
La nuova miniserie The Fall of the House of Usher, uscita questo mese su Netflix, sembra proporsi come un mashup non solo dei racconti più iconici di Edgar Allan Poe – il celebre scrittore che ha ispirato la trama e la messa in scena dell’intero show –, ma anche un mashup delle caratteristiche più promettenti di Flanagan stesso, rendendo The Fall of the House of Usher forse il suo prodotto più completo.
Abbiamo qui, infatti, l’ispirazione letteraria (che Flanagan ha usato in passato per molti dei suoi lavori); una lunga e complessa trama corale; un’esplorazione ispirata dei lati più oscuri ma anche più commoventi dell’umanità e un’attenzione e una cura costanti alla messa in scena dello show. Sembra che qui si siano ricalcate all’ennesima potenza tutte le caratteristiche che hanno permesso a Flanagan di distinguersi nel corso degli anni, portando alla luce un prodotto davvero ben confezionato.
L’ispirazione principale, si diceva, è quella dei racconti di Edgar Allan Poe. Approcciarsi a un gigante del genere non è mai un lavoro facile, ma The Fall of the House of Usher ha compiuto la saggia (ma anche difficile) scelta di non proporsi come un semplice adattamento dell’omonima storia, ma di svilupparsi invece attraverso una sceneggiatura originale che attinge da Poe un’ispirazione costante e vitale, senza però adagiarsi sulle sue strutture narrative. Ne risulta un lavoro molto riconoscente a quella fascinazione e a quell’atmosfera che rendono le storie di Poe insostituibili (il tutto potrebbe essere letto anche come un grande tributo al celebre scrittore) e, al tempo stesso, un lavoro indipendente e originale, che prende da Poe semplici spunti con cui costruire nuove storie che, in questo caso specifico, sono adattate ai tempi moderni.

È chiaro fin dal primo episodio, però, che dietro questi incidenti ci sia qualcosa di ben più sinistro. Fin da subito, infatti, vediamo Roderick tormentato dalle visioni dei corpi sanguinanti e senza vita di tutti i suoi figli, cosa che ci informa immediatamente della sorte di tutti questi personaggi. Ma è la presenza del meraviglioso e terrificante personaggio di Verna (interpretata da una bravissima Carla Gugino) ad offrire allo show tutto il mistero e il terrore che ammantano la serie e, ovviamente, a offrirci la maggior parte delle citazioni alle storie di Poe. È a partire dalla sua presenza al tempo stesso magnetica e terrificante che lo show, infatti, introduce gli elementi più misteriosi e oscuri, delineando con sempre maggiore precisione il destino maledetto della famiglia Usher.
Ciò che stupisce in positivo della messa in scena dello show, ancora prima dell’ottima regia e dell’interpretazione impeccabile degli attori, è una sceneggiatura equilibrata, completa, centrata. Gli otto lunghi episodi dello show sono sostenuti da una solida struttura narrativa che mantiene il suo splendore fino alla fine, permettendo la messa in scena di una storia complessa senza mai cadere nella dispersione. È proprio questa solidità narrativa a permettere alla serie di non limitarsi ad essere solo un calderone di citazioni di Poe, ma di vivere di luce propria e di celebrare, al tempo stesso, il famoso scrittore. The Fall of the House of Usher ha avuto l’intelligenza di attingere da Poe tutti gli elementi, per così dire, “universali” dei suoi scritti: il dramma e la crudeltà dell’essere umano; l’inevitabilità della morte; il sottile confine che divide il soprannaturale dalla pazzia; l’insaziabilità delle aspirazioni mondane e tanto altro ancora. Tutti questi elementi donano allo show uno slancio creativo non indifferente, che non può fare altro che incollare gli spettatori allo schermo.

Anche l’elemento horror sembra talvolta meno creativo, condito da un numero forse troppo alto di jumpscares che, in determinati frangenti, perdono la loro imprevedibilità. Fortunatamente, già a partire dal quinto episodio (in cui è da menzionare l’ottima interpretazione di T’Nia Miller nei panni di Victorine), le cose iniziano a farsi più interessanti, in quanto da qui lo show aggiunge a questa catena di morti altri elementi di maggiore fascinazione, inaugurando un crescendo di qualità che raggiunge l’apice negli episodi finali.
Il disvelamento del terribile segreto di Roderick e Madeline, con il patto sinistro stretto con Verna, chiude il cerchio di un percorso quasi impeccabile e apre definitivamente lo show a tutta la tensione sovrannaturale degli eventi narrati. È nella ultima coppia di episodi che, dopotutto, le citazioni e la presenza di Poe sono più presenti che nel resto delle puntate, e questo rende il finale dello show ispirato e memorabile. Qui, inoltre, si è dato modo di approfondire con maggiore incisione le menti oscure di Roderick e Madeline, uniti da un destino malvagio e dettato da un patto portatore di sventura e tragedie. Bruce Greenwood ha donato al suo Roderick una certa aura di umanità scaturita dalla lucida e sofferta consapevolezza degli atti tremendi che ha compiuto più volte nel corso della sua vita; mentre la Madeline di Mary McDonnell ci offre un personaggio sconsiderato nella sua ambizione, freddo, scaltro e magnetico (sottolineato anche dall’interpretazione di Willa Fitzgerald nei panni della giovane Madeline).

Per concludere, The Fall of the House of Usher è forse il lavoro più completo di Mike Flanagan, arrivato con questo all’ultima collaborazione con Netflix prima del passaggio a Prime Video. Sono qui presenti, infatti, tutti gli elementi più positivi e caratteristici dei suoi lavori passati: sorretta da una sceneggiatura solida ed equilibrata, da una regia curata e da una fotografia magnetica, la miniserie si conferma come un prodotto di ottima fattura. Costantemente ispirata dalla penna di Edgar Allan Poe, a cui la miniserie offre un sentito e rispettoso tributo, The Fall of the House of Usher colpisce nel segno e si distingue come una delle migliori novità Netflix di quest’anno, la cui visione è oltretutto perfetta in questo periodo.
Voto: 8
