
La serie è stata creata e scritta da Francesca Manieri (“Smetto Quando Voglio”, We Are Who We Are) e diretta in modo alternato da Matteo Rovere (“Il Primo Re”, Romulus), Francesco Carrozzini (“The Hanging Sun”) e Francesca Mazzoleni (“Punta Sacra”), un gruppo di autori sulla carta di alto livello per una produzione dall’alto budget che può permettersi di girare le sue scene tra Roma, Parigi e le isole Egadi. Con queste premesse e con la notorietà del personaggio che si voleva rappresentare, Supersex godeva di aspettative molto alte sin dal suo annuncio da parte di Netflix e, grazie anche al marketing della piattaforma, ha fatto molto parlare di sé negli ultimi mesi e ancor di più ora che è interamente disponibile con i suoi sette episodi da poco meno di un’ora l’uno.

La storia di Rocco comincia nel microcosmo di Ortona, un piccolo paese di mare della provincia di Chieti, e la serie sceglie di rappresentare la nascita del mito come la origin story di un supereroe che scopre quasi per caso il suo talento: per il piccolo Rocco la scintilla scatta con il ritrovamento di un giornalino pornografico, una sorta di fotoromanzo erotico che diventa la sua ossessione e la sua ispirazione e che condizionerà tutta la sua vita. La scelta di sottolineare il sesso come una forma di “potere” non è casuale ed è, anzi, uno dei temi che la miniserie sceglie di portare avanti, affiancando e opponendo questa interpretazione a quella del sesso come “liberazione”, una sorta di bivio che si pone continuamente dinnanzi alla vita del protagonista e che lo porterà ad affrontare diverse crisi e prendere determinate strade. Rimanendo per ora sulla prima forma, c’è da dire che lo show è piuttosto didascalico nell’esporre questo tema, lasciando al voice over continuo di Borghi il compito di raccontare lo stato d’animo del protagonista e i suoi tormenti rispetto a questo potere che, inizialmente, gli risulta quasi incontrollabile, tanto da non sapere bene come usarlo. Esattamente come un supereroe incapace di contenersi, infatti, la prima volta che si trova a letto con una donna – nello specifico Sylvie (Jade Pedri) – non può fare a meno di causarle involontariamente dolore; il trauma che ne segue è la scoperta di quello che può fare, in sostanza la consapevolezza del potere che porta in seno.

Il rapporto tra Rocco e Tommaso è uno dei fulcri emotivi intorno ai quali gira Supersex: se in prima istanza, infatti, il fratello è un vero e proprio mentore per il protagonista, man mano che Rocco cresce ne individua i comportamenti sbagliati e la tossicità del suo rapporto con la moglie Lucia, una Jasmine Trinca molto brava e interprete di un personaggio meno banale di quanto potrebbe sembrare. Purtroppo la serie punta fin troppo su questa relazione e non è in grado di farla evolvere in modo coerente e avvincente, risultando presto ripetitiva e ricca di scene che perdono di significato: il personaggio di Giannini passa dall’odiare Rocco e allontanarlo da sé al ricercarlo e a dimostrargli il suo amore in modo troppo casuale e “comodo”. Sembra quasi che la sceneggiatura si serva del personaggio di Tommaso come una mina impazzita che, vista e appurata la sua bipolarità e il suo essere un carattere negativo tout court, può utilizzare a suo piacimento e in modo totalmente casuale per influire sulla vita e sul percorso di caratterizzazione del protagonista. Manca una vera progettualità nell’evoluzione del loro rapporto che, dopo pochi episodi si ripete in modo quasi noioso, di certo poco interessante per lo spettatore, fino ad un finale molto prolisso e pieno di scene che si sarebbero potute tagliare o accorciare senza che si perdesse davvero nulla di sostanziale.

Dal punto di vista del Rocco Siffredi personaggio, invece, il tema che viene più di tutti esplorato dallo show è quello che riguarda l’opposizione tra sesso e amore: qual è la vera differenza tra questi due termini? È la domanda che il personaggio interpretato da Borghi si pone più spesso nel corso della miniserie e gli autori non mancano di sottolinearlo ad ogni nuova relazione di Rocco, da quella con Sylvie a quella con Tina fino ad accennare solo quella con Rosza, che diventerà poi sua moglie. Il concetto di base è piuttosto semplice e di facile comprensione per lo spettatore: il pornodivo sperimenta il sesso tutti i giorni come lavoro, come ossessione, come passione, ma l’amore lo vive solo in alcuni momenti della sua vita e solo con alcune persone con le quali riesce ad essere davvero se stesso. Da questo punto di vista è invece interessante come venga messa in scena e raccontata quella che ad un certo punto era diventata una vera e propria “dipendenza dal sesso” per Siffredi, come lui stesso aveva raccontato in diverse interviste, e come questo lo porti spesso ad annullare se stesso, la sua persona, in virtù di brevi momenti di piacere che potessero alleviare, anche solo per un attimo, i suoi veri dolori e i suoi traumi – come per esempio la scena forse allegorica, forse ironica, del sesso orale praticatogli dalla donna davanti alla lapide della madre appena seppellita.

In sostanza Supersex sa tanto di occasione mancata: c’erano tutte le premesse per avere una serie prestige italiana che potesse parlare di pornografia, sessualità e sfruttamento dei corpi in modo critico e interessante – un po’ come aveva fatto The Deuce diversi anni fa, ma non solo – e invece lo show di Netflix si ferma solo sulla superficie di questi temi, preferendo concentrarsi sul dramma familiare di Rocco Siffredi e su come le sue scelte di vita lo abbiano portato su strade tortuose e dolorose alla ricerca di vere relazioni d’amore. La miniserie avrebbe giovato anche di una maggiore sintesi, evitando dialoghi inutilmente lunghi e poco centrati, scene dilatate solo per aderire agli standard estetici di una serie drama ad alto budget e ripetizioni evitabili. Quello che rimane è un prodotto che, nonostante i suoi difetti, risulta assolutamente godibile, il racconto di una versione del Siffredi uomo più che fenomeno di massa, della persona più che del personaggio.
Voto: 6
