioni di pound, la rapina in sé e per sé viene risolta abbastanza facilmente, nel senso che i “six men in a van” e il loro complice all’interno del deposito vengono individuati in fretta. Ma non è quello il problema di Scotland Yard, e di conseguenza, giustamente, neanche quello della serie: l’obiettivo all’epoca fu quello di individuare l’oro e i soldi conseguenti prima che sparissero dalla circolazione, e dunque il racconto si concentra su quanto accadde dopo la rapina. Ovviamente una così alta e imprevista quantità di oro ha messo in moto un giro di persone non premeditato, arrivando a coinvolgere individui di qualunque estrazione sociale, finanche a uomini legati alla massoneria e appartenenti a qualunque ambito (polizia e giustizia tra i più presenti).

Il primo problema che The Gold deve affrontare deriva proprio dalla quantità sterminata di persone coinvolte in questa vicenda, da una parte e dall’altra della barricata: la scelta di introdurli quasi tutti nella prima puntata ha portato a un pilot per certi versi confuso, per altri fin troppo didascalico nel mettere in bocca ai personaggi frasi poco realistiche con la funzione di caratterizzare con rapidità ogni singola persona sullo schermo. È un dilemma non da poco quello che riguarda la gestione di cast così impegnativi, soprattutto dato che non si poteva creativamente decidere di tagliare qua e là senza influenzare di conseguenza la caratteristica più importante di questo caso: il rapidissimo aumento dei soggetti coinvolti. Ogni scelta ha un’altra faccia della medaglia di cui tenere conto, ma a questo punto risulta evidente come raccontare una vicenda così intricata (in cui le stesse persone coinvolte si ritrovano a improvvisare e a costruire alleanze a mano a mano che realizzano la difficoltà della gestione di tre tonnellate d’oro) mettendo in scena diversi anni e facendolo in soli sei episodi sia stata una decisione quantomeno discutibile.

In questo senso, le donne che sono compagne, mogli e a volte anche alleate (mai del tutto informate) di questi criminali sono tutte in scena solo in funzione dei personaggi maschili: al di là della bravura delle attrici e di alcune davvero ottime performance, appare chiaro come il loro ruolo sia solo quello di rappresentare un ostacolo che fa vacillare temporaneamente il criminale di turno, in un modo che è con ogni evidenza scritto per ridare ancora più linfa alla convinzione del suddetto marito o compagno.

La task force guidata da Brian Boyle (Hugh Bonneville), proveniente dalle file dell’antiterrorismo di Scotland Yard, e che coinvolgerà i due detective della squadra mobile arrivata sul posto della rapina (Nicky Jennings, interpretata da Charlotte Spencer, e Tony Brightwell, interpretato da Emun Elliott) rappresenta di sicuro la sezione più riuscita. Non mancano i cali di ritmo, ma i momenti in cui si arriva a delle svolte, o quelli in cui inevitabilmente la squadra arriverà a perdere qualcuno tra i loro, sono tra le parti migliori della serie, anche per i personaggi stessi. Il rapporto tra Boyle e i due detective non sarà tra i più affascinanti della serialità, ma fa il suo lavoro discretamente, sia nella costruzione della fiducia e del rispetto reciproco, sia lavorando su una sottilissima linea ironica che si insinua di tanto in tanto, rendendo credibili le evoluzioni delle loro interazioni.
Il gruppo di delinquenti che nasce dai sei uomini iniziali, guidati da Micky McAvoy (Adam Nagaitis), si allarga a macchia d’olio, e riesce a trarre vantaggi effettivi principalmente per il cast coinvolto: attori come Jack Lowden nei panni dell’arrogante ricettatore Kenneth Noye, Dominic Cooper in quelli dell’avvocato massone Edwyn Cooper, ma anche Tom Cullen (l’esperto d’oro John Palmer) e Sean Harris (Gordon Parry) sono i veri responsabili delle parti più convincenti della serie, grazie alla loro capacità di incarnare anche fisicamente i tratti caratteriali più evidenti di questi personaggi. I dialoghi, come si diceva, spesso ricorrono a degli scambi surreali, quasi teatrali nella loro necessità di comunicare tratti chiari ed evidenti delle varie personalità, col risultato di restituire una sensazione straniante e poco convincente. A rimetterci ancora di più è la parte già di per sé meno accattivante rispetto alle indagini, ossia la sezione giudiziaria, che risulta irritante nella maggior parte dei casi, scontata negli altri.

Voto: 6-
