
Ma andiamo con ordine: la serie, che vede alla regia un nome noto come quello di Paolo Genovese e alla sceneggiatura due solidi riferimenti nella serialità italiana (Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo), aveva il difficile compito di racchiudere in circa otto ore una storia che è davvero molto densa, e non solo per la quantità di anni presi in esame: c’è soprattutto da considerare il numero piuttosto alto di personaggi e di relazioni che si intersecano con le questioni di sviluppo commerciale, fondamentali per comprendere fino in fondo la storia della famiglia Florio.
Il problema primario di cui bisogna parlare è quindi quello del tempo a disposizione: benché alcuni adattamenti della sceneggiatura rispetto al libro abbiano agevolato certe transizioni, permettendo di riassumere alcuni periodi senza perderci da un punto di vista di resa narrativa, questo non è stato valido per tutta la stagione, soprattutto per la prima metà.

La “linea romantica”, per quanto sostenuta da ottimi attori, restituisce risultati altalenanti, in cui un rapporto ben riuscito come quello tra Giuseppina e Ignazio (travagliato, voluto e rifiutato) si contrappone alla prima fase dell’amore tra Vincenzo e Giulia: per quanto anche questo rapporto sia molto desiderato e altrettanto osteggiato – entrambi vogliono stare insieme, ma l’ossessione per la ricerca del matrimonio con la nobiltà allontana a lungo Vincenzo, e fa della madre Giuseppina una coriacea nemica di questa unione –, nelle fasi iniziali sembra indugiare troppo nelle stesse dinamiche, al punto da rendere anche i dialoghi in molti casi prevedibili e poco ispirati. Queste “cadute”, che mal si conciliano con l’ambizione del progetto, si riassestano con l’andare delle puntate, generando quasi un paradosso: il rapporto tra Vincenzo e Giulia in età adulta e poi anziana riesce a portare sullo schermo una forza impensabile se comparata a quella dei loro anni più giovani. Ad affiancare questo processo c’è sicuramente anche la presenza dei figli dei due (Angelina, Giuseppina e Ignazio), che con le loro storie di sudditanza o di ribellione al padre rendono più dinamico anche il rapporto tra i genitori, che va in crisi proprio quando sono finite le battaglie da combattere.

La nobiltà del XIX secolo è però in impietosa decadenza, anche a causa delle sue contraddizioni: non si fa scrupoli infatti a chiedere prestiti a Florio, ma neanche a rimarcare la distanza quando un favore potrebbe essere chiesto in cambio. Questi snodi fondamentali, che ritornano durante la narrazione, vanno così a costruire dei cortocircuiti estremamente umani, che hanno Vincenzo Florio come perno attorno a cui tutto gira.

Sarà la necessità di legare finalmente i Florio alla nobiltà che porterà il giovane figlio Ignazio a un matrimonio di convenienza, siglato anche per permettere alle sorelle di avere la vita desiderata, dopo aver già patito le conseguenze delle scelte paterne. In questo percorso – che ha degli obblighi e delle regole rigide, ma, come pare evidente, anche delle vistose eccezioni – è possibile osservare davvero i cambiamenti in tutta la società e in quella stessa nobiltà che è ormai solo l’ombra di quello che era un tempo. L’immobilità che caratterizza tale classe sociale, sempre più fuori dal tempo e ricca di contraddizioni, va in crisi: questo passaggio è evidenziato da alcuni personaggi (come la duchessa Spadafora, interpretata da Claudia Pandolfi) che cominciano a rompere gli argini da un punto di vista sociale, ma anche da scelte collettive, come quella dei nobili (capitanati dal Barone Chiaramonte Bordonaro, interpretato da Ninni Bruschetta) che decidono di partecipare alla costruzione di una nave commerciale interamente al servizio di Palermo. Questi passaggi delicati, che avevano tutte “le carte in regola” per essere trattati troppo rapidamente e con superficialità, vengono invece gestiti in modo ponderato, con delle transizioni simboliche e sintetiche di processi più complicati, ma scritte in modo realistico e senza cliché semplicistici. Questo dimostra quanto possiamo essere in grado di raccontare la nostra storia con produzioni di alto livello, che siamo capaci di mettere in scena periodi non facili e dinamiche di potere delicate; ed è forse per questo che risalta, per contrasto, la già citata difficoltà nella resa delle relazioni amorose soprattutto passionali, in cui si rileva una tendenza, difficile da estirpare, ad affidarsi a codici già visti lungo tutto il percorso della fiction all’italiana.

Rimanendo sul profilo storico, di grande rilevanza è stato il lavoro dei reparti di scenografia e dei costumi. Il primo, che ha rappresentato forse le sfide maggiori, ha comportato un lavoro su più set (reali, parzialmente o totalmente ricostruiti) alla ricerca di una fedeltà per nulla scontata: basti pensare che il famoso porto ottocentesco di Palermo, ormai ridotto a pochi resti, è stato ricreato a Cefalù, in una parte ritenuta più aderente rispetto alle testimonianze rimaste, sia sfruttando le caratteristiche locali, sia utilizzando le più recenti tecnologie digitali.

Arriviamo quindi al cast, caratterizzato da attori di ottimo livello guidati in tutto il percorso da uno straordinario Michele Riondino nei panni di Vincenzo Florio: la sua capacità di mimesi pressoché totale con il personaggio nelle varie età portate sullo schermo attraversa ogni aspetto della sua interpretazione, rendendo addirittura accessorio l’invecchiamento ricreato dal reparto trucco e parrucco nelle ultime puntate. La sua capacità di incarnare tutti gli aspetti più caratterizzanti di Vincenzo Florio (l’ambizione, il carisma, la mancanza di scrupoli, ma anche i vuoti, la solitudine e poi la testardaggine che si trasforma in ottusità con gli anni) si mescola a un lavoro su corpo, postura e voce davvero encomiabile, che gli permette di rappresentare Florio dai 30 ai 70 anni senza mai risultare fuori luogo.
Degna compagna degli anni più giovani, ma un po’ meno in quelli dell’anzianità, è Miriam Leone nei panni di Giulia Portalupi: Leone è stata infatti una scelta più che buona per rappresentare la giovane Giulia, una donna che tanto ha fatto per la propria indipendenza e per quella delle sue figlie con una forza straordinaria per l’epoca; tuttavia nell’età più anziana il trucco non è stato sufficiente a celare la sua vera età, che traspariva soprattutto dallo sguardo e dalla voce (un lavoro maggiore in questo senso avrebbe garantito un’interpretazione decisamente più omogenea, sia per il suo personaggio che per la coppia).

Una nota effettivamente stonata tuttavia rimane, e anzi più d’una: la colonna sonora della serie, che si è basata su scelte moderne e contemporanee, è quanto di più sbagliato potesse esserci in una produzione simile. Se è vero che la storia dei Florio, iniziata più di due secoli fa, per molti temi trattati si avvicina alla nostra epoca in maniera sorprendente, è anche vero che questo elemento da solo non basta per giustificare un ventaglio musicale che va da Mina ai Muse, passando per Laura Pausini – che con il suo brano, “Durare”, chiude tutte le puntate. Non c’è un appiglio che giustifichi queste scelte, se non quello di canzoni che in effetti possono rendere bene un certo stato d’animo o una determinata atmosfera, ma che non rispondono ad alcun progetto d’insieme (se non, parrebbe, a quello di “fare qualcosa di diverso” rispetto alla tradizionale fiction nostrana: non è così tuttavia che ci si allontana da una pesante eredità).
In conclusione, I Leoni di Sicilia rappresenta un valido esperimento di serialità nel nostro Paese, riuscito nella non facile impresa di mettere in scena un lavoro enorme basato su una storia vera, in una terra che viene spesso raccontata per le sue ferite e molto meno per i suoi doni: i Florio sono stati una fortuna per la Sicilia e per l’Italia intera, ancora prima che questa fosse tale. Ci sono delle sbavature, molte delle quali si sarebbero potute forse limitare con un paio di puntate in più, altre con una spinta a far meglio focalizzata sugli aspetti giusti. Nel complesso risulta un buon lavoro, seppur sbilanciato a favore di una seconda parte superiore alla prima: guardando però a questo percorso come a una parabola ascendente, si può sperare che anche “L’Inverno dei Leoni”, seguito letterario de “I Leoni di Sicilia”, abbia in futuro la sua trasposizione sullo schermo e che porti a compimento il percorso in positivo testimoniato nel corso di queste otto puntate.
Voto: 7½

Convincente e sontuosa l’interpretazione dei personaggi, inseriti in uno scenario coerente per costumi, ricostruzioni ambientali, storiche, economiche e sociali. Il tutto rovinato da un sottofondo musicale completamente fuori luogo.
Si confida in una seconda stagione, in cui la famiglia Florio raggiungerà l’apice del successo e della notorietà con la nuova generazione di Ignazio e dei figli Ignazio e Vincenzo, ma anche il precipitoso crollo economico che in breve brucerà i successi economici delle generazioni precedenti, cui in parte ha contribuito la politica post unificazione piemontese, che ha favorito l’industrializzazione del nord Italia a scapito del meridione, che non si solleverà più.